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Tina, the best: le 5 canzoni che hanno segnato la sua carriera

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie e che hanno lasciato un’ impronta indelebile nel mondo della musica. Questo mese è dedicato a Tina Turner, che proprio qualche giorno fa ha compiuto 81 anni. Ripercorriamo le tappe più significative della sua carriera, attraverso le 5 canzoni che l’hanno resa celebre in tutto il mondo.

Una donna che ha fatto della sua vita un capolavoro, ottenendo premi su premi, riconoscimenti mondiali e grandi rivincite personali.

Anna Mae Bullock è il suo vero nome, ma tutti la conoscono come Tina. Una voce soul e rock da paura (che ha mantenuto intatta per oltre 5 decenni), un’ indomabile criniera leonina e tanta tenacia e determinazione: sono questi gli ingredienti che hanno reso Tina Turner l’artista più longeva del rock mondiale. La sua vita è paragonabile a un giro di montagne russe, fatto di salite impervie ma anche di discese a tutta forza. Nel 2018 ha compiuto 60 anni di carriera, celebrata anche con l’uscita di una nuova biografia. Per questo numero di Discovery Woman abbiamo deciso di ripercorrere le tappe più significative della sua lunga carriera, attraverso le 5 canzoni che hanno segnato ogni decennio.

A Fool in Love (1960)

Per la prima volta Little Ann incide un singolo in pieno stile soul insieme a Ike, che diverrà suo marito solo qualche anno dopo. E per la prima volta compare quello che diverrà il suo nome ufficiale, Tina Turner – anche se il brano viene inciso come Ike & Tina Turner. – Con A Fool in Love esplode il successo, Little Ann inizia a diventare celebre e il suo carisma è talmente trascinante che Ike fatica a tenerla a bada.

What’s Love Got to Do with It (1984)

Dopo aver inanellato un successo dopo l’altro ed essere salita in cima alle classifiche statunitensi (sempre affiancata dall’ingombrante presenza di Ike), per Tina inizia la discesa verso il baratro. La crisi culmina nel 1978, quando i due si separano ufficialmente. Tina è libera sentimentalmente e musicalmente, eppure la sua carriera non riesce a ingranare. Deve accontentarsi di qualche serata sporadica nei locali di Las Vegas, e diventa una valletta fissa nel varietà del sabato sera di Rai Uno (all’epoca Rete 1) Luna Park, condotto da Pippo Baudo. Ma nel 1980 viene notata da Roger Davies, il manager di Olivia Newton-John. E la sua carriera riparte alla grande, sia negli Usa che in Europa: la canzone What’s Love Got to Do with It, contenuta nell’ album Private Dancer (1984) diventa la prima e unica numero 1 in classifica negli Stati Uniti, cosa che le fa vincere un Grammy Award. La carriera di Tina riparte con un cambio look che rispecchia in pieno i canoni della donna moderna: audace, sicura di sé e determinata a riprendersi tutto quello che le appartiene.

The Best (1989)

Basta un pizzico di fortuna per diventare famosi. Ma per diventare delle vere e proprie icone immortali serve talento, impegno e passione. Tutto questo Tina ce l’ha, e quando compie 50 anni lo dimostra al mondo intero con The Best, probabilmente il singolo più celebre della Turner. Ha 50 anni ma non li dimostra affatto. E’ più in forma che mai, e anche la sua voce sembra ancora più libera e potente. Con questo brano avviene ufficialmente la consacrazione: Tina Turner è la rocker più famosa al mondo.

GoldenEye (1995)

Negli anni 90 Tina prosegue la sua carriera musicale, affiancandola anche a quella di attrice e scrittrice. Nel 1995 Bono e The Edge (chitarrista degli U2) scrivono per lei GoldenEye, canzone che diverrà la colonna sonora di James Bond. Il singolo scala tutte le classifiche in Europa e negli Usa, al punto che i dj, Dave Morales e Dave Hall, realizzano per lei due versioni remix che riportano il brano in classifica.

When the Heartache is Over (2000)

Dopo due decenni di successi, Tina ha ancora il vento in poppa e diventa l’esempio per tutte le donne mature alla soglia del 2000. La sua carriera è inarrestabile, tanto che nel febbraio del 2000 appare come guest star nella fortunata serie televisiva Ally McBeal . Tina recita insieme al cast nel ruolo di se stessa e lancia uno degli ultimi singoli di successo When the Heartache is Over. Le prime note del brano ricordano chiaramente Believe di Cher: e infatti, il brano è prodotto dallo stesso team, che grazie alla magnetica voce di Tina raggiunge di nuovo le vette più alte della classifica pop e dance mondiale.

Ora, però, tocca a te: quale tra queste canzoni di Tina Turner è la tua preferita?

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RISING SOUNDS: Il piano, il beat e una vita in movimento, scopriamo chi è Vittorio Copioso

Il numero di Rising Sounds di questo mese è dedicato a Vittorio Copioso. Classe ’92, è un giovane pianista, produttore e compositore campano. Attualmente, insegnante di musica e potenziamento musicale per la scuola secondaria di primo grado. Alle spalle un percorso di studi in conservatorio e doppia specializzazione al biennio, e oggi ci parla dei suoi progetti futuri, tra EP, videoclip e trasferimenti in tutt’Italia.

Ciao Vittorio, la prima domanda è: Come stai? ‘Na bomba (Ridiamo) Si lavora, si suona e si cazzeggia. E si fanno videoclip in casa.

Dov’è che stai trascorrendo questo nuovo semi-lockdown? Precisamente, adesso mi trovo a Borgo Tossignano, nella provincia di Bologna.

Com’è iniziata la tua storia d’amore con le note musicali? È iniziata quando avevo sette anni e suonavo la tastiera. È iniziata con le basi musicali, e le canzoncine. Poi sono cresciuto, e mi sono avvicinato allo studio del pianoforte classico con il maestro Martino Nacca. È stato grazie a lui che ho scoperto il mondo del prog rock e, più in generale, del pianismo moderno. La mia prima formazione è proseguita poi nell’Accademia Arturo Toscanini di San Nicola La Strada, nella quale ho lasciato un vero e proprio pezzo di cuore, e ho conosciuto tante persone meravigliose che porto sempre nel cuore. È stata una vera e propria storia d’amore, la mia con la musica. Una storia d’amore e odio.

È interessante questa dicotomia. Perché parli d’amore e odio?

Perché ho provato tanto, tantissimo amore per una cosa che da parte sua mi ha anche fatto tanto soffrire, e spesso ho pensato di doverla abbandonare. Con la musica ho litigato più e più volte, e ho pensato di doverla abbandonare.

Come si descriverebbe “Vittorio Copioso – Il musicista”?

Lo sai, questa domanda è proprio difficile. La vera risposta è: non lo so. Perché non mi considero per davvero un musicista, almeno adesso. Non vado più a suonare in giro, ho messo da parte la vita “del live”. Anche se mi sto divertendo con le mie produzioni musicali, quelle di altri artisti. Mi sono appassionato alla composizione di musica da film. Insomma, la vita di musicista è molto, molto legata alla vita personale. Sono una persona semplice, cerco di essere modesto, allegro, e porto ciò che sono in quello che faccio. Non riesco a scindere la persona dal musicista, e viceversa.

Ultimamente hai pubblicato diversi videoclip. Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?

Niente di definitivo, a dire il vero. Mi sto divertendo a scrivere altra musica, coinvolgendo amici musicisti sparsi in giro per l’Italia. Quando avrò raccolto un buon numero di materiali che mi soddisfino sul serio, produrrò un EP. L’ennesimo, della mia carriera. (Ridiamo, poi proseguono le domande).

Quanti EP hai pubblicato, fino ad ora?

3 EP ufficiali e innumerevoli e randomici singoli.

Negli scorsi anni hai preso parte a diversi progetti in trio, in duo, da solista. C’è una di queste tipologie di formazione che preferisci?

No! (Ridiamo) Nessuna di queste tre è la mia preferita. La mia preferita è quella che avevo con i miei amici, in una band chiamata Garfield Funky Company, eravamo un collettivo musicale e suonavamo molti brani pieni di groove. Mi piace quando si è in tanti, sul palco, a suonare. E tutte le formazioni, in generale, mi sono piaciute perché ho condiviso musica con persone care. Ho suonato con Roberta Cacciapuoti nel duo Croce e Delizia, per il quale ho un amore infinito. Da poco abbiamo pubblicato una nostra versione del brano Passione con un video montato da me. E poi, beh, in trio ho avuto tante soddisfazioni. E per quanto riguarda il suonare da solo, vivo da solo, sto spesso da solo, qualcosa dovrò pur fare per non impazzire!

Hai collaborato con diversi artisti, nel corso degli anni. Ci racconti le esperienze che hai preferito?

Innanzitutto quella col mio trio, il Vittorio Copioso Trio, di base a Perugia, col quale abbiamo suonato e riarrangiato brani scritti da me in chiave hip-hop e jazz. Ci siamo divertiti con la libera improvvisazione, le cose erano spesso estemporanee. E, sempre a Perugia, ho suonato con il Cobres Trio. Eravamo la band resident in un locale in cui facevamo jam sessions. Ho scritto la sigla di Radio Pizza Olanda ed è stato estremamente divertente! Un’altra esperienza è stata quella di suonare con Stefano Di Battista, per un evento molto bello. Abbiamo suonato su una zattera in mezzo al lago. In tutto eravamo 12 musicisti, e come special guest Stefano Di Battista ha suonato qualche pezzo con noi, è stato veramente un onore. Inoltre, lo scorso luglio, ho partecipato ad un festival bellissimo chiamato “Il cantiere”. Abbiamo suonato ad Arezzo, e ho musicato una scena di un film. È stata una grandissima e bellissima esperienza, in collaborazione col conservatorio di Rovigo. Si tratta di un festival di lunga data, sono 45 anni che si ripete, e prendervi parte è stato veramente indimenticabile.

Ce n’è stata qualcuna che invece avresti evitato, e magari, tornando indietro non ripeteresti?

No, in realtà no. Ogni esperienza serve. Magari, qualcosa la modificherei, ma fondamentalmente rifarei tutto.

Com’è la tua vita tra composizione ed insegnamento?

Adesso, l’insegnamento della musica e del potenziamento musicale nella scuola secondaria di primo grado è diventato il mio lavoro principale. Mentre la composizione è il mio momento di sperimentazione, divertimento. Mando materiale a persone, amici.

Da qualche anno, sappiamo che hai fondato una tua etichetta indipendente, la Beat House Label. Ce ne vuoi parlare?

Trovare un’etichetta al giorno d’oggi è una cosa veramente complessa. Quando vuoi pubblicare qualcosa, qualcosa di tuo, vai incontro a tantissime problematiche. Quindi Beat House è il mio ponte personale tramite cui arrivare a tutte le piattaforme. Non si tratta solo di un’etichetta privata, usata solo da me, ma tramite Beat House lavoro nel mondo della post-produzione per altri artisti, per esempio la Drama SMP, composta da me e Federico Pedini, tramite cui scriviamo musica per film, e curiamo missaggio ed editing del materiale da noi prodotto. Quindi anche la sincronizzazione sotto le immagini, e via dicendo.

Quindi prendete in considerazione anche altri artisti, oltre alla vostra cerchia strettamente intima?

Sì, tutti quelli che hanno bisogno di missaggio, mastering, produzione musicale. Si predilige il mondo “groovy”, musica rap, hip-hop, che abbia sapori afro-cubani. Per ora è un’etichetta piccola, ma dà tante soddisfazioni. Io la chiamo “etichetta itinerante”, perché si sposta insieme a me. Mi piacerebbe, anche per il futuro, mantenere tutto più o meno online.

Che cosa bolle in pentola per i prossimi mesi?

Presto, spero, pubblicherò la mia tesi. Stiamo aspettando il momento giusto per pubblicarla, ed è la cosa più importante che aspetto. Per il resto, sono aperto a quello che la vita mi metterà davanti. Non mi spaventano i cambiamenti!

Vittorio, la nostra intervista è finita. Grazie per esserti raccontato, e grazie per aver condiviso con noi la tua musica e i tuoi progetti.

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Le recensioni di SLQS: ’10 Songs’ dei Travis

L’articolo di oggi è dedicato a una band molto sottovalutata in Italia, ma amatissima nel Regno Unito. Stiamo parlando dei Travis, band britpop nata a Glasgow agli inzi degli anni novanta, il cui successo esplode letteralmente grazie a Sing, un brano del 2001 diventato un vero e proprio tormentone. Molti di voi ricorderanno la canzone per l’irriverente video musicale in rotazione su Mtv, in cui le chiacchiere di una formale ed elegante cena si trasformano in rabbiosi lanci di cibo. La band acquisisce visibilità nel Regno Unito, in piena Oasis-mania, con l’album Good Feeling del 1997. Proprio per gli Oasis aprono una serie di concerti e Noel Gallagher si dichiara da subito loro fan. Da allora ad oggi molto è successo: collaborazioni con artisti del calibro di Paul McCartney, tour mondiali da record (quello che seguì l’uscita di The Man Who contava ben 237 date in giro per il mondo!) e naturalmente tanta splendida musica. Il 9 ottobre sono ritornati con l’attesissimo 10 Songs ed io non potevo fare altro che correre ad ascoltarlo.

10 Songs è esattamente come me lo aspettavo. Metterò da parte i tecnicismi, perché credo che il sound di questo disco si possa descrivere perfettamente con un’immagine, quella di un viaggio malinconico verso casa, al caldo nella coupé di un treno mentre fuori fa freddo. Per la prima volta dal 2003 il frontman della band, Fran Healy, assume pieno controllo sui testi e il risultato non delude affatto.

Il disco si apre con Waving at the Window, il cui unico difetto è quello di essere stata messa proprio come prima traccia. E’ senza dubbio il pezzo più forte dell’album, di quelli che per riprenderti dall’ascolto ci metti un po’ (e forse per questo l’avrei vista meglio come ultima traccia). Splendido il pianoforte, splendido il testo che, se hai detto addio a qualcuno almeno una volta nella vita, ti ridurrà lo stomaco a brandelli (All the days without you, I’m gonna wake/ All the plans without me, you’re gonna make/ Give it another chance, give it another go/ Don’t wanna see you waving at the window).

La tracklist prosegue con un duetto, quello con Susanna Hoffs, voce di The Bangles. Il titolo è The Only Thing e la voce calda di Susanna contribuisce sicuramente a dare carattere a questa canzone d’amore che sembra figlia di altri tempi. La traccia numero tre, una delle poche passata dalle radio italiane, si chiama Valentine ed è, con il crescendo che la caratterizza e le sue chitarre insolenti, in netto contrasto con la traccia precedente. Ma è soltanto una parentesi, perché con Butterflies torniamo a sederci nella carrozza del nostro treno per riflettere sulle occasioni che non abbiamo avuto il coraggio di sfruttare, mentre gli anni sono scivolati via (‘Cause you’re still chasing butterflies/ Watching all the years roll by).

A Million Hearts è un altro highlight del disco: ancora una volta è la melodia del pianoforte a farla da padrone e, ancora una volta, si parla di un addio (‘You’re one in a million hearts/ Letting go of you is tearing me apart). A questo punto arriva A Ghost, che a mio avviso non è solo uno dei migliori brani di questo disco ma anche dell’intera discografia dei Travis: se li avete amati agli inizi del secolo in The Man Who e in The Invisible Band, con questo brano tornerete a innamorarvi di loro. Menzione speciale per le linee di basso (alle quali, lo ammetto, sono particolarmente sensibile). Il fantasma del titolo è quello che si riflette nel nostro specchio e che ci costringe a fare i conti con il nostro passato, con quello che abbiamo nascosto, omesso e taciuto (All my past is shoring up/ Beating on my door won’t stop/ Couldn’t lie so I made it up/ And I can’t even say why). A consolarci arrivano le chitarre della dolcissima All Fall Down, che ci ricorda quanto sia ostinato l’amore vero.

La traccia numero otto, Kissing in the wind, è il classico brano che ci si aspetta dai Travis e che riassume un po’ tutti i motivi per cui ci piacciono. Penultima canzone dell’album , Nina’s Song, è una ballad che sembra non appartenere a nessun epoca, di quelle piene ma costruita su un vuoto immenso, quello causato dalla mancanza di un padre. Fran Healy confessa di avere avuto questa canzone dentro di sé per molto tempo, essendo cresciuto soltanto con sua madre. I temi della mancanza, dell’addio, della perdita e del vuoto sembrano attraversare a occhio e croce tutto 10 Songs. Eppure, l’ultimo brano, No Love Lost, pur riprendendo il mood dell’intero disco (complice il pianoforte) sembra lasciarci negli ultimi versi un messaggio di speranza, mettendo da parte tristezze, rabbie e rancori e ricordandoci che sono le circostanze e il tempo, immense rispetto a noi gocce di pioggia, a determinare la nostra traiettoria.

Three drops on a window pane
Just rolling down together
No fear, no regret, no shame
Just under the weather.

E tu hai ascoltato questo disco? Qual è il tuo brano preferito? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa: l’esordio di Vanbasten

L’esordio di questo giovane cantautore romano in realtà ha una genesi piuttosto singolare. Carlo Alberto Moretti, in arte Vanbasten, inizia a fare musica a 22 anni. Prima era un calciatore, ma per amore della musica inizia a scrivere canzoni e ne mette insieme un bel po’, prima di decidere che è arrivato il momento di pubblicarle.

“Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” raccoglie una buona parte di quella produzione, intessuta di basi new wave e con un’attitudine decisamente punk. Un album che contiene 10 brani, rappresentativi di un immaginario fatto di periferie, amori, ferite, violenza, sconfitte, voglia di rivincita e di riscatto, in cui è l’esigenza di descrivere la realtà a guidare la narrazione.

Il percorso artistico di Vanbasten lo ha condotto su strade musicali collaterali e anarchiche. Dal rap, al punk, fino alla scrittura di testi e musica: ogni fase della sua formazione ha seguito un percorso proprio, che è stato il preludio di questo disco tanto atteso.

In Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa parli principalmente di vite di periferia e delle difficoltà quotidiane che, proprio in periferia, sono enormemente amplificate. Cos’è cambiato per te da quando hai scritto quelle canzoni? Da quando vivo le periferie l’unico grande cambiamento che ho visto è stato con il Covid. Non è mai cambiato nulla, c’è sempre stato una sorta di immobilismo, un problema atavico che con il Covid si è solo amplificato. Probabilmente, rispetto al passato, oggi la periferia è anche più inglobata, perché con il motorino ci si sposta facilmente. Io sono cresciuto a San Basilio, dove è cresciuto anche mio padre; ma tra i miei e i suoi racconti ti accorgi che sì, la periferia è cambiata in questi 40 anni, ma lo ha fatto in peggio. Prima era più romantica come forma; oggi, semplicemente, chi ha meno va più lontano.

Ci vuole coraggio a esordire in un periodo storico così incerto, oppure per te non era più possibile aspettare che il disco uscisse in un altro momento? Direi che il coraggio in questo periodo ce l’hanno tutti gli infermieri…ma per quanto riguarda me, ho considerato che questo fosse il momento migliore per far uscire il disco. Senza essere ipocrita, io faccio parte di un sottobosco di artisti, e questo momento in cui “il tempo si è fermato” per me ha rappresentato un vantaggio, perché ho pensato di fare uscire un disco che già da tempo avevo lì; nel frattempo, ho anche la possibilità di crearmi già lo stacco per prepararmi a cose nuove.

Nella foto della cover del disco hai deciso di mettere una tua foto da piccolo. Com’è nata l’idea? Ho avuto il piacere di essere seguito da Valerio Bura per tutto ciò che riguarda l’immagine; ma poi è nata l’idea di fare questa copertina, che alla fine ha realizzato la mia ragazza che fa l’illustratrice. Il mio desiderio era quello di avere una copertina che rispecchiasse l’anima del disco, canzoni che avevo scritto già da tempo e alle quali sono molto legato. Non volevo una cover necessariamente cool, ma qualcosa di sincero. Quindi, lei mi ha detto che avrebbe provato a fare qualcosa che forse mi sarebbe piaciuto. E devo dire che ci ha preso in pieno.

“A metà degli anni 90, mio padre mi aveva regalato una maglietta dell’Olanda, quelle magliette sportive fatte con quella specie di acrilico che, se non stavi attento, facevi la fine del vestito ridotto a un filo, come nella pubblicità della Martini. Io scendevo a giocare con questa maglietta sotto casa; nessuno sapeva il mio nome, ma tutti mi chiamavano Vanbasten.

Crescendo mi è rimasto il soprannome: Carlo Vanbasten”

Quando hai iniziato a capire che la musica era la tua strada? Il momento in cui ho cominciato a capire che volevo fare musica di base è stato quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni. Ho sempre scritto per gli altri, mai per me, e quando vedevo che quello che facevo portava beneficio alle persone accanto a me, mi sono visto un po’ come un medico cyber-punk, dato che suonavo principalmente punk. Iniettare una dose di autostima attraverso le canzoni mi affascinava troppo, perché ho capito che poteva diventare una cosa molto personale che mi faceva stare bene.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali e quelli che invece hai nella vita? Il mio è stato un percorso un po’ anarchico. Ho avuto una formazione musicale particolare, perché mi sono reso conto del mio potenziale solo verso i 22 anni. Al liceo ero affascinato dalla musica ma la vedevo come una cosa da sfigati, perché mi facevo influenzare da tutta quella fascia di pischelli che entravano a scuola con la chitarra e me la facevano prendere a male. Finita l’onda liceale, verso i 18-19 anni ho cominciato ad avere frontali continui con la New Wave, in particolare con Joy Division e Ian Curtis. Ma sicuramente anche il cantautorato italiano è stato fondamentale, una continua scuola per tutti quelli che vogliono fare questo mestiere. Per quanto riguarda i punti di riferimento nella vita per me bastano i miei genitori. Sono anche un amante di Pavese, Pasolini, tutti quei pionieri letterari che avevano anche una forma carismatica fisica.

Tra tutte le canzoni del disco qual è quella che per te è stata più difficile scrivere? Sparare sempre. Quella canzone, a differenza di tutte le altre, l’ho scritta perché ne volevo una per me, un mio inno. L’ho cominciata una mattina, per caso, nel periodo in cui avevo da poco iniziato a uscire con quella che è la mia attuale ragazza. Non avevo dormito molto e ho buttato giù solo i primi accordi. L’ho terminata dopo tantissimo tempo ed è diventata la canzone che mia madre mi chiedeva di cantarle sempre, quando era in ospedale. Il titolo, invece, è nato grazie a Carolina, una bambina autistica alla quale la mia ragazza faceva ripetizioni. Siccome le faceva ascoltare anche le mie produzioni, un giorno Carolina ha chiesto: “Mi fai sentire Sparare sempre?” E da quel momento è diventato il titolo definitivo.

Cosa provi adesso che quelle “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” sono finalmente uscite? Ancora lo sto provando, perché le ho covate talmente tanto che adesso, secondo me, il processo di rilascio è un po’ lungo. Ma ti posso dire che è figo, è una sensazione indescrivibile.

Ascolta “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” su Youtube e Spotify. Segui Vanbasten su Facebook e Instagram.

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Le canzoni più nostalgiche di Max Pezzali: le vostre scelte

Non è un segreto, qui a Smells Like Queen Spirit amiamo festeggiare i compleanni dei nostri artisti preferiti dedicando loro degli articoli divertenti, nei quali raccogliamo curiosità, notizie, e chi più ne ha più ne metta! Oggi però, faremo qualcosa di diverso. Domani Max Pezzali compie 53 anni. Ed abbiamo raccolto le vostre canzoni preferite, per una playlist nostalgica da ascoltare in queste giornate incerte tra mura di casa e sprazzi di mondo esterno. Auguri, Max!

Voce inconfondibile degli 883, al fianco dell’amico Mauro Repetto fino al 2004, per poi proseguire con una carriera da solista, Max Pezzali ha firmato testi su testi diventati inni generazionali. Bastano poche parole e boom!, si viaggia indietro nel tempo.

La nostalgia si mescola ai ricordi, e ci si ritrova a cantare con degli sconosciuti intere canzoni a memoria.

Vi abbiamo chiesto quali fossero, per voi, le canzoni di Max Pezzali che riuscivano a lanciarvi in questa dimensione spazio-temporale così mista e adesso condivideremo le vostre risposte.

Mettetevi comodi, si parte.

Lo strano percorso

…di ognuno di noooooi,

che neanche un grande libro un grande film
potrebbero descrivere mai,

per quanto è complicato
e imprevedibile
per quanto in un secondo tutto può cambiare
niente resta com’è.

Possiamo ammetterlo, l’abbiamo letta tutti cantando.

M. ha scelto questo titolo, ed è iniziato così il nostro viaggio.

Gli anni

Scelta da L. e P., Gli anni riesce in qualche modo ad adattarsi ad ogni generazione. I termini diventano facilmente interpretabili. L’ansia delle responsabilità che arrivano, e dei nostri timori, di non essere all’altezza, di ritrovarsi a superare il limite dei vent’anni e non essere certi di avere quelle sicurezze che bisognerebbe avere. Forse le canzoni, è vero, non sono la risposta ai problemi. Ma ci aiutano davvero a sentirci meno soli.

Nord Sud Ovest Est

V., G., e S. non hanno dubbi: scelgono l’inno del viaggio interiore e non solo. Saltiamo in auto alla ricerca di qualcosa, ma…

…forse, quel che cerco neanche c’è.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno

…e chi sia stato, non si sa!

Forse è tra i brani più iconici degli 883. Che voglia di gridare tutti insieme davanti al karaoke, ragazzi!

Grazie S., per averla suggerita.

La regina del Celebrità

Qualcuno è stato davvero al Celebrità? Noi, personalmente no, e nemmeno L. che ha suggerito questo pezzo. Tuttavia, è come se ci fossimo andati tutti. No?

Con un Deca

V. sceglie Con un Deca. Deca, nel gergo giovanile usato alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, voleva dire “banconota da diecimila lire”. E non ci si poteva fare poi molto, da adolescenti, se non progetti e sogni.

Con un deca non si può andar via.

E adesso, dulcis in fundo, ecco le canzoni d’amore che avete scelto!

Il mondo insieme a te

M. condivide con noi una canzone d’amore dolcissima e tenera.

Eccoti

V. e F. hanno scelto Eccoti

Una canzone d’amore

Scelta da S., ma quant’è bella questa?

Sei fantastica

Ce la manda V. Abbiamo un sacco di amore da condividere, oggi!

Essere in te

S. ci manda questo pezzo struggente da morire. Se l’intento era farci piangere, ci sei riuscito!

Come mai

R. ha scelto questa canzone, che abbiamo deciso di mettere in chiusura a questo pazzo articolo. Come mai fa parte della nostra cultura, è radicata nelle nostre menti tanto quanto il 5 maggio e la canzoncina usata per ricordare quanti giorni abbia ogni mese, e noi, in tutta onestà, non potremmo esserne più felici.

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Tra fuoco e neve: “Superpoteri” è il nuovo videoclip di Saverio D’Andrea

Il cantautore torna con una canzone d’amore estratta dal suo album di esordio “Anatomia di una colluttazione”. A fare da sfondo la Sicilia e l’Abruzzo, per raccontare il viaggio di un uomo nella sua anima.

È ufficialmente disponibile su YouTube il videoclip di Superpoteri, brano tratto dall’album d’esordio Anatomia di una colluttazione di Saverio D’Andrea, uscito per Isola Tobia Label e acquistabile sul sito web dell’etichetta – anche in copia fisica – e sui digital stores.

La canzone racconta di un amore puro e sincero, nel quale non si ha paura di mostrarsi per quel che si è, ma si cresce e ci si accetta anche nelle proprie fragilità, che diventano anzi un valore aggiunto. Il sentimento diventa quindi un viaggio dentro sé stessi, attraverso le terre dell’anima. Quelle terre rivivono concretamente nell’ambientazione del video, che è stato girato, per la regia di Emanuele Torre, in Sicilia e Abruzzo.

A fare da scenario sono i megaliti dell’Argimusco e la riserva naturale orientata dei laghetti di Marinello nel Messinese e l’altopiano innevato di Campo Imperatore nell’Aquilano. La scelta dei luoghi richiama in particolare il contrasto tra fuoco e neve, elementi citati nel testo del brano soprattutto per simboleggiare le avversità che possono essere superate, con spirito di condivisione, attraverso appunto l’amore.

Il lancio del videoclip è stato preceduto dall’iniziativa “Superpoetry”, un originale countdown di 15 giorni sulle pagine social di Saverio, con 15 poesie scelte da persone a lui care, pensando a Superpoteri ( ecco il link alla raccolta completa su Facebook). Il nome del contest altro non è che l’anagramma del titolo della canzone.

foto di scena a cura di Emanuele Torre

A proposito del brano, ecco cosa pensa Saverio D’Andrea: “Superpoteri è quella che può essere considerata la mia prima vera canzone d’amore. La scrissi di getto, in un pomeriggio estivo strano col cielo quasi giallo e fuori dal tempo, in cui avevo bisogno di staccarmi da quello che avevo intorno per immergermi in un’emozione forte che stavo vivendo e che aveva urgenza di essere tradotta in parole e musica. Fu un atto liberatorio, catartico. Come le altre tracce dell’album Anatomia di una colluttazione, questo brano si lega all’idea di quello sguardo profondo su sé stessi che si rivela indispensabile per far funzionare le cose in due e con gli altri in generale. Anche la scelta di un arrangiamento minimale e di un cantato quasi sussurrato non è casuale: tutto concorre infatti alla narrazione di un sentimento che dà voce all’essenziale e che lava via il superfluo per veicolare un messaggio d’amore universale. Superpoteri racconta della voglia di seguire i propri sogni restando l’uno vicino all’altro sempre, del desiderio di arricchirsi abbracciando le differenze, è il ritratto di un amore che attraverso il sacrificio e la dedizione finisce per fortificare un legame che va oltre la vita e la morte e che resiste al tempo e allo spazio. Persino le imperfezioni diventano mattoncini per edificare nuove possibilità di crescita, diventa semplice imparare a chiedere aiuto e trovare il coraggio di mostrarsi per ciò che si è, per quanto complessi. Questi concetti vengono riproposti anche nel videoclip, dove non è una narrazione realistica a scandire le scene, ma piuttosto il linguaggio scelto è pensato per descrivere un mondo di suggestioni nel quale il simbolismo delle immagini e dei colori fa da impalcatura al messaggio centrale delle parole del testo ”.

VIDEOCLIP

Il videoclip di Superpoteri è stato diretto da Emanuele Torre – che ha curato anche le riprese insieme a Lorenzo Cascone – e vede come protagonista assoluto lo stesso Saverio D’Andrea. A fare da sfondo la Sicilia e l’Abruzzo, regioni scelte per simboleggiare i due elementi contrapposti del fuoco e della neve, evocati nel testo della canzone e richiamati dai colori e dalle caratteristiche di questi luoghi. In particolare, i set siciliani sono stati allestiti nel sito naturalistico e archeologico dell’Argimusco e nella riserva naturale orientata dei laghetti di Marinello, entrambi nel Messinese, mentre il paesaggio innevato presente in alcune scene è quello dell’altopiano di Campo Imperatore, nell’Aquilano. Filo conduttore del video è l’idea del viaggio, soprattutto metaforico, che il cantautore compie in gran parte a piedi nudi, scoprendo luoghi nuovi, con lo sguardo dritto verso l’orizzonte fino a farsi aperto e pronto al cambiamento. La resa dei concetti espressi dalle immagini è enfatizzata anche dal montaggio dei frames, che in alcuni passaggi ricordano la visione di un caleidoscopio. Nel suo percorso inoltre, l’artista s’imbatte in alcuni simboli rappresentativi legati al testo della canzone, come ad esempio l’astronave di cartone e il cuore che viene avvicinato allo specchio, quest’ultimo a suggerire il desiderio di mettersi a nudo esponendo alla vista di sé stesso e dell’altro tutte le proprie fragilità.

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Qui trovi invece il link all’ intervista al cantautore, per la rubrica Rising Sounds.

Che fine hanno fatto #7 – Intervista a Veronica Rubino (Lollipop)

Credo siamo tutti d’accordo sul fatto che i talent show siano stati il più grande fenomeno televisivo di tutti i tempi. Per la più nostalgica delle nostre rubriche, ovvero l’amatissima Che fine hanno fatto, abbiamo deciso di portarvi agli arbori di questo fenomeno globale. Siamo nel 2001, in Italia non si vedono ancora gli Amici, non si sa ancora cos’è l’ X-Factor, né tantomeno si cerca The Voice e si tenta di dimostrare che Italia’s Got Talent. Insomma, chi vuole fare il cantante di mestiere deve fare ancora la gavetta alla vecchia maniera: armarsi di pazienza, diffondere il più possibile demo e suonare nei posti più improbabili sperando che l’incontro galeotto con il manager di turno possa regalargli il sospirato contratto discografico. Qualcuno ricorderà un certo programma andato in onda nel 2002 chiamato Operazione Trionfo, poi diventato Star Academy, il cui claim era quello di essere il papà di tutti i talent (così come recitato nello slogan promozionale da un giovanissimo Francesco Facchinetti). Eppure, tecnicamente, prima di Operazione Trionfo c’è stato Popstar, il talent nato con l’obiettivo di articolare la risposta italiana alle Spice Girls. Questa risposta si chiamerà Lollipop, girlband dalla carriera breve ma molto, molto intensa, che si scioglie nel 2005 dopo aver messo a segno un successo dopo l’altro tra 2001 e il 2002. Facevano parte del gruppo le giovanissime Dominique Fidanza, Roberta Ruiu, Marcella Ovani, Marta Falcone e Veronica Rubino. Proprio quest’ultima ha accettato di fare quattro chiacchiere con noi, raccontandoci cosa volesse dire far parte delle Lollipop e aver partecipato al primo talent show italiano della storia.

Chi era Veronica prima di cominciare la sua avventura a Popstar?
Ero una ragazza semplice, una diciannovenne di Caserta da poco diplomata al liceo scientifico che stava frequentando il primo anno della facoltà di Giurisprudenza. Non mi ero mai spostata molto e quei primi tragitti in treno, ripresa dalle telecamere di Italia Uno, furono di fatto i miei primi viaggi. Non avevo le idee molto chiare su cosa mi sarebbe piaciuto fare in futuro, ma con buone probabilità sarei diventata avvocato. Intanto cantavo in un gruppo insieme ai miei compagni del liceo, esercitandomi nei garage e esibendomi nei pub della zona.

Come sei arrivata a Popstar?
Mia sorella maggiore adocchiò le scritte sovrimpressione che scorrevano sotto i programmi Mediaset. Si cercavano ragazze che sapessero cantare, ballare e recitare per un nuovo programma chiamato appunto Popstar. Mia sorella mi iscrisse ai casting di nascosto. Io ero piuttosto timida, neanche ci pensavo a fare provini e ad andare in TV! Quando la redazione mi chiamò ero sconvolta. Mia sorella venne con me a tutti i provini. Ricordo il primo, al Teatro Augusteo di Napoli, insieme a tantissime ragazze campane piene di talento che nemmeno sapevano che lo scopo del programma fosse quello di formare una band. Ci chiedevamo cosa sarebbe successo. Non sapevamo ancora bene cosa fosse un reality o un talent show: Saranno Famosi sarebbe arrivato solo l’anno dopo e il Grande Fratello era solo alla prima edizione.

Cosa è successo dopo la proclamazione delle vincitrici di Popstar?
In occasione dell’ultima puntata di Popstar fummo letteralmente investite da un fiume di fan e sostenitori, così i discografici si resero conto che i riflettori potevano spegnersi sul programma, ma di sicuro non sulle neonate Lollipop. Ci proposero di incidere un disco, sull’onda del successo che aveva già avuto il nostro primo singolo Down Down Down, diventato disco di platino. Il nostro primo album, intitolato Popstar, uscì il 1 giugno 2001.

Come avete gestito la fama improvvisa?
Girammo l’Italia con il Tim Tour, il Festivalbar, decine di serate-evento sempre super affollate, nelle discoteche di tutta Italia. Poi avevamo le prove, i video da girare, le trasmissioni televisive. Eravamo letteralmente frastornate e stentavamo a realizzare quello che ci stava accadendo, che ormai eravamo diventate famose. Ci siamo rese conto di tutto solo quando i riflettori si sono spenti del tutto e negli anni successivi allo scioglimento della band.

L’esperienza più bella che hai fatto da Lollipop?
Ogni esperienza fatta in quel periodo è stata bella a suo modo, ma la cosa più incredibile è stata incontrare alcuni dei miei idoli. Una volta le Destiny’s Child si sono esibite al Festivalbar subito prima di noi e io avevo le lacrime dall’incredulità. Dopo la nostra esibizione siamo andate nel loro camerino per scambiare qualche parola e farci delle foto insieme. È stato bellissimo anche incontrare Alicia Keys al Festival di Sanremo e ascoltarla suonare Ave Maria al pianoforte durante le prove. Beyoncé e Alicia Keys sono artiste che seguo ancora oggi, sapere di averle incontrate di persona è incredibile.

Come hanno vissuto le Lollipop il Festival di Sanremo, al quale avete partecipato nel 2002?
Il Festival di Sanremo è bellissimo, faticoso e passa in un lampo. Noi Lollipop non ci siamo arrivate al meglio: la pressione mediatica e psicologica che precede un evento del genere è davvero tanta. Eravamo giovani, inesperte e non eravamo abituate ad esibirci dal vivo. Bisogna infatti tenere presente che eravamo negli anni d’oro del playback e le esibizioni live erano rarissime. Facemmo del nostro meglio con il poco tempo a disposizione per le prove ma l’esibizione, come è noto, non andò benissimo. Il nostro brano Batte Forte fu comunque premiato dal pubblico, ricordo che divenne la suoneria più scaricata di quel periodo.

Immagino non fosse semplice per cinque semi-sconosciute essersi ritrovate spalla a spalla ad affrontare questo mestiere e la notorietà. Com’erano i vostri rapporti?
Non semplici. Eravamo troppo diverse tra di noi. Regioni diverse, mentalità diversa, temperamento diverso. Gli scontri erano, come puoi immaginare, abbastanza frequenti. D’altronde siamo state investite da una fama immensa e sebbene ci abbiano guidate in modo eccellente dal punto di vista artistico, forse avremmo avuto bisogno di un aiuto anche sul piano personale e interpersonale. È facile farsi sfuggire di mano la situazione quando si è così giovani, finendo per creare squilibri nel gruppo nel tentativo di imporsi e far valere il proprio punto di vista.

È per questo che nel 2005 vi siete sciolte?
Ci siamo sciolte perché non andavamo più d’accordo, non riuscivamo più a stabilire dei compromessi. Io, personalmente, avrei voluto evitarlo: mi sentivo investita di una fortuna che chiunque avrebbe voluto avere e che avrei voluto fossimo in grado di gestire, mettendo da parte gli screzi. Ma non ci siamo riuscite.

Però, poi, avete tentato il ritorno…
Esatto. Nel 2013 siamo tornate in quattro (senza Dominique) con il brano Ciao (Reload), prodotto dal dj Mario Fargetta. In seguito anche Roberta ha deciso di abbandonare definitivamente il progetto. Rimaste in tre, abbiamo dato vita nel 2018 al nostro ultimo singolo, Ritmo Tribale (qui il video ufficiale). Io, Marta e Marcella crediamo ancora al progetto e pensiamo non sia giusto abbandonare quel gruppo di affezionati che ancora ci segue. Tra un pò le Lollipop compiranno vent’anni e abbiamo in serbo una sorpresa per i nostri fan, sperando di non essere ancora in lockdown…

L’ultima domanda dell’intervista corrisponde, come sempre, al titolo della rubrica. Che fine hai fatto?
In questi anni ho avuto lavori di ufficio e mi sono occupata di import-export, ho lavorato nel negozio di abbigliamento di famiglia e sono persino diventata mamma di un bambino che adesso ha otto anni. Non ho mai abbandonato la musica: ho continuato a studiare (anche insieme al maestro Pino Perris) e nel 2008 ho fondato, insieme a mio marito e ad altri soci, l’etichetta Deependence Rec. Ci occupiamo anche di eventi musicali, come dj set e eventi live, coinvolgendo giovani e artisti emergenti nel territorio della provincia di Napoli, dove vivo. Al momento siamo in stand-by a causa del covid, ma speriamo di ricominciare quanto prima.

Noi di SLQS siamo molto curiose di scoprire che sopresa ci riservano le Lollipop in occasione del loro ventennale e facciamo un in bocca al lupo a Veronica per tutti i suoi progetti futuri!

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5 curiosità su Bryan Adams

Auguri, Bryan Adams! La star canadese ieri ha spento 61 candeline sulla sua torta di compleanno. E noi di Smells Like Queen Spirit, che lo amiamo, abbiamo deciso di dedicargli l’articolo di oggi mettendo insieme queste 5 curiosità su di lui. Se anche voi siete fan di brani come Heaven, Summer of ’69, ed (Everything I Do) I Do it For You, mettetevi comodi e scopritele tutte!

1) Bryan Adams è vegano da oltre 30 anni

Come Joaquin Phoenix, Mayim Bialik (la Amy Farrah Fowler in ‘The Big Bang Theory’) e Pamela Anderson, anche Bryan Adams è un fermo sostenitore dello stile di vita vegano. I fan che imitano la sua politica attribuiscono il suo bell’aspetto giovane proprio alle sue scelte alimentari. Cerca di sensibilizzare quante più persone possibili sul tema, tanto che lo scorso dicembre ha intrapreso un viaggio in giro per il mondo, proprio per diffondere il suo messaggio ed invitare il pubblico ad abbracciare il veganesimo.

2) Click!

Bryan non è solo un grande artista musicale. In questi anni la sua fama si è affermata anche in quanto stimato fotografo. In questa carriera parallela alla musica, ha ritratto diversi nomi piuttosto importanti dietro il suo obiettivo: la supermodella Naomi Campell, la celebre Jennifer Aniston e, indovinate un po’, persino Sua Maestà Elisabetta II! Pazzesco, vero?

3) Cinema? Sì, grazie, ma solo se è di un certo spessore!

Ebbene sì, oltre ad essere un fotografo ed un musicista, Bryan Adams è anche un attore. Infatti, ha preso parte a ben due diverse pellicole: Pink Cadillac, film del 1989 di Buddy Van Horn, in cui Bryan ha recitato al fianco di Clint Eastwood, e, anche se per brevi apparizioni, Jim Carrey; e House of Fools, film russo del 2002 di Andrei Konchalovsky sulla condizione psichiatrica di pazienti e soldati durante la guerra di Cecenia.

4) Ordine del Canada

È un membro dell’Ordine del Canada, fondato dalla Regina Elisabetta II nel 1967. Diventarne membro equivale ad ottenere la più alta onorificenza concessa dallo Stato dello sciroppo d’acero e degli inverni pungenti. Come si ottiene l’accesso all’ordine? Essendo personaggi canadesi distinti e particolarmente in vista.

5) Bryan Adams Foundation

Nel 2006, l’artista poliedrico ha fondato la Bryan Adams Foundation, qui trovate il sito ufficiale: The Bryan Adams Foundation. Quest’associazione è nata promuovere l’istruzione infantile e giovanile in tutto il mondo, e, in generale, per sostenere con aiuti economici le fasce più deboli della popolazione mondiale, e migliorare le loro condizioni di vita.

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La recensione di Parco Gonzo, l’EP d’esordio de I Casini di Shea

Si definiscono “le scimmie dell’underground italiano”, perché non hanno regole. Ma in realtà, I Casini di Shea una regola ce l’hanno: far esplodere gli strumenti, scatenando l’inferno.

Ebbene si, chi pensa di trovarsi di fronte al solito trio di recente formazione ( praticamente un anno fa) senza né arte, né parte, rimarrà deluso. I Casini di Shea sono incandescenti e la potenza vocale e strumentale di questa band non può lasciare indifferenti. O li ami, o li odi.

Parco Gonzo è il loro primo EP, uscito lo scorso 25 settembre e anticipato dal singolo Sostanze, un brano ipnotico con un videoclip ironico e disturbante, dove immagini pubblicitarie, scene distorte di film e sequenze animate si susseguono al ritmo incalzante della prepotente batteria di Simone Buoncompagni.

La voce e la chitarra di Mauro Mariotti sono degne eredi della migliore tradizione punk e hardcore, ma è il basso di Andrea Marcellini a dare il colpo di grazia, scandendo la ritmica di un pezzo che si accende sempre di più verso il finale, fino a scoppiare con un urlo potente e liberatorio.

Insomma, se non si fosse capito, I Casini di Shea non sono adatti a chi è debole di cuore. Il loro è un rock alternativo davvero cattivo, capace di risvegliare i morti.

Un esordio con il botto: tre tracce, tre piccoli gioielli, che ci fanno presagire un futuro d’oro per questi ragazzi di Ancona. Con Parco Gonzo dimostrano di avere un’identità musicale ben delineata e molta classe da vendere. Anche a chi questo genere lo suona da molto più tempo.

Ascolta il disco su Spotify e segui I Casini di Shea su su Facebook e Instagram.

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‘And after all…you’re my Wonderwall’. Identikit di un inno generazionale.

È il maggio del 1995 quando gli Oasis si rinchiudono per due settimane nei Rockfield Studios, in Galles, per registrare il loro secondo album, lo straordinario (What’s the Story?) Morning Glory che, uscito il 2 ottobre 1995, li consacrerà come la band inglese di maggior successo degli anni novanta e leader indiscussi del movimento del brit-pop. Il successo è dovuto soprattutto al terzo singolo estratto dal disco, Wonderwall, che proprio oggi compie venticinque anni. Vogliamo perciò ripercorrere la storia di questo brano intramontabile, inno di un’intera generazione, scritto da Noel Gallagher e reso unico dalla vocalità di suo fratello Liam.

Il titolo e il significato del brano conservano ancora oggi un certo mistero ed è forse anche questo a renderlo così amato. Wonderwall significa letteralmente muro delle meraviglie, è una parola volutamente nonsense. In un primo momento Noel dà alla canzone il titolo Wishing Stone, anche questo nonsense, ma ci ripensa perché non soddisfatto di come si inserisce nel ritornello. Sceglie quindi Wonderwall e in questa scelta vi è racchiuso un omaggio a George Harrison che aveva intitolato una sua produzione da solista proprio Wonderwall Songs, raccolta che fece da colonna sonora a un film intitolato proprio Wonderwall, il cui protagonista spiava la donna da lui desiderata attraverso dei buchi sul muro, appunto il muro delle meraviglie. I fratelli Gallagher non hanno mai nascosto la loro profonda ammirazione per i Beatles, parte integrante di tutta la loro produzione che pullula di omaggi e riferimenti ai Fab4. La stessa Wonderwall contiene anche un riferimento a una winding road, una strada dove tira il vento, esplicito riferimento al celebre brano dei Beatles.

A proposito del titolo della canzone, l’interprete Liam Gallagher ha osservato che, a prescindere da quale sia il significato letterale, Wonderwall è semplicemente una bella parola che può diventare qualsiasi cosa vogliamo. Insomma, dovremmo smetterla di ricercare a tutti i costi un significato. Persino i Travis, che si condividono con gli Oasis il genere, lo stile e l’amore per i Beatles, all’interno del loro brano Writing to Reach you ironizzano sulla faccenda, chiedendosi ‘What’s a Wonderwall anyway?’ (‘E comunque che cos’è un muro delle meraviglie?).

Ma se il titolo è nonsense, qual è il significato della canzone? Subito dopo l’uscita del singolo Noel Gallagher dichiarò che la canzone fosse stata scritta per la sua fidanzata dell’epoca, Meg Matthews, poi diventata sua moglie. In un’intervista del 2002, successiva al divorzio tra i due, Noel ritrattò dicendo che era stata la stampa a spingerlo a fare quella dichiarazione. Aggiunse che non era mai tornato sull’argomento perché sarebbe stato poco carino ammettere con sua moglie che in realtà la canzone non era per lei. Il vero significato di Wonderwall, spiega Noel, è una dedica a un amico immaginario che viene in tuo soccorso quando ne hai bisogno.

Wonderwall fa parte delle canzoni made in UK più conosciute al mondo e anche il video musicale, in bianco e nero con le Ray-Ban di Liam in primo piano, è diventato iconico. La canzone fu suonata live per la prima volta già nell’estate precedente all’uscita di (What’s the Story?) Morning Glory, nel backstage del festival di Glastonbury. È principalmente grazie a questo brano che il disco schizzò al primo posto delle classifiche inglesi, facendo la storia e sfiorando un record: fino al 1996 solo Bad di Michael Jackson era riuscito a vendere di più in così poco tempo. Altrettanto fu il successo riscosso negli Stati Uniti, dove il disco fu certificato platino ben cinque volte e Wonderwall si piazzò seconda nella classifica di Billboard, collezionando anche diverse nomination ai Grammy. Rimane, ancora oggi, una delle canzoni più re-interpretate di sempre: l’ha rifatta persino Jay-Z, ma la versione più riuscita, anche secondo gli stessi fratelli Gallagher che la considerano migliore dell’originale, è quella di Ryan Adams.

È ironico che la consacrazione sia arrivata proprio con una ballad per una band che cercò di costruire la propria immagine a suon di parolacce, rock’n’roll sporco e melodie ruvide. È forse anche per questo che Liam Gallagher, in diverse occasioni, ha dichiarato di essere arrivato a detestarla. Noi, invece, non smetteremo mai di amarla: nel suono di quegli accordi semplici, negli archi e nelle vocali allungate di Liam c’è tutto lo spirito degli anni novanta e la bellezza di quegli anni di fine secolo, quando per connettersi bastava una chitarra e un po’ di birra e non c’erano schermi da fissare, ma solo muri delle meraviglie da immaginare.