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I 5+1 documentari Netflix che dovresti assolutamente guardare (+English Version below)

Dal catalogo di Netflix abbiamo selezionato alcuni documentari che vale la pena guardare, per conoscere meglio alcuni tra gli artisti che, con la loro musica, hanno ispirato e continuano a ispirare

What Happened, Miss Simone? (2015) – La storia della tormentata Nina Simone, pianista, cantante ma soprattutto femminista e attivista per i diritti civili negli Stati Uniti. Attraverso le interviste con la figlia e gli amici di Nina, questo documentario mette in evidenza le luci e le ombre di una donna che non si è mai data per vinta, lottando strenuamente contro le ingiustizie e la segregazione razziale. Anche a costo di rimanere completamente sola.

How the Beatles Changed the World (2017) – Tom O’Dell ripercorre la storia dei Beatles, dalle origini fino allo scioglimento della band. Appena inizierete a guardarlo, non smetterete più di cantare. Un affascinante viaggio attraverso interviste e filmati di archivio che mostrano come i Beatles hanno rivoluzionato la musica e i costumi dagli anni 60 in poi.

27: Gone Too Soon (2018) Chi non ha mai sentito parlare del “Club 27” deve assolutamente guardare questo film, dedicato a sei grandi stelle della musica: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse, tutti scomparsi a 27 anni a causa dell’abuso di alcol e droghe. E a proposito di Janis Joplin, vi segnaliamo anche il documentario sulla sua vita: Janis, Little Girl Blue (2015) ripercorre l’infanzia e l’adolescenza della ragazza di Port Arthur. Attraverso rare interviste e materiale d’archivio vengono alla luce la fragilità e la forza di quella che è stata sicuramente la prima donna rocker della storia della musica mondiale. Imperdibile.

Gaga: Five Foot Two (2017) – Se siete tra coloro che hanno bisogno di ispirazione continua, questo è quello che fa per voi. Lady Gaga svela se stessa attraverso un racconto intimo, tra problemi fisici ed emotivi e impegni musicali, come la preparazione dello show di intervallo del Super Bowl.

Whitney: Can I Be me (2016) – Cosa sarebbe stata la musica pop senza la voce di Whitney Houston? Il regista Nick Broomfield ripercorre la vita dell’ amatissima stella del pop attraverso il racconto di amici, parenti e della stessa Whitney: dagli esordi nel coro gospel parrocchiale alla battaglia contro la dipendenza, fino alla sua sconcertante morte, avvenuta nel 2012.

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The 5+1 Netflix documentaries that you should watch

What Happened, Miss Simone? (2015) – Nina Simone’s story: pianist, singer but, above all, feminist and civil rights activist in the United States. Through interviews with Nina’s daughter and her friends, this documentary shows the lights and the shadows of a woman who has never given up, fighting against injustice and racial segregation. Even at the cost of being completely alone.

How the Beatles Changed the World (2017) – Tom O’Dell traces the Beatles’ story, from the origins to the end. As soon as you start watching, you immediately start singing. A fascinating journey through interviews and archive footage that shows how the Beatles changed music and customs from the 60s onwards.

27: Gone Too Soon (2018) If you’re somebody who has never heard of “Club 27” you should watch this movie about six great music stars: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse, all of whom disappeared at age 27 due to alcohol and drug abuse. And speaking about Janis Joplin, we also point out the documentary about her life: Janis, Little Girl Blue (2015) traces the childhood and the adolescence of the girl from Port Arthur. Through rare interviews and archival material we can perceive the fragility and the strength of a woman who has certainly been the first female rocker in the world. Unmissable!

Gaga: Five Foot Two (2017) – If you are among those who need continuous inspirations, this movie is for you. Lady Gaga reveals herself through an intimate story, among physical and emotional problems and musical commitments, such as the preparation of the Super Bowl interval show.

Whitney: Can I Be me (2016) – What would Pop Music have been, without Whithney’s voice? The director Nick Broomfield traces the life of the beloved Popstar, through the stories of friends, relatives and Whitney herself: from the beginning in the Gospel Choir to the battle against drugs abuse, until her death, in 2012.

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Un treno per il 1963: recensione del concerto dei Bootleg Beatles

E’ tipico di Marika riuscire a provare nostalgia per epoche mai vissute. Quando nel 2018 sono stata a Liverpool e ho messo piede al Cavern Club, ho desiderato intensamente di essere una diciottenne del 1963 che ballava al ritmo del primo album dei Beatles (al punto di tatuarmelo sul braccio, ma questa è un’altra storia).

Un anno fa i Bootleg Beatles annunciavano uno show proprio nella città dove abitavo, e io pensai che fosse arrivato il mio momento. In mancanza di una macchina del tempo, vedere i Bootleg Beatles live è il modo più semplice per tornare agli swinging sixties. Ho acquistato il mio biglietto per lo show del 23 febbraio al Tivoli Vredenburg, a Utrecht, parte di un mini tour dei Paesi Bassi di 6 tappe partito a Groningen il 20 febbraio.

Dal loro esordio nel marzo del 1980, i Bootleg Beatles si sono esibiti più di 4000 volte, diventando una delle band tributo dei Fab 4 più importanti al mondo. Nella prima metà degli anni ‘80 completano un tour di ben 60 date nell’ex Unione Sovietica e nel 1984 vengono invitati negli Stati Uniti per celebrare il ventesimo anniversario dal tour  statunitense dei Beatles. A seguire un tour di 10 date nel Regno Unito nelle stesse venues in cui suonarono i Beatles durante il tour del 1965. L’ascesa continua negli anni novanta, quando vengono invitati dagli Oasis ad aprire alcuni dei loro concerti. Comincia per i Bootleg Beatles un periodo di collaborazioni con volti noti della musica inglese e internazionale (Rod Steward, David Bowie e Bon Jovi, solo per citarne qualcuno). I Bootleg Beatles vantano anche un’esibizione a Buckingham Palace in occasione del cinquantesimo anniversario dall’incoronazione della regina Elisabetta II, nel 2002.

La formazione odierna vede Tyson Kelly nei panni di John Lennon, Steve White in quelli di Paul McCartney, Stephen Hill in quelli di George Harrison e Gordon Elsmore in quelli di Ringo Starr.

Ma veniamo allo show, al concerto, al musical, al documentario (insomma, non ho ancora ben capito come chiamarlo). Le luci si spengono e ad aprire lo show sono le urla delle ragazzine degli anni sessanta in preda alla Beatlemania. Si accende lo schermo con un collage di immagini di puro delirio e nel caos si sentono le prime note di Please, please me. Sul palco appaiono 4 ragazzi in dolcevita nero, stivaletti laccati neri e pantaloni a sigaretta, incredibilmente somiglianti ai Beatles nei tratti e nelle movenze (tutti a parte Paul, tra i quattro il meno simile). E’ la parte dello show dedicata agli anni che vanno dal 1963 al 1965, “Beatlemania conquers the world” (e le canzoni di quel periodo, rimanga tra noi, sono il mio fetish). Le esecuzioni (perfette) di She loves you, I want to hold your hand e l’acustica Yesterday mi hanno fatta letteralmente impazzire. 

La seconda parte dello show, “The end of touring and becoming a studio band”, ripercorre gli anni 1965 e 1966. I Bootleg Beatles indossano giacche beige, le stesse dell’esibizione allo Shea Stadium del 15 Agosto 1965. Anche l’entusiasmo in sala deve essere lo stesso dell’agosto del 1965, mentre la band esegue impeccabilmente successi come Twist and Shout, Can’t buy me love e Day Tripper, prima di fermarsi per l’intervallo. E’ durante questa parte di show che mi accorgo della magia che sta accadendo. Nel pubblico ci sono principalmente settantenni, alcuni con le stampelle, altri con il deambulatore, altri sorretti dal braccio dei propri figli. Ma tutti, dal primo all’ultimo, si alzano in piedi per ballare, anche solo per una canzone. E’ una boccata di aria fresca vederli rivivere la propria giovinezza.

I Bootleg Beatles saltano la parte dello show dedicata alla loro “esplosione psichedelica”, parte normalmente inserita negli show. E’ un peccato, perchè avrei voluto vedere i costumi di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Facciamo un salto temporale che ci porta negli anni che vanno dal 1968 al 1970, “The White Album, Abbey Road and the rooftop concert”. Stavolta i Bootleg Beatles sono vestiti esattamente come sulla copertina di Abbey Road. In questa sezione vengono proiettate le immagini di alcuni degli avvenimenti storici e politici più importanti della seconda metà degli anni sessanta, avvenimenti nei quali la musica dei Beatles si intromette e si intreccia, soprattutto in questa fase della loro carriera. Lo show diventa, a questo punto, anche un po’ un documentario. Il talento di Tyson, alias John, emerge prepotentemente in Come Together, mentre Stephen, alias George, è semplicemente meraviglioso nella mia canzone preferita, While my guitar gently weeps, e mi regala una di quelle esibizioni che non si tolgono più dal cuore.

Chiude lo show la splendida Hey Jude – e qui mi rendo conto che la magia non riguarda solo il pubblico di settantenni. Qualche sedia più in là c’è un bambino, con la mamma e il papà, avrà sette o otto anni. Canta Hey Jude con lo sguardo incantato, mi ricorda che esiste certa musica che fotte il piano temporale, le generazioni, i gusti, le mode, certa musica che smetterà di essere suonata, cantata, amata solo quando tutto questo scomparirà – e nemmeno allora sono certa che succederà. Esiste certa musica che in fondo è la cosa più vicina all’idea di eternità e la musica dei Beatles ne fa parte.

Vi consiglio di tenere d’occhio i Bootleg Beatles se come me avete nostalgia degli anni sessanta – che voi li abbiate vissuti o meno. Qui trovate le date del loro tour, in continuo aggiornamento.

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1969: come Achille Lauro è diventato il Peter Punk della musica italiana

Stonando una canzone intitolata Rolls Royce sul palco dell’Ariston nel 2019, Achille Lauro consacra la sua fama per il grande pubblico dello stivale. C’è chi lo ama, e chi lo odia: non esistono vie di mezzo per il ragazzo di Municipio III.

Oggi, vi parliamo del suo 1969, l’album che ha stravolto ed elevato la sua carriera e produzione artistica creando un punk targato 2020, tutto all’italiana.

Rolls Royce. La traccia che apre l’album.

Il brano di Sanremo che ha lasciato sbigottita la generazione che guardava la manifestazione esclusivamente per vedere gli artisti invecchiati su quel palco, e che ha sempre guardato con diffidenza alle novità.

Rolls Royce è un calderone che riesce con successo a contenere tutto: sonorità che hanno il sapore di un rock leggero, un testo con riferimenti culturali al genio e alla sregolatezza, al desiderio viscerale di eccesso che accende l’umanità impigliata nel grigiore dei suoi giorni tutti uguali, giorni da cui si ha bisogno di essere salvati. È un brano fresco, ben scritto e ben costruito. E anche se i più puristi tra gli ascoltatori di buona musica non lo avranno apprezzato, ce ne faremo una ragione, e continueremo a dire che a noi è piaciuto, e ci è piaciuto parecchio.

A seguire una ballata sull’amore maledetto, C’est la vie, in cui la donna angelo della tradizione stilnovistica veste i panni di Lucifero in persona. Al centro di questa traccia, la sofferenza acuta del non poter fuggire i propri sentimenti.

Cadillac strizza l’occhio a Rolls Royce, in quanto a tematica, e farà ballare tutti senza riserve. Lo stesso farà Delinquente, che aggiunge anche un giudizio su sé stesso in chiave satirica.

Il quarto brano è Je t’aime, in cui purtroppo per chi recensisce, c’è una collaborazione con Coez. Questo elemento indebolisce notevolmente un brano che aveva il potenziale per essere uno dei migliori dell’intero disco. Esponiamo immediatamente l’elefante nella stanza: l’articolazione delle parole sempre strascicata e tendente alla sparizione dei suoni, tipica di Coez, è parecchio fastidiosa.

Tra gli altri brani che lasciano il segno, è impossibile non nominare quello che dà il nome al disco: 1969.

Brano che Lauro conferma dedicato alla madre. Anche qui sonorità nuove si mischiano a quelle di una grande tradizione culturale di rock. La batteria potente e le chitarre curate da Boss Doms non deludono nemmeno stavolta. La voglia di innovazione è tanta, e funziona. Il 1969 è la data forse più nota per gli amanti della musica. L’anno dell’estate dell’amore, Woodstock, l’anno di Stonewall e di Jim Morrison dietro le sbarre per atti osceni in luogo pubblico, l’anno della morte di Brian Jones, l’anno dell’Apollo 11 e l’anno in cui Neil Armostrong e Buzz Aldrin camminano sulla Luna.  

Roma è invece un brano che ripercorre gli anni difficili dell’adolescenza del ragazzo, descrive con estrema delicatezza il cinismo, il senso di abbandono e di insoddisfazione di chi è stato messo dal destino di fronte alla propria esistenza senza possibilità di replica. È un inno a chi non ce l’ha fatta, da parte di chi invece è riuscito.

L’album è interessante per le sue numerose citazioni religiose, correnti letterarie, musicali e culturali.

È un album di rivalsa, di voglia di esprimere in modo leggero la vastità interiore di un’intera generazione, presente e passata. Di fascinazione nei confronti di epoche lontane.

Demoni dalle sembianze angeliche e necessità di lusso sfrenato si mischiano in questo lavoro assolutamente stravolgente di Achille Lauro, che, con Boss Doms al suo fianco, passa così a scrivere una pagina tutta nuova di musica che non ha genere, non è rock, non è rap, non è trap.

Slegato da ogni convenzione, con l’intento di dare voce anche a chi quella voce l’ha assopita dentro sé, Achille Lauro diventa il Peter Punk di una nuova generazione, tutta italiana, ambiziosa e determinata a riuscire.

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