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SPECIALE RISING SOUNDS: Il Club 33 giri, culla della musica emergente

Quando abbiamo scelto di dare vita a Rising Sounds, nei mesi scorsi, l’abbiamo fatto per un semplice motivo: ognuna di noi è fermamente convinta che la musica possa continuare a vivere, a dispetto delle molte (e, purtroppo, veritiere) teorie che la vorrebbero ormai sul viale del tramonto.

Qualcuno potrebbe obiettarci che credere ancora nella musica nuova sarebbe un po’ troppo idealista, ma noi risponderemmo che senza ideali, l’esistenza su questo pianeta si ridurrebbe alla sopportazione passiva dei giorni che si susseguono. Rising Sounds, da parte nostra, era uno spazio dedicato esclusivamente alle idee più fresche, più nuove, ai sogni di chi, come noi, nonostante tutto ci crede ancora.

Perché questa premessa lunga e forse poco catchy? Beh, perché per il primo numero di Rising Sounds di questa nuova stagione abbiamo incontrato qualcuno che come noi ci crede ancora, e che lotta per tenere in vita la musica anche in una realtà abbastanza complessa come quella del Sud dell’Italia.

Roberta Cacciapuoti è la direttrice artistica del Club 33 giri, un collettivo giovane di Santa Maria Capua Vetere, nella provincia di Caserta, che si impegna a tenere vive le arti e il senso di comunità da esse generato. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere, chiedendole di raccontarci qualcosa sul loro progetto, che diventa anche culla della musica emergente.

Ciao Roberta, la mia domanda di rito, prima di cominciare ogni intervista è: Come stai?

Mah, guarda, ieri sera ho mangiato un po’ pesante… (Ridiamo, rompendo il ghiaccio all’inizio di ogni incontro così, da botta e risposta.) Fortunatamente sto bene, anche se è un periodo strano, molto particolare. La cosa importante in questa fase è riuscire ancora a fare le cose che ci piacciono.

Questo numero di Rising Sounds è leggermente diverso dagli altri. Perché oggi il nostro protagonista non è un singolo gruppo o artista emergente, ma una culla di artisti emergenti. Com’è nata l’idea del Club 33 giri?

Ti risponderò a questa domanda, anche se quando il Club è nato, io non c’ero. L’associazione è stata fondata nel 2012. Molto banalmente, si voleva creare uno spazio che in quel momento mancava ai ragazzi di Santa Maria, e di Caserta in generale. C’era l’esigenza di avere un posto nel quale poter suonare e far suonare i gruppi dei nostri amici, o guardare film, organizzare piccoli eventi, scambiare opinioni e farci quattro chiacchiere. L’idea era quella di creare uno spazio di condivisione, aggregazione, di cui sentivamo davvero bisogno nel nostro territorio. Purtroppo, la nostra terra, soprattutto dal punto di vista culturale, non ha mai offerto tantissimo, soprattutto ai giovani. E quindi, molto semplicemente, invece di cercare questo spazio fuori dalla città, si è creato al suo interno.

È proprio il caso di dire Homo Faber.

Sì, assolutamente. È chiaro che lo spazio è stato creato in base alle nostre esigenze, e negli anni c’è stato un grande ricambio all’interno del collettivo. Molti dei ragazzi che hanno fondato il club, chi per volontà, chi per necessità, sono andati fuori, cosa che ha comportato il subentro di nuove persone. Però quello che ho notato, che notiamo in generale, è che l’associazione resta sempre e comunque un punto di riferimento. Chi ritorna a casa, ritorna al Club. Non solo dal punto di vista “culturale”, considerando che non abbiamo mai avuto la pretesa di voler fare cultura, ma di condivisione. È quello che abbiamo voluto fare, sopra ogni cosa. l’associazione è diventata un punto di riferimento per la musica, per l’arte, per il cinema, ma soprattutto umanamente. È quella la parte più importante per noi.  

Adesso quante persone collaborano alla gestione del Club?

Il direttivo è composto da più di 20 persone. E chiaramente ci sono i collaboratori che si aggiungono durante il festival, e in quel periodo arriviamo anche alla cinquantina di persone.

Wow. Bisognerà mettere d’accordo diverse teste, immagino.

Sì, ma anche quello è il bello dell’associazione. Secondo me lo scambio di idee e la diversità che c’è tra noi sono i nostri punti di forza. Inevitabilmente, essere tanti ci arricchisce per forza di cose.

Più o meno, quanti artisti avete accolto sul vostro palco?

Abbiamo organizzato circa 200 concerti dall’inizio. In otto anni, si parla di almeno 150 artisti, tantissimi. Chiaramente, per forza di cose, la maggior parte degli artisti che abbiamo ospitato proveniva dalla Campania. Però, negli anni abbiamo provato anche a fare un po’ di scouting a livello nazionale, ospitando artisti anche provenienti da altre regioni. Sono stati delle scommesse, ma è questo il bello di avere un’associazione libera. Non dovendo fare lucro, noi possiamo utilizzare i nostri fondi anche per scommettere sugli artisti, provando a fare qualcosa di nuovo. Quando abbiamo trovato artisti che ci piacevano, abbiamo provato ad organizzare concerti. E il più delle volte questi concerti si sono rivelati delle sommesse vinte, il pubblico ha risposto molto bene.

Come funziona, quindi, la vostra selezione? Gli artisti si propongono o siete sempre voi a contattarli?

Un primo filtro lo faccio in prima persona. Arrivano proposte da agenzie o dagli artisti stessi, ed io, che mi occupo della direzione artistica, faccio una “scrematura”, tra virgolette, sempre basandomi un po’ sui nostri gusti e su quelli del pubblico che, ormai, abbiamo imparato a conoscere. Quello che pensiamo possa piacere e quello che riteniamo più originale, promettente. Dopodiché, presento una rosa di artisti al direttivo e da lì decidiamo insieme i passi successivi, anche in base alle possibilità economiche del momento. Tutte le decisioni che prendiamo, come associazioni, le prendiamo collettivamente.

La vostra è un’organizzazione molto particolare. Non c’è un leader che ha l’ultima parola. Sono davvero decisioni prese in comune, è notevole.

Sì, aiuta anche il fatto che ognuno di noi ha le proprie competenze e professionalità. Negli anni, io per esempio mi sono specializzata in questo ambito e concretamente faccio la direzione artistica, però le decisioni alla fine le prendiamo insieme. In ogni ambito è così, per la grafica, per il cinema, ognuno ha un suo ruolo all’interno del collettivo ma ci interfacciamo sempre.

Probabilmente, questa vostra diversità all’interno del direttivo può aver rappresentato la vostra colonna. Il Club ha una storia lunga, altre realtà del territorio non sono sopravvissute tanto quanto la vostra.

Sì, considerando che all’inizio del Club eravamo più liberi, e adesso gestire l’associazione diventa più complesso. Ma nonostante questo, nonostante anche la distanza di alcuni membri che seguono le nostre vicende da lontano, lo zoccolo duro è stata la nostra diversità. E un’altra cosa che ci ha tenuto in vita è stata la voglia di mantenere vivo il club. Perderlo ci avrebbe fatto stare male. Volevamo farlo, e l’abbiamo fatto. Anche se non è stato sempre facile.

Mi chiedevo proprio questo. Quant’è stato difficile mantenere alta la voglia di fare?

Credo sia inevitabile che ogni passione, come ogni amore, richieda sforzi e sacrifici. In otto anni abbiamo visto di tutto e superato di tutto, e non è stato facile. Abbiamo avuto alti e bassi, ma alla fine abbiamo trovato sempre una motivazione per continuare, andare avanti. Volevamo conservare il nostro posto sicuro. Un luogo nostro. In cui potevamo esprimerci, e avere uno spazio in cui trovare persone che ti supportano, ti ascoltano, e questo ci ha dato la spinta per proseguire. Il nostro obiettivo è stato sempre molto chiaro, non volevamo fare lucro, ma avere un palco sul quale fare esprimere noi e chi ruota attorno alla nostra associazione. Abbiamo fatto rete, collaborato con molte realtà del territorio come il Teatro Civico, la Libreria Spartaco di Santa Maria. Nel nostro territorio, se non si fa rete non si va avanti. Noi abbiamo sempre cercato di collaborare con il più alto numero di persone, e proviamo a fare calendari che non vadano in conflitto tra loro.

Nell’ultimo anno, anche grazie al Lockdown, ironia della sorte, siamo entrati nella rete di Keep On, un’associazione di categoria che si occupa dei Live Club e dei festival. Tramite i ragazzi di Keep On abbiamo avuto la possibilità di interfacciarci con realtà come la nostra ma provenienti da tutti i posti di Italia, da Torino a Palermo. Durante il Lockdown abbiamo organizzato tutti insieme dirette streaming, e tutti i giorni per mezz’ora abbiamo avuto una diretta musicale. Tutto questo grazie a Keep On che ha messo in piedi questa iniziativa.

Ho notato che in questo periodo il Club ha aperto una raccolta fondi. Ti va di parlarcene un po’?

Erano un po’ di anni che avevamo in mente di dare il via ad una campagna di crowfunding, soprattutto per finanziare il nostro festival, La Musica Può Fare. Però, alla fine, non abbiamo mai avuto davvero bisogno di farla perché il festival è riuscito sempre a sostenersi da sé. Ma stavolta, dopo la chiusura, ci siamo visti un po’ costretti. Siamo chiusi da marzo e concretamente non sapremo quando potremo riaprire. Bisognerà monitorare la situazione, e vedere quali saranno le direttive istituzionali. Chiaramente, però, ci sono delle spese che restano e lo scopo della campagna è per l’appunto finanziare queste spese e le attività di ripartenza. Speriamo di riuscire a raggiungere quest’obiettivo tramite le donazioni. Produzioni Dal Basso ci è stata molto vicina, tramite Keep On. C’è un tutor che ci ha seguito, dato consigli, e al momento la campagna è quasi a metà. Non sappiamo se riusciremo a raggiungere la cifra. Abbiamo volutamente puntato in alto, per un’ulteriore scommessa. Il motto della campagna è “Play Together”, insieme è più bello, per noi. E il sottotitolo è “Teniamo accesa la musica”. Abbiamo sentito tantissimo la mancanza dei concerti quest’anno. Io vado a circa cento concerti all’anno, e perderli tutti è stato un trauma. Vogliamo riaccendere questi palchi.

Cosa avete in programma, quindi, per il prossimo futuro?

Per il momento vogliamo recuperare i live che abbiamo dovuto annullare a marzo e aprile. Per dirtene alcuni, quello di Katres insieme a Micaela Tempesta, due cantautrici campane bravissime, o quello dei Sex Pizzul, una band fiorentina che è tra le nostre più recenti scoperte. Tutta una serie di live in programma che sono saltati, e poi ricominceremo a programmare con il nuovo.

Parliamo del vostro festival, La Musica Può Fare. Quest’anno avete dovuto rinunciare anche a quello. Emotivamente com’è stato?

Non fare il festival ha comportato un lutto emotivo. Dopo otto anni, non farlo è stato particolarmente triste. Oltre che dispiacere per il fatto che una parte del ricavato del festival è sempre stata destinata a una realtà sociale e solidale, mentre un’altra parte del ricavato copriva le spese di gestione durante i mesi di chiusura estiva. Chiaramente, non poter fare il festival ha comportato l’impossibilità di sostenere alcune spese. Siamo estremamente grati per l’affetto e il sostegno che stiamo ricevendo in questo periodo, attraverso la campagna. L’affetto non è mai scontato, ed è sempre bello riceverlo. Negli anni tantissimi artisti hanno voluto suonato da noi, hanno presentato per la prima volta dei dischi da noi, hanno condiviso delle cose bellissime. Si è creata una rete d’amore.

E adesso ti chiedo di raccontarmi l’episodio più brutto capitato al Club.

Un paio di volte ci siamo allagati. Fortunatamente questa cosa ora non succede più. Quando però succedeva, era davvero un disastro. Dovevamo rimontare il palco, asciugare le pedane di legno. Qualche volta abbiamo dovuto buttare roba non recuperabile. Questi ricordi sono abbastanza traumatici.

E invece qual è stata la cosa più bella mai accaduta?

Quando la serata va bene e le persone si divertono, è sempre bellissimo. Ma sicuramente uno dei ricordi più belli che rimane nella storia dell’associazione è il primo concerto di Santi, Poeti e Navigatori, che hanno organizzato Joseph Foll, Blindur e Lelio Morra, tre amici fantastici dell’associazione. Fu un concerto organizzato ad hoc per il club, mai più ripetuto. È uno dei ricordi più belli. Una festa, ci siamo divertiti tantissimo. C’erano tutti gli amici, persone da fuori, un concerto bellissimo.

Ti chiedo una cosa leggermente provocatoria. Avete organizzato molti concerti e conosciuto tantissime persone. Vi siete mai pentiti di aver collaborato con qualcuno?

In realtà pentiti no. Inevitabilmente, musicisti ed artisti sono esseri umani. Quindi, come tutti, può esserci alchimia oppure no. Ogni esperienza è stata fonte di ricchezza e ci ha insegnato qualcosa per la volta successiva. Negli anni l’associazione ha stretto rapporti con alcuni artisti più che con altri, ma per inclinazioni naturali. La maggior parte dei musicisti con cui abbiamo collaborato è rimasta in buoni rapporti con noi.

Beh, Roberta, la nostra intervista è finita e sono davvero felice, è stato bellissimo parlare con te. Quello che fate è davvero incredibile, e vedere che combattete per le cose importanti e fare vostri i sogni degli altri ci riempie di orgoglio. Cosa vuoi dire per concludere questa chiacchierata?

Voglio innanzitutto ringraziare tutte le persone che ci sostengono da anni e ci supportano, e speriamo di poter allargare ancora di più la nostra famiglia. Chiunque si voglia avvicinare ad una realtà come la nostra, è sempre il benvenuto.

Sito del club: Club33giri

Per contribuire con una donazione alla campagna PlayTogether, cliccare qui: PlayTogether

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Rising Sounds: Daniele Isola, samurai milanese del cantautorato italiano

Rising Sounds è la rubrica di SLQS dedicata agli artisti emergenti!

Daniele Isola è un cantautore milanese che circa sei anni fa pubblicò il suo primo singolo. Oggi lavora al suo terzo album e da poco è uscito il videoclip del suo ultimo singolo, Samurai.

Ci siamo incontrati (senza mascherina, ma su Skype) e abbiamo chiacchierato un po’. Ecco a voi la nuova fiammante intervista di Smells Like Queen Spirit per la rubrica Rising Sounds.

Ciao Daniele. Come stai e come hai vissuto questo periodo un po’ strano?

Bene, dai. Per ora! (Ride) In realtà, a parte un primo momento in cui sono rimasto in casa per forza di cose, ho ripreso a lavorare in studio, così dopo qualche settimana ho più o meno ripreso un ritmo abbastanza normale. Ovviamente, le dinamiche in casa sono cambiate, ti ritrovi chiuso dentro anche durante il tempo libero. Io vivo a Milano, e mi piace molto questa città, ma quando non hai più tutto quello che Milano ti offre rimane poco, e quindi ti ritrovi a vivere in un contesto, quello di casa tua, che neppure offre granché. Anche perché magari non molti a Milano hanno un terrazzo grande o comunque spazi giganti in casa in cui poter vivere. Mi sono trovato a fare delle valutazioni su come e dove vivere, rispetto a quello che potrà succedere da qui in avanti, che è abbastanza un’incognita.

Si potrebbe dire, quindi, che questa quarantena ti ha portato a fare una rivalutazione del passato e del futuro?

Sì, assolutamente sì.

Parliamo un po’ di te: com’è nato il desiderio di cantare e scrivere pezzi tuoi?

Beh, in realtà da subito! Da piccolo, quando ho iniziato a mettere le mani su pianoforte e chitarra, in maniera molto ingenua, mi veniva da riprodurre delle cose mie piuttosto che le proposte degli insegnanti. E quindi anche da bambino mi piaceva trasferire le mie emozioni e quello che pensavo in musica, e questa cosa poi nel tempo ha preso una sua forma di espressione che continuo a portare avanti.

Quindi si può dire che il tuo sia stato un percorso molto naturale.

Sì, a molti magari viene naturale riprodurre canzoni degli altri, anche in maniera fedele, e la riproduzione diventa il loro percorso. Invece per me era diverso, mi veniva più naturale scrivere qualcosa di mio.

Chi sono i tuoi artisti di riferimento, sia italiani che internazionali?

Essendo il mio percorso abbastanza lungo, gli artisti di riferimento negli anni sono cambiati. Per fare dei nomi nell’ambito italiano, sicuramente Vasco Rossi, Battisti, Daniele Silvestri, Bersani, Cremonini. Ma in realtà cerco sempre di ascoltare tante cose diverse, sono completamente fan di tutto quello che fa Mike Patton! Uno degli ultimi concerti che ho visto è stato proprio il suo. Al di là dei riferimenti che magari si rispecchiano di più nel genere che poi faccio, credo e spero che tutta la curiosità che ho nell’ascoltare cose diverse in qualche modo si rifletta anche nella mia musica.

Oltre ad avere un grande panorama di artisti di riferimento, quindi, ci sono anche diversi generi musicali a cui ti ispiri?

Sì, e questa era ed è tuttora una mia difficoltà. A me piace che il brano prenda un suo percorso indipendentemente dal genere. E questo confonde l’ascoltatore che invece, magari, ha bisogno di un’identità più precisa. Quindi lavoro anche per evitare di essere troppo dispersivo. Anche se a me piacerebbe poter sperimentare e fare cose diverse, mi rendo conto che non è sempre semplice da parte di chi ascolta seguirti in un percorso troppo vario.

Ti dirò, trovo che sia molto bello e molto interessante lasciare spazio alla creatività.

Certo, però sono cose che devi anche conquistarti nel tempo. Prima ho parlato di Cremonini, ma per esempio anche Jovanotti, sono nomi del panorama italiano che possono permettersi di fare un pezzo molto classico, da pianoforte e voce, ed arrivare ad uno elettronico che fa ballare, tuttavia hanno costruito una credibilità che gli ha consentito di avere al seguito un pubblico disposto a stargli dietro in questi loro salti.

È comunque molto bella da parte tua questa volontà di conciliare l’attenzione degli ascoltatori con la tua identità di artista. Non è molto semplice, ma è importante che ci sia anche questo venirsi incontro.

Così come poi è bello anche sperimentare, fare cose diverse.

 Ho alcune cose da chiederti riguardo alla tua musica. Da Eremita, il tuo primo singolo uscito sei anni fa, all’ultimo, Samurai, quant’è cambiato Daniele Isola-cantautore?

È uscito un bel po’ di tempo fa! (Ride) Cos’era, il 2013? Come cantautore sono cambiato abbastanza. Diciamo che Eremita è stato il primo passo di una mia proposta al pubblico cercando di strutturare un progetto. È stato proprio il primo seme, l’inizio. Non avevo ben chiaro dove mi avrebbe portato tutto questo, ma soprattutto mi ci è voluto del tempo. Nel 2013 ho preso coscienza del fatto che volevo costruire un progetto. Anche Samurai, a modo suo, è una ripartenza. Eremita e Samurai sono legate, in qualche modo. Tra l’altro, non ci avevo pensato, ma si potrebbe fare un parallelo tra le figure dell’eremita e del samurai, che hanno aspetti simili, perlomeno nella proposta. Ora mi è un po’ più chiaro dove sto andando, anche se poi ogni volta che scrivo o produco, quello che mi aiuta è l’esperienza fatta, ma le idee chiare e la precisione della direzione finale non ci sono mai.

È stato facile trovare spazio nel mercato discografico italiano? Com’è stato il tuo percorso?

Innanzitutto, bisognerebbe vedere se esiste ancora un mercato discografico italiano!

Bella risposta.

Partiamo dal presupposto che di musica ce n’è tantissima e la gente ha bisogno di musica. Chiaramente, quindi, un mercato a cui rivolgersi c’è. Però, parlando di mercato discografico nello specifico, di dischi di repertorio ormai se ne fanno pochi. Anche i pezzi che funzionano non sono tanti, almeno quelli che vanno avanti negli anni. Si può parlare più di cose stagionali, e passata la stagione arriva il pezzo nuovo e va avanti così. Per cui io faccio tendenzialmente quello che più mi rappresenta, e che esprima le mie emozioni, senza pensare troppo allo spazio che posso ricavare nel mercato. Nel tempo, ho avuto la fortuna di trovare un’etichetta che per ben due dischi mi ha seguito e mi sta seguendo, e mi aiuta molto, però ecco, le cose che funzionano secondo me non pensano mai troppo al mercato a cui si rivolgono. Le cose più importanti sono il progetto ed il lavoro che ci sono dietro. Per fare un esempio, una delle ultime cose che ha funzionato tantissimo in questi anni è stata la produzione di Calcutta. Chi prima di lui avrebbe mai pensato ad una riuscita così grande di un progetto simile?

Verissimo! Abbiamo già parlato di Eremita e Samurai, ma tra i tuoi pezzi, tutti, ce n’è qualcuno che preferisci, o li ami tutti allo stesso modo?

Sono tutti figli della stessa mamma, ma sicuramente c’è un pezzo del mio primo disco che s’intitola Vertigine, che è ancora il pezzo con cui chiudiamo sempre i live. È una canzone che piace di più quando la suono nella versione chitarra e voce, ma nella mia testa suona sempre come quella prima registrazione del primo disco, più energica. Quella versione è piaciuta anche di meno, non è stata nemmeno un singolo, non ha avuto una sua vetrina, per così dire, ma è sicuramente un pezzo a cui sono molto legato.

È questo un momento storico nel quale si parla molto dell’inclusione e dell’accettazione di corpi diversi dal canone standard nelle arti visive. La mia domanda è: definiresti anche la scelta di presentare diversi tipi di fisicità femminile nel videoclip di Samurai come espressione di un messaggio bodypositive?

Sì. La scelta di questo videoclip è stata proprio quella di usare tre personaggi che a modo loro fanno un parallelo, dal mio punto di vista, col samurai per l’espressione della forza. La scelta è stata cercata, e molto in linea coi tempi che stiamo vivendo.

Hai mai portato la tua musica fuori dai confini nazionali?

Non c’è mai stata occasione, ma sicuramente è una delle cose che mi piacerebbe fare. Spero che in futuro possa capitare!

 C’è qualche città in particolare in cui ti piacerebbe suonare?

Me ne vengono in mente talmente tante che mi trovo costretto a risponderti di no! (Ride) Cantando in italiano magari ti ritrovi a rivolgerti per lo più agli italiani all’estero, ma in generale suonare all’estero indica anche confronti con realtà diverse. Quindi sarebbe molto stimolante.

Di tutta la storia, del tuo percorso, c’è qualcosa che rifaresti, o che non rifaresti?

Dei passi falsi, probabilmente, li avrò commessi, ma fanno tutti parte di un percorso e di dinamiche che mi hanno portato ad un risultato di cui sono contento. Non ho dei crucci su cui mi trovo a rimuginare (Ridiamo entrambi). Per quanto riguarda cose che mi piacerebbe ripetere, ci sono state esperienze live, sul palco, piene di emozioni così belle che vorrei poterle rivivere in futuro durante situazioni simili.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Cercare di riuscire ad avere sempre del tempo per dare sfogo alla mia passione, alle esigenze che ho quando faccio musica. Ma prima di ogni cosa, tornare a suonare dal vivo. Un sogno nel cassetto collettivo. È sicuramente una cosa che mi manca molto.

Hai già dei progetti futuri?

Ho del materiale da cui abbiamo preso Samurai e il prossimo singolo che uscirà a breve, e vorrei aggiungerne altro a cui dare la forma di un disco. Sarà il lavoro dei prossimi mesi, è abbastanza pianificato per quanto possibile. Conto di arrivare all’autunno con la maggior parte del lavoro fatto.

Beh, che dire! In autunno allora ci risentiremo per parlare del nuovo disco?

Volentieri, volentieri. (Ridiamo)

L’intervista è finita! Vuoi dire qualcosa ai tuoi futuri lettori ed ascoltatori?

La caccia ai followers è sempre aperta! (Ridiamo entrambi) Se avete voglia di cercarmi, su Spotify o altro, vi aspetto a braccia aperte!

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Rising Sounds: Due Chiacchiere (online) con Valentina Polinori

Rising Sounds è la rubrica di SLQS dedicata agli artisti emergenti!

Valentina Polinori è una giovane cantautrice romana. Ha pubblicato da poco il suo secondo album, “Trasparenti”, di cui ha scritto testi e musica. Per gli amanti di Björk, Meg ed Elisa sarà amore al primo ascolto. La voce di Valentina è dolce, sognante, e le sue parole scorrono con incisione e delicatezza.

Cliccate qui per ascoltare il suo singolo “Bosco”.

La nostra chiacchierata è fissata per le 11 in punto di un lunedì mattina molto speciale per il nostro Paese, l’Italia sta iniziando a piccoli passi la sua ripresa.

Ma ecco che i mezzi digitali, sui quali abbiamo affidato ogni momento dei passati due mesi, ci abbandonano, e dopo qualche goffo ed inefficace tentativo di lotta titanica ed achabiana con la tecnologia, finalmente l’allegra suoneria di Skype ci informa che non tutto è perduto.

Valentina ride, e nel giro di pochi attimi da una banale, e forse un po’ freddina, intervista, si passa ad una chiacchierata esplorativa, che, proprio come le sue canzoni, lascia entrare in un mondo familiare e allo stesso tempo tutto nuovo.

Come stai, Valentina?

Mah, devo dire che adesso sto piuttosto bene. Certo, sono stati dei mesi difficili, ma sono assolutamente in ripresa. Ho vissuto la quarantena da sola, quindi devo ammettere che è stato un po’ impegnativo. Adesso però sto rivedendo tutte le persone a me vicine ,quindi sono molto contenta.

Iniziamo a parlare di musica. Ci sono per caso degli artisti italiani, o anche internazionali, a cui ti ispiri?

Non parlerei tanto di ispirazione. Ascolto moltissima musica, tanti cantautori. Forse recentemente, rispetto al passato, ascolto un po’ meno musica italiana, ma tra i miei preferiti sicuramente ci sono i cantautori classici italiani, come Dalla, o Samuele Bersani. Negli ultimi tempi anche Colapesce, e cantautori indie, come Gazelle. Non so se li definirei punti di riferimento, ma tutti gli artisti che sento sono parte del mio mondo.

Quindi anche i tuoi gusti musicali spaziano molto.

Assolutamente. Dall’hip-hop al jazz, al rock!

Riusciresti a scegliere un tuo artista preferito?

Oddio! In passato forse ti avrei detto i Daughter, loro mi piacciono molto. Però oggi mi rendo conto che ascolto e amo tanti di quei musicisti che una risposta netta sarebbe difficile!

Adesso parliamo di te come artista. Come nasce un tuo pezzo?

Non c’è un vero procedimento costante. Ci sono delle idee che possono nascere in qualsiasi momento, ovunque mi trovo. E appena posso, ecco che provo a scrivere accordi e melodia. Tendenzialmente, se scrivo prima il testo, forse il processo è più veloce, perché ho già un’idea in mente. Ma è diverso per ogni volta.

Dipende tanto anche dal periodo, in effetti. A volte mi metto lì e scrivo, e altre volte no, è molto variabile.

Com’è stato, invece, il tuo percorso nel mondo della musica?

Ho iniziato da piccolina a studiare pianoforte, e ho fatto un anno di conservatorio da adolescente. Poi, però, ho lasciato e ho iniziato a studiare la chitarra da autodidatta, intorno ai vent’anni. Da lì, ho iniziato a scrivere i pezzi, gradualmente. È iniziato tutto davvero quando mi sono approcciata alla chitarra.

Parliamo del tuo futuro. C’è già qualcosa in programma?

Sì! Sto scrivendo delle cose nuove, e spero di far uscire qualcosa di molto presto a dire il vero. Non so ancora se un disco o qualcosa di singolo. Cerco sempre di tenermi attiva, non mi sono mai fermata. Vi aggiornerò!

La vita tra mondo della musica e mondo esterno alla musica può portare ad esperienze molto diverse. Qual è il ricordo più bello della tua vita tra palco e accademie?

Quando ero all’università ero un po’ meno attiva a livello musicale. Quello che poi è andato a combaciare con la musica per davvero è stato il mio lavoro. A volte è difficile mettere la stessa energia in entrambe le cose, ma devo anche dire che è una gran bella soddisfazione quando alla fine della giornata lavorativa riesco a suonare e dare il massimo. È una sensazione bellissima, quindi penso proprio sia questo.

Hai vissuto in diverse città d’Europa. Ce n’è forse una in cui sei riuscita a sentirti più a tuo agio come artista? Più compresa, musicalmente parlando?

In realtà, ti dirò, Roma offre un ambiente molto ricco. E quindi sì, direi Roma. Scrivendo in italiano è anche più semplice trovare qualcuno che possa comprenderti, non solo per un ascolto superficiale. Ma devo dire che due anni fa mi è capitato di suonare a Vienna, una mia amica mi ha invitato lì per partecipare ad un evento. Ed è stato molto bello, perché spiegavo in inglese di cosa avrebbero parlato i pezzi che poi ho cantato in italiano, e c’è stato un ascolto molto attento, molto particolare. Incredibilmente, fuori dall’Italia, Vienna!

Di tutto il tuo percorso, c’è qualcosa che rifaresti?

Tutto. Non c’è qualcosa di cui mi pento, anzi, a dire il vero forse faccio anche troppo! In fondo, tutte le scelte che ho fatto le ho fatte perché spinta dal desiderio di arrivare ai miei obiettivi. Quindi non ho rimorsi per aver rinunciato a qualcosa, né rimpianti per cose che non rifarei. Tutto mi ha portato là dove volevo andare.

Qual è il sogno nel cassetto di Valentina Polinori-cantautrice?

Continuare a suonare e scrivere il più possibile. Voglio farlo per sempre. Certo, in generale vorrei che la passione restasse viva. Se quella rimane, voglio continuare a suonare.

L’intervista è finita, ma Valentina ha detto una frase che mi ha molto colpito. È il bello degli scambi tra la gente, non sai mai dove possono portarti. Mi prendo un momento, e così, fuori programma, parliamo di passione per la musica e vita reale.

Il concetto di cui hai parlato adesso è molto interessante. “Vorrei che la passione restasse viva”. Per quanto sembri impossibile, infatti, non sempre musica e passione vanno di pari passo. E non tutti suonano per passione. In fondo, è la conseguenza naturale delle cose per chi ha scelto di farne un lavoro diverso da quello di scrittura e produzione di musica inedita.

Beh, lavorare in un altro ambito forse ti permette di mantenere nella musica un’attitudine particolare. Che sia il più possibile positiva. Non voglio crearmi aspettative ingombranti, ma voglio fare quello che mi va di fare. La mia musica è tutta passione, lo faccio per quella. È difficile, ma è il motore fondamentale.

La nostra chiacchierata si conclude sorridendo. È stata una conversazione di quelle che alla fine ti lasciano serenità, perché ci si sente arricchiti. Così io e Valentina ci salutiamo, ritornando al nostro lunedì nelle rispettive città, ringraziando i mezzi digitali per non averci ostacolate dopo i singhiozzi iniziali, e soprattutto aspettando di ascoltare le novità che ci ha promesso, in attesa di poterci incontrare, questa volta di persona, per la prossima intervista.

(Tutte le foto sono di Davide Fracassi)

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