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Le recensioni di SLQS: ’10 Songs’ dei Travis

L’articolo di oggi è dedicato a una band molto sottovalutata in Italia, ma amatissima nel Regno Unito. Stiamo parlando dei Travis, band britpop nata a Glasgow agli inzi degli anni novanta, il cui successo esplode letteralmente grazie a Sing, un brano del 2001 diventato un vero e proprio tormentone. Molti di voi ricorderanno la canzone per l’irriverente video musicale in rotazione su Mtv, in cui le chiacchiere di una formale ed elegante cena si trasformano in rabbiosi lanci di cibo. La band acquisisce visibilità nel Regno Unito, in piena Oasis-mania, con l’album Good Feeling del 1997. Proprio per gli Oasis aprono una serie di concerti e Noel Gallagher si dichiara da subito loro fan. Da allora ad oggi molto è successo: collaborazioni con artisti del calibro di Paul McCartney, tour mondiali da record (quello che seguì l’uscita di The Man Who contava ben 237 date in giro per il mondo!) e naturalmente tanta splendida musica. Il 9 ottobre sono ritornati con l’attesissimo 10 Songs ed io non potevo fare altro che correre ad ascoltarlo.

10 Songs è esattamente come me lo aspettavo. Metterò da parte i tecnicismi, perché credo che il sound di questo disco si possa descrivere perfettamente con un’immagine, quella di un viaggio malinconico verso casa, al caldo nella coupé di un treno mentre fuori fa freddo. Per la prima volta dal 2003 il frontman della band, Fran Healy, assume pieno controllo sui testi e il risultato non delude affatto.

Il disco si apre con Waving at the Window, il cui unico difetto è quello di essere stata messa proprio come prima traccia. E’ senza dubbio il pezzo più forte dell’album, di quelli che per riprenderti dall’ascolto ci metti un po’ (e forse per questo l’avrei vista meglio come ultima traccia). Splendido il pianoforte, splendido il testo che, se hai detto addio a qualcuno almeno una volta nella vita, ti ridurrà lo stomaco a brandelli (All the days without you, I’m gonna wake/ All the plans without me, you’re gonna make/ Give it another chance, give it another go/ Don’t wanna see you waving at the window).

La tracklist prosegue con un duetto, quello con Susanna Hoffs, voce di The Bangles. Il titolo è The Only Thing e la voce calda di Susanna contribuisce sicuramente a dare carattere a questa canzone d’amore che sembra figlia di altri tempi. La traccia numero tre, una delle poche passata dalle radio italiane, si chiama Valentine ed è, con il crescendo che la caratterizza e le sue chitarre insolenti, in netto contrasto con la traccia precedente. Ma è soltanto una parentesi, perché con Butterflies torniamo a sederci nella carrozza del nostro treno per riflettere sulle occasioni che non abbiamo avuto il coraggio di sfruttare, mentre gli anni sono scivolati via (‘Cause you’re still chasing butterflies/ Watching all the years roll by).

A Million Hearts è un altro highlight del disco: ancora una volta è la melodia del pianoforte a farla da padrone e, ancora una volta, si parla di un addio (‘You’re one in a million hearts/ Letting go of you is tearing me apart). A questo punto arriva A Ghost, che a mio avviso non è solo uno dei migliori brani di questo disco ma anche dell’intera discografia dei Travis: se li avete amati agli inizi del secolo in The Man Who e in The Invisible Band, con questo brano tornerete a innamorarvi di loro. Menzione speciale per le linee di basso (alle quali, lo ammetto, sono particolarmente sensibile). Il fantasma del titolo è quello che si riflette nel nostro specchio e che ci costringe a fare i conti con il nostro passato, con quello che abbiamo nascosto, omesso e taciuto (All my past is shoring up/ Beating on my door won’t stop/ Couldn’t lie so I made it up/ And I can’t even say why). A consolarci arrivano le chitarre della dolcissima All Fall Down, che ci ricorda quanto sia ostinato l’amore vero.

La traccia numero otto, Kissing in the wind, è il classico brano che ci si aspetta dai Travis e che riassume un po’ tutti i motivi per cui ci piacciono. Penultima canzone dell’album , Nina’s Song, è una ballad che sembra non appartenere a nessun epoca, di quelle piene ma costruita su un vuoto immenso, quello causato dalla mancanza di un padre. Fran Healy confessa di avere avuto questa canzone dentro di sé per molto tempo, essendo cresciuto soltanto con sua madre. I temi della mancanza, dell’addio, della perdita e del vuoto sembrano attraversare a occhio e croce tutto 10 Songs. Eppure, l’ultimo brano, No Love Lost, pur riprendendo il mood dell’intero disco (complice il pianoforte) sembra lasciarci negli ultimi versi un messaggio di speranza, mettendo da parte tristezze, rabbie e rancori e ricordandoci che sono le circostanze e il tempo, immense rispetto a noi gocce di pioggia, a determinare la nostra traiettoria.

Three drops on a window pane
Just rolling down together
No fear, no regret, no shame
Just under the weather.

E tu hai ascoltato questo disco? Qual è il tuo brano preferito? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

La recensione di Parco Gonzo, l’EP d’esordio de I Casini di Shea

Si definiscono “le scimmie dell’underground italiano”, perché non hanno regole. Ma in realtà, I Casini di Shea una regola ce l’hanno: far esplodere gli strumenti, scatenando l’inferno.

Ebbene si, chi pensa di trovarsi di fronte al solito trio di recente formazione ( praticamente un anno fa) senza né arte, né parte, rimarrà deluso. I Casini di Shea sono incandescenti e la potenza vocale e strumentale di questa band non può lasciare indifferenti. O li ami, o li odi.

Parco Gonzo è il loro primo EP, uscito lo scorso 25 settembre e anticipato dal singolo Sostanze, un brano ipnotico con un videoclip ironico e disturbante, dove immagini pubblicitarie, scene distorte di film e sequenze animate si susseguono al ritmo incalzante della prepotente batteria di Simone Buoncompagni.

La voce e la chitarra di Mauro Mariotti sono degne eredi della migliore tradizione punk e hardcore, ma è il basso di Andrea Marcellini a dare il colpo di grazia, scandendo la ritmica di un pezzo che si accende sempre di più verso il finale, fino a scoppiare con un urlo potente e liberatorio.

Insomma, se non si fosse capito, I Casini di Shea non sono adatti a chi è debole di cuore. Il loro è un rock alternativo davvero cattivo, capace di risvegliare i morti.

Un esordio con il botto: tre tracce, tre piccoli gioielli, che ci fanno presagire un futuro d’oro per questi ragazzi di Ancona. Con Parco Gonzo dimostrano di avere un’identità musicale ben delineata e molta classe da vendere. Anche a chi questo genere lo suona da molto più tempo.

Ascolta il disco su Spotify e segui I Casini di Shea su su Facebook e Instagram.

E tu, hai già ascoltato Parco Gonzo? Cosa ne pensi dell’ EP d’esordio dei Casini di Shea? Scrivici il tuo parere in un commento, per noi è importante!

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Provetta: la recensione dell’ album Waste (We Always Seem to End)

WASTE è tutto quello che siamo. Siamo uno spreco di tempo, di sforzi, di soldi. Uno spreco di vita. Siamo nati in anni di crisi, ma sprecare è tutto ciò che sappiamo. Ci conosciamo meglio di chiunque altro e sprechiamo vite intere a cercare qualcuno che ci possa salvare da noi stessi. WASTE è tutto quello di cui abbiamo bisogno. Lo spreco è tutto quello che siamo, visto che sembriamo essere sempre sul punto di avere una fine.

E’ con queste premesse che ho iniziato ad ascoltare Waste (We Always Seem to End) il nuovo EP dei Provetta, gruppo pop-punk marchigiano con alle spalle una carriera decennale. 7 brani inediti (puoi ascoltarli QUI) che mi hanno lasciato piacevolmente sorpresa e che non ho considerato affatto uno spreco di tempo.

Una ventata di freschezza e di nostalgia: è la sensazione che si prova quando si ascolta l’ album, che ti riporta indietro nel tempo di almeno 15 anni, quando a dominare le radio c’ erano band culto, come i Green Day, i Weezer, Good Charlotte e ovviamente i Blink 182. I Provetta suonano bene, anzi benissimo, e mescolano pop e punk con sapienza, riprendendo le sonorità di un genere che in Italia ha avuto fortuna solo nei primi anni 2000, per essere poi rimpiazzato da altro. Purtroppo.

Ma parliamo di loro: chi sono i Provetta?

Band italiana di 4 elementi (due chitarre, basso e batteria) che nascono nel lontano settembre 2001 in provincia di Ancona, in piena epoca d’oro del pop-punk. Dopo circa un decennio di attività caratterizzato da concerti e album autoprodotti, un fisiologico calo di stimoli porta alla decisione di mettere in pausa il gruppo. L’amore per il pop-punk porta però tre di loro a ricominciare, forti di un nuovo batterista (bravissimo!) e di nuove idee su cui ricostruire l’identità della band.

PUNTI DI FORZA: Waste alterna suoni esplosivi, mai eccessivi, a una vocalità di tutto rispetto: graffiante -ma non troppo- senza sbavature e imprecisioni, perfetta sia nei brani più punk-rock, sia nelle romantiche ballad. I brani Stars&Skies e Final Motion sono le canzoni che meglio rappresentano lo spirito di tutto l’album, fatto di ritmica incalzante e chitarre potenti, con evidenti rimandi al pop punk anni 2000.

PUNTI DEBOLI: Quello che purtroppo penalizza il suono dei Provetta è il ricordo fin troppo evidente delle sonorità tipiche di altre band, come i Blink 182 e i Green Day. E cantare in inglese li pone, di certo, in una nicchia di settore, fatta di fedelissimi amanti del punk-rock negli anni che furono. Dispiace, perché sono davvero bravi e potrebbero permettersi di osare di più.

VOTO: 7/10

Tracklist

  1. Angie (Another Nice Girl is Empty)- chitarre veloci, batteria incalzante, in generale molto orecchiabile. L’inciso finale del ritornello “na na na naaaa” ti entra in testa in maniera prepotente. L’unica nota di disappunto è nei confronti del testo, sicuramente in linea con il resto dell’ album, ma che sembra scritto da un adolescente problematico e alle prese con i primi patemi d’ animo.
  2. Stars&Skies Voce, strumenti, ritmica: tutto perfetto.
  3. Nothing to Lose – splendida e romantica ballata che ti riporta indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Ah, il potere della musica!!
  4. Out of Mind Quasi tutto il brano sembra suggerirti : “in memory of 21 Guns”. Sul serio: perché?
  5. I Can’t Always Smile energica ed esplosiva al punto giusto. Ma anche qui il testo lascia leggermente a desiderare.
  6. Heart Protection Area brano potente, voce che accompagna alla perfezione il testo, dove le parole sono gridate a pieni polmoni e tentano di soffocare il dolore della perdita.
  7. Final Motion la prova più dura ma meglio riuscita di tutto l’album: una degna conclusione per il disco, che lascia un sentore di amaro in bocca. Il dolore della perdita e il senso di vuoto che l’accompagna resi perfettamente in musica. La migliore.

E tu, sei d’accordo con questa recensione? Cosa ne pensi del nuovo EP dei Provetta? Scrivici il tuo parere in un commento, per noi è importante!

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Pagelle (a tratti cattivelle) dei tormentoni estivi 2020

Smells Like Queen Spirit ritorna, dopo un’estate di relax, mare, montagna, e tormentoni estivi. Ecco le pagelle di quelli che, secondo noi, sono i tormentoni che hanno davvero caratterizzato i mesi più caldi dell’anno domini 2020.

Diciamoci la verità, ormai ci siamo abituati (non avendo altra scelta) alla loro onnipresenza nella nostra vita. Durante quel lasso di tempo che va dalla fine di maggio a settembre, sono con noi un po’ ovunque: al supermercato, in radio, in piscina o in spiaggia. Si parla dei tormentoni estivi: con prepotenza, entrano a passo sicuro nella nostra testa, e che lo si voglia o no, finiscono col diventare familiari. Le parole dei loro testi s’imprimono nella nostra memoria e, qualche volta, ci ritroviamo persino a canticchiarli sovrappensiero.

Per gli amanti della musica rock, jazz, o del pop alla Toto, convivere coi tormentoni non è certo un granché, anzi. Quindi, con una lieve punta di snobismo, che speriamo non offenda nessuno, per vendicare loro, e noi, oggi ci prendiamo una piccola rivincita. I nostri voti, ovviamente, non giudicano l’artista ma il brano. Un po’ come funziona per lo Zecchino D’Oro. Ecco a voi le pagelle dei tormentoni estivi del 2020, secondo Smells Like Queen Spirit.

Break My Heart – Dua Lipa: 8

Dua Lipa ci stupisce con un pezzo che aggiunge al pop radiofonico una punta di groove, chicca che non guasta mai, superando così l’anno. Con un sound che richiama quello dei pezzi dance anni ’80, una bella linea di basso, ed obbligati ritmici ben piazzati, Break My Heart ci ha convinte definitivamente: promossa con piena sufficienza.

Karaoke – Boomdabash feat. Alessandra Amoroso: 6

Karaoke è un pezzo orecchiabile, per quanto bruttino. È entrato nel nostro cervello, radicandosi all’interno delle nostre scatole craniche come le conoscenze culturali intersoggettive: il caffè a Napoli è più buono, Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi, Voglia di ballare un reggae in spiaggia. Non raggiungerebbe la sufficienza, se vogliamo proprio dirla tutta, ma essendo perfettamente in linea con la sua natura di tormentone estivo, con una piccola mano riesce a superare l’estate.

Guaranà – Elodie: 6

Elodie dedica un brano ai paradisi artificiali ogni estate, ed anche quest’anno non ha deluso le aspettative. Brano medio, non peggiore degli altri suoi contemporanei. Prende la sufficienza per simpatia. 6.

Good Times – Ghali: 6

Good Times domina l’universo social, diventando la colonna sonora per eccellenza delle stories su Instagram, accanto a Deathbed, canzone che nonostante parli di un tizio che muore giovane e di un caffè per combattere il mal di testa, è un gettonatissimo sottofondo musicale degli aperitivi al tramonto. Indice del fatto che forse l’insegnamento dell’inglese nelle nostre scuole meriterebbe un’attenzione in più? Beh, comunque sia, per quanto riguarda il nostro trapper, l’impegno c’è stato, e, con un piccolo aiuto della commissione, arriviamo alla sufficienza proprio per il rotto della cuffia.

Chega – Gaia: 4 ½

Perché questo pezzo è diventato così famoso? Ce lo chiediamo spesso. Non ha veramente qualcosa di sbagliato, ma non ha neppure qualcosa di giusto. In tutte le radio, come l’insalata di rinforzo su tutte le tavole, nel periodo natalizio. C’è sempre, ma nessuno sa per quale motivo.

A Un Passo Dalla Luna – Rocco Hunt feat. Ana Mena: 4

Con una melodia che ci riporta ad Obsesión degli Aventura, Rocco Hunt, affiancato da Ana Mena, protagonista dei tormentoni italiani dal sapore latino, da un paio d’anni a questa parte, ci regala questo brano evitabilissimo, ma che purtroppo per noi abbiamo dovuto imparare a memoria. Totalizzano 4.

Una voglia assurda – J.Ax: 3

Dopo la rottura tra Boldi e De Sica, quella tra J-Ax e Fedez ha lasciato solchi dolorosi nell’universo degli amanti del trash. Chiediamo il loro ricongiungimento, perché questi brani di J-Ax, da solo, non li reggiamo più. 3.

Autostop – Shade: 2

Brano identico a quello di Benji&Fede, Dove e Quando. Vale l’ascolto? No. Avrebbe preso 3, ma gli mettiamo 2 in pagella, per plagio. Male, male! Non si copia. Soprattutto non si copia questa roba qui.

Sono Un Bravo Ragazzo Un Po’ Fuori – Random: N. C.

Avevamo bisogno di un ennesimo pezzo trap in cui si maledice la società, che ne ha poi generato la creazione e diffusione radiofonica? No. Anzi, proprio no. Ma tant’è. Gli regaliamo un Non Classificato, e procediamo.

Non mi basta più – Baby K feat. Chiara Ferragni: 0

Così come da un po’ di anni, ormai, Baby K torna ad urlare il suo nome all’inizio di un pezzo, che, in realtà, quest’anno è poco più di uno spot pubblicitario di 3 minuti e 21 secondi, e mai come quest’anno ne avremmo fatto volentieri a meno. Al suo fianco, troviamo la regina dei social, Chiara Ferragni, che manifesta la sua presenza in autotune, ma senza esagerare. Non mi basta più è una canzone così brutta che non riusciamo nemmeno a capire come sia venuta in mente alla casa discografica: il testo non entra ritmicamente nelle battute e sembra continuamente inseguire il tempo, la parte recitata all’inizio è imbarazzante, e soprattutto non abbiamo ancora capito cosa siano le finestre nella chat. Per noi questo è il tormentone peggiore di tutti e il voto è: 0, spaccato. Chiara e Baby K, vi amiamo, ma siete rimandate a settembre, anzi, considerando che settembre inizia oggi, siete rimandate direttamente all’anno prossimo.

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La rivincita di Bugo: la recensione del nuovo album “Cristian Bugatti”

Non fatevi ingannare dal suo aspetto mite: dopo vent’anni di carriera nel circuito della musica alternativa, il cantautore novarese si è rotto i coglioni e ha deciso che è arrivato il suo momento

Prima di mettermi a scrivere questo articolo ho fatto un rapido refresh sulla sua vita precedente, prima cioè che avesse la geniale intuizione di partecipare al 70° Festival di Sanremo.

E ho scoperto che Cristian Bugatti, alias Bugo, vanta una carriera ventennale, fatta di canzoni in stile punk-grunge che hanno segnato il passaggio dalla canzone impegnata di fine millennio alla disillusione degli anni 2000. Bugo è stato uno dei primi autori indie della musica italiana e, anche se agli inizi della sua carriera pubblicava album con la Universal Record , non gli è mai fregato niente di diventare famoso. Ha continuato a cantare quello che gli pareva: Ne vale la pena, Pasta al burro e Io mi rompo i coglioni. Nel 2008 arriva la svolta elettronica con l’album Contatti. Il primo singolo estratto è C’è crisi: Bugo inizia a farsi conoscere anche dal pubblico mainstream, ma rimane sempre un po’ in disparte. Negli anni successivi si dà alle arti visive. Abbandona la musica per qualche anno, fino al 2015, quando si rimette a scrivere canzoni e a fare concerti in giro per l’Italia. Ma abbiamo dovuto aspettare Sanremo 2020 prima di capire davvero con chi avevamo a che fare.

Nessuno mi toglie dalla testa che la scena di Bugo che abbandona il palco del Festival, visivamente irritato dall’atteggiamento di Morgan, sia stata una montatura geniale per portare tutta l’attenzione su di un brano che di sanremese aveva ben poco. Ma che Bugo si fosse rotto i coglioni (vuoi per Morgan, vuoi per il pubblico che non lo ha mai capito fino in fondo) mi è diventato palese nel momento in cui ho ascoltato il suo nuovo album.

E qui finalmente vi parlo di questo gioiellino.

Cristian Bugatti. Lo ha intitolato così, semplicemente firmandosi con nome e cognome. Il disco è uscito il 7 febbraio 2020 per la Mescal, etichetta discografica indipendente fondata da Valerio Soave e Luciano Ligabue. Nella foto di copertina Bugo è seduto su una sedia; le braccia penzoloni e il volto serioso non lasciano adito a dubbi: a 47 anni Cristian Bugatti ha deciso che era arrivato il momento di prendersi una rivincita, pubblicando il suo nono album in studio, come nove sono le tracce che compongono l’ album, “classico, ma molto 2020”, ha dichiarato lui stesso alla rivista Leggo.

La tracklist

Quando impazzirò – Non mi ha fatto impazzire la scelta di questa canzone in apertura. Ma il motivetto allegro e le esternazioni nonsense hanno il potere di entrarti in testa e di rimanerci a lungo.

Sincero (feat. Morgan) – In principio fu Morgan a fargli da spalla. Poi, dopo la memorabile lite, Nicola Savino ha preso il posto dell’amico traditore. E, a essere sincera, mi piace pure di più, anche se resterà per sempre impressa nei nostri cuori la versione galeotta di Morgan, che portò all’esclusione dalla gara e all’abbandono del palco da parte di Bugo in diretta televisiva.

Come mi pare – questo brano potrebbe diventare il prossimo tormentone estivo. Bugo sceglie il parlato alla Lucio Battisti e una melodia funk dal vago sapore dance. Il testo è un manifesto di intenti: ballo, mangio, rido e parlo come mi pare. Come piace a me.

Al paese – questa è decisamente la mia preferita. Una piccola poesia di 3.38 minuti nella quale Bugo descrive la vita di provincia, che scorre via tra pettegolezzi e banalità. Eppure, quando si lascia il paese, poi ci si ritrova a guardare l’autostrada sognando di ritornare.

Che ci vuole – Canzone-profezia? Fate voi: Che ci vuole a tirarsela un po’/ basta dire che Sanremo fa cagare/ che ci vuole a diventare famosi/
basta un vaffanculo in tv
.

Fuori dal mondo – Quando l’ho ascoltata la prima volta me ne sono innamorata subito. Una dichiarazione d’amore alla sua donna in pieno stile Bugo. Vi metterà subito di buon umore!

Mi Manca (feat. Ermal Meta) – Lacrimoni dall’inizio alla fine. Probabilmente se fosse andato a Sanremo con questa canzone e con Ermal Meta avrebbe stra-vinto.

Un alieno – In questo brano c’è una semplice ammissione: sono un alieno. Che ci faccio su questo pianeta?/ Sono un alieno/ ma non mi dite che questa è vita/ tra le zanzare e ritmo latino/ il cocktail con l’ombrellino...

Stupido, eh? – La traccia più lunga del disco (6.12 minuti) conclude l’album alla grande. Il riferimento a Battisti (le tastiere, la chitarra, la voce) è ancora più evidente, ma alla fine dell’album sono certa che Bugo vi avrà conquistato con la sua ironia e il non prendersi mai troppo sul serio.

E voi, lo avete già ascoltato? Cosa ne pensate del nuovo album di Bugo?

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‘Father of All…’. Il nuovo album dei Green Day ci riporta nel 2004

Uscito lo scorso 7 febbraio, Father of All Motherf*****s (anche conosciuto con il titolo censurato Father of All…) è il tredicesimo album in studio dei Green Day, definito ‘very high energy’ dal frontman della band Billie Joe Armstrong in un’intervista rilasciata a Billboard.

La copertina dell’album ritrae una mano che stringe una granata: è la stessa immagine della copertina di American Idiot, lo straordinario disco del 2004 che ebbe un effetto devastante sulla ragazzina che ero all’epoca – riuscendo infatti a influenzare gran parte dei gusti musicali e delle idee sulla musica che ho ancora oggi. Cosa avrà Father of All… a che fare con American Idiot? E’ possibile che il nuovo disco riprenda a raccontarci la storia che si è interrotta con la nona traccia di American Idiot? C’è speranza di rincontrare St. Jimmy, Whatsername e il Gesù dei sobborghi?

In Father of All… non incontriamo nessun volto familiare ma è chiaro che con certe linee di basso, certe atmosfere e certe tematiche i Green Day abbiano cercato disperatamente di riportarci al lontano 2004 (e in alcuni casi anche agli anni precedenti). Ma vediamo i brani nel dettaglio.

La prima traccia Father of All… è il singolo che nel settembre 2019 ha anticipato l’album. Un pezzo punk in your face cantato in falsetto che ti fa venire voglia di alzarti dalla sedia (è uno dei miei pezzi preferiti quando ho il leg day in palestra). La traccia numero due Fire, Ready, Aim è stata utilizzata per l’apertura della National Hockey League. La frase ‘Ready, Aim, Fire’ è usata come indicazione per i soldati su come usare le armi da fuoco ma il problema, scrivono i Green Day nella descrizione del videoclip della canzone su Youtube, è che nella società di oggi si attacca senza prima pensare. Il tema della critica alla società americana che era iniziato in Warning e che era diventato il fulcro di American Idiot si insinua quindi anche in questo album.

La terza canzone, Oh Yeah! prende titolo e ritornello da Do you wanna touch me? (Oh yeah) di Gary Glitters. Stavolta la critica è rivolta alla società tenuta in pugno dai social media (Everybody is a star\ Got my money and I’m feeling kinda low) e dai problemi legati al sistema scolastico e alla detenzione di armi (I’m just a face in the crowd of spectators\ To the sound of the voice of a traitor \ Dirty looks and I’m looking for a payback\ Burning books in a bulletproof backpack). L’atmosfera si fa più leggera e allegra in Meet me on the roof, brano in cui Billie Joe ritorna adolescente sfigato che ha paura di fare la prima mossa con la ragazza che gli piace. Anche nella traccia successiva, I was a teenage teenager, Billie Joe canta dei sentimenti di odio e inadeguatezza della propria adolescenza (I was a teenage teenager full of piss and vinegar \ Living like a prisoner for haters\ I was a teenage teenager, I am an alien visitor \ My life’s a mess and school is just for suckers), sentimenti che erano stati al centro di album come Dookie e Nimrod.

La settima traccia, Stab you in the heart, è una vera sorpresa ma non ho ancora ben chiaro se è bella o brutta. Si tratta di un pezzo incazzato e rockabilly in cui i Green Day giocano a fare i Beatles e vi assicuro che non riesco a descriverla meglio (ascoltare per credere). Il nono brano, Sugar Youth, ricorda terribilmente il brano She’s a rebel di American Idiot e somiglia vagamente anche a Letterbomb. Ancora una volta Billie Joe si trasforma nell’adolescente senza speranze dei primi album (Like a high school loser \That will never ever, ever, ever fuck the prom queen). Arriviamo finalmente a Junkies on a High, la mia preferita di tutto l’album. E’ un brano dark sul tema della distruzione di sè, un brano che ti rimane nella testa e che francamente c’entra poco con il resto dell’album. La linea di basso è quasi identica a quella di Boulevard of Broken Dreams. La traccia numero undici è Take my money and crawl, un brano innegabilmente catchy e in puro stile Green Day ma che non mi dice molto. Chiude Graffitia, la canzone più impegnata dell’album e più spiccatamente politica sulla situazione di declino nelle città della Rust Belt dovuto alla chiusura delle fabbriche, la questione razziale e la violenza che ne deriva.

Cosa penso di Father of All…? L’energia c’è, ma è un album che corre troppo, arraffa, comprime. Sembra voler dire molto, ma di fatto dice poco. Sembra provare a dirci qualcosa di nuovo, ma quello che sentiamo in fondo lo sappiamo già. E’ un album breve fatto di cose già viste, troppo lontano dal monumentale American Idiot, del quale non può per altro assolutamente essere considerato l’erede o il sequel.

E’ chiaro che la band abbia tentato di racchiudere in questi 26 minuti tutto quello che i Green Day sono stati in American Idiot e prima, ma finisce per mettere insieme una serie di cliché spesso mal amalgamati tra loro, uniti a qualche tentativo di innovazione non perfettamente riuscito. Resta comunque un album piacevole da ascoltare, in cui la band rimane riconoscibile per noi fan che li abbiamo ascoltati e amati a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio.

E voi l’avete ascoltato?

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‘Father of All…’. The new Green Day album takes us back to 2004

Released on February 7th, Father of All Motherf*****s (also known as Father of All…) is Green Day’s thirteenth studio album, described as ‘very high energy’ by frontman Billie Joe Armstrong during an interview with Billboard.

On the cover there’s a hand holding a grenade: it’s the same image that appears on the cover of American Idiot, the extraordinary 2004 record that had a huge impact on the little girl I was at that time – influencing a big part of my taste and my ideas about music. What does Father of All… have to do with American Idiot? Is it possible that this new record someway resumes the story that got interrupted in the ninth track of American Idiot? Can we hope to meet St. Jimmy, Whatsername and Jesus of Suburbia once again?

We meet no familiar faces in Father of All… but it is clear that Green Day has tried to bring us back to 2004 (and in some cases even back to the previous years) by choosing certain bass lines, certain atmospheres and certain themes.
Let’s have a close look at the tracks.

The first track, named Father of All, is the single, released in september 2019, that anticipated the album. It’s a falsetto sung punk song in your face that makes you want to stand up (it’s my personal favourite when I have leg day at the gym). Track number two, Fire, Ready, Aim, has been used for the opening of the National Hockey League. The phrase ‘Ready, aim, fire’ is an instruction given to soldiers on how to use their weapons but the problem, writes Green Day in the video description on youtube, is that today’s society attacks without even thinking. The tale of criticism towards the American society that had started in Warning and that had been at the core of American Idiot is also present in this album.

The third song, Oh Yeah! samples the refrain from Gary Glitters’ Do you wanna touch me? (Oh yeah). The band criticizes the part of society that’s obsessed with social media (Everybody is a star\ Got my money and I’m feeling kinda low) and adresses the problems of the American school system and the consequences of gun detention (I’m just a face in the crowd of spectators\ To the sound of the voice of a traitor \ Dirty looks and I’m looking for a payback\ Burning books in a bulletproof backpack). The atmosphere gets lighter and happier in Meet me on the roof, a song in which Billie Joe gets back to the times when he was a teenage loser and felt anxious about asking the girl out. Also in the following track, I was a teenage teenager, Billie Joe sings about the feelings of hate and inadequacy of his own adolescence (I was a teenage teenager full of piss and vinegar \ Living like a prisoner for haters\ I was a teenage teenager, I am an alien visitor \ My life’s a mess and school is just for suckers), feelings that had been at the core of albums like Dookie and Nimrod.

The seventh track, Stab you in the Heart, is a true surprise, even though I still don’t know if it’s a good or a bad one. It’s an angry, rockabilly song in which Green Day pretend to be The Beatles – and I swear I could not describe it in a better way (listen and you’ll know). The ninth song, Sugar Youth, reminds me a lot of She’s a Rebel from American Idiot but it also sounds a lot like Letterbomb. Once again Billie Joe turns into the hopeless teenage boy of the first albums (Like a high school loser \That will never ever, ever, ever fuck the prom queen). We finally get to Junkies on a High, my favourite song of the entire album. It’s a dark song about self destruction, a song that gets stuck in your head and which, honestly, has nothing to do with the rest of the album. The bass line is almost identical to the one of Boulevard of Broken Dreams. Track number eleven is Take my money and crawl, an undeniably catchy and oh-so-Green-Day song that doesn’t add much to the album. The last song is Graffitia, the most political one of the album, about the situation of decline in the cities of the Rust Belt due the closing of the factories, but it also addresses the racial questions and the violence that derives from them.

What do I think about Father of All…? There is a lot of energy, but it’s an album that runs to much, sneaks and compresses. It sounds like it is trying to say a lot, but it ends up saying too little. It sounds like it is trying to say something new, but all we hear is something we already know. It’s a short album made of things we’ve already seen, too far from the monumental American Idiot of which it cannot be considered a sequel or a heir.

It is clear that the band has tried to enclose in these 26 minutes all that Green Day has been in American Idiot and before, but they end up putting together a series of cliches – often not mixed well at all – together with a couple of innovative attempts that haven’t really worked. Despite all of this, Father of All… is a nice record in which the band is still recognizable for us fans that have been loving them and listening to them between the old and the new millennium.

And you? Have you listened to it?

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Piero Pelù, gigante e pugile fragile

40 anni di carriera e non sentirli affatto. Piero Pelù festeggia questo traguardo con il nuovo album, Pugili fragili, e a pochi giorni dall’uscita è già al 6 posto della Italian iTunes Charts

Se ascoltate il nuovo album da solista di Piero Pelù aspettandovi di sentire i Litfiba che furono, vi dico già che potreste rimanere davvero delusi. L’esibizione sanremese (la prima in assoluto in 40 anni di carriera) mi aveva davvero stupito: un’ energia senza pari, voce cupa e vibrante, una canzone orecchiabile che mi è subito entrata in testa.

Lo hanno definito un animale da palcoscenico, proprio per sottolineare che, quando canta dal vivo, Piero ti trasmette più di quello che ti aspetti. Ed è proprio questa la formula del suo successo, accompagnata da una perenne voglia di cambiare pelle. E questa trasformazione la si avverte già dalla copertina: le braccia sono tatuate con squame di serpente, pronto all’ennesimo cambio di pelle.

Bene. Tutta questa premessa è per spiegarvi che al primo ascolto l’album lo detesterete. Sul serio. Un calderone di temi (ecologia, avere vent’anni, violenza di genere, razzismo) e una commistione di generi che cozzano tra loro (elettronica e classic rock). Ma l’intento di Pelù era proprio questo: toccare tutti i generi musicali della carriera dei Litfiba, mescolarli e creare delle canzoni che potessero arrivare a tutti. Il risultato è che si ha l’impressione che per far contento il pubblico Piero Pelù si sia un po’ troppo commercializzato. Sta di fatto che su 10 canzoni a me ne sono piaciute due: Nata Libera – testo bellissimo e atmosfere dark- e Canicola – batteria incalzante e ritmo trascinante.

Al secondo ascolto noterete citazioni tra il sacro e il profano (Cecco Angiolieri, De Chirico e Ozzy Osbourne), vi accorgerete che ci sono delle parti cantate in stile Fabrizio De André e vi direte che tutto sommato la collaborazione con Andrea Appino in Fossi foco non è per niente male.

Al terzo ascolto inizierete a canticchiarle più o meno tutte, ma continuerete a evitare Luna nuda, perché ascoltarla una volta è anche troppo.

Nel desolante panorama della scena rock italiana Piero Pelù è sicuramente un faro, ma con Pugili fragili ho l’impressione che non si vada in nessuna direzione particolare. La carriera solista del ragazzaccio fiorentino sicuramente non è ai livelli di quella del suo passato con i Litfiba, ma sarebbe anche anacronistico pretendere di raccontare la realtà di oggi con gli occhi e le orecchie di ieri. Scordatevi la complessità dei testi di una volta, dimenticatevi la chitarra di Ghigo (sigh!), concentratevi solo su quello che state ascoltando. Piero Pelù a 58 anni è finalmente libero di essere se stesso, cantare quello che gli pare e ripulire le spiagge italiane dalla plastica con il sottofondo di Picnic all’inferno.

Tracce:

1. Picnic all’ inferno

2. Gigante

3.Ferro caldo

4.Pugili fragili

5.Luna nuda

6.Cuore matto (cover di Sanremo)

7.Nata libera

8.Fossi foco

9.Stereo santo

10.Canicola

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1969: come Achille Lauro è diventato il Peter Punk della musica italiana

Stonando una canzone intitolata Rolls Royce sul palco dell’Ariston nel 2019, Achille Lauro consacra la sua fama per il grande pubblico dello stivale. C’è chi lo ama, e chi lo odia: non esistono vie di mezzo per il ragazzo di Municipio III.

Oggi, vi parliamo del suo 1969, l’album che ha stravolto ed elevato la sua carriera e produzione artistica creando un punk targato 2020, tutto all’italiana.

Rolls Royce. La traccia che apre l’album.

Il brano di Sanremo che ha lasciato sbigottita la generazione che guardava la manifestazione esclusivamente per vedere gli artisti invecchiati su quel palco, e che ha sempre guardato con diffidenza alle novità.

Rolls Royce è un calderone che riesce con successo a contenere tutto: sonorità che hanno il sapore di un rock leggero, un testo con riferimenti culturali al genio e alla sregolatezza, al desiderio viscerale di eccesso che accende l’umanità impigliata nel grigiore dei suoi giorni tutti uguali, giorni da cui si ha bisogno di essere salvati. È un brano fresco, ben scritto e ben costruito. E anche se i più puristi tra gli ascoltatori di buona musica non lo avranno apprezzato, ce ne faremo una ragione, e continueremo a dire che a noi è piaciuto, e ci è piaciuto parecchio.

A seguire una ballata sull’amore maledetto, C’est la vie, in cui la donna angelo della tradizione stilnovistica veste i panni di Lucifero in persona. Al centro di questa traccia, la sofferenza acuta del non poter fuggire i propri sentimenti.

Cadillac strizza l’occhio a Rolls Royce, in quanto a tematica, e farà ballare tutti senza riserve. Lo stesso farà Delinquente, che aggiunge anche un giudizio su sé stesso in chiave satirica.

Il quarto brano è Je t’aime, in cui purtroppo per chi recensisce, c’è una collaborazione con Coez. Questo elemento indebolisce notevolmente un brano che aveva il potenziale per essere uno dei migliori dell’intero disco. Esponiamo immediatamente l’elefante nella stanza: l’articolazione delle parole sempre strascicata e tendente alla sparizione dei suoni, tipica di Coez, è parecchio fastidiosa.

Tra gli altri brani che lasciano il segno, è impossibile non nominare quello che dà il nome al disco: 1969.

Brano che Lauro conferma dedicato alla madre. Anche qui sonorità nuove si mischiano a quelle di una grande tradizione culturale di rock. La batteria potente e le chitarre curate da Boss Doms non deludono nemmeno stavolta. La voglia di innovazione è tanta, e funziona. Il 1969 è la data forse più nota per gli amanti della musica. L’anno dell’estate dell’amore, Woodstock, l’anno di Stonewall e di Jim Morrison dietro le sbarre per atti osceni in luogo pubblico, l’anno della morte di Brian Jones, l’anno dell’Apollo 11 e l’anno in cui Neil Armostrong e Buzz Aldrin camminano sulla Luna.  

Roma è invece un brano che ripercorre gli anni difficili dell’adolescenza del ragazzo, descrive con estrema delicatezza il cinismo, il senso di abbandono e di insoddisfazione di chi è stato messo dal destino di fronte alla propria esistenza senza possibilità di replica. È un inno a chi non ce l’ha fatta, da parte di chi invece è riuscito.

L’album è interessante per le sue numerose citazioni religiose, correnti letterarie, musicali e culturali.

È un album di rivalsa, di voglia di esprimere in modo leggero la vastità interiore di un’intera generazione, presente e passata. Di fascinazione nei confronti di epoche lontane.

Demoni dalle sembianze angeliche e necessità di lusso sfrenato si mischiano in questo lavoro assolutamente stravolgente di Achille Lauro, che, con Boss Doms al suo fianco, passa così a scrivere una pagina tutta nuova di musica che non ha genere, non è rock, non è rap, non è trap.

Slegato da ogni convenzione, con l’intento di dare voce anche a chi quella voce l’ha assopita dentro sé, Achille Lauro diventa il Peter Punk di una nuova generazione, tutta italiana, ambiziosa e determinata a riuscire.

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