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Le recensioni di SLQS: ’10 Songs’ dei Travis

L’articolo di oggi è dedicato a una band molto sottovalutata in Italia, ma amatissima nel Regno Unito. Stiamo parlando dei Travis, band britpop nata a Glasgow agli inzi degli anni novanta, il cui successo esplode letteralmente grazie a Sing, un brano del 2001 diventato un vero e proprio tormentone. Molti di voi ricorderanno la canzone per l’irriverente video musicale in rotazione su Mtv, in cui le chiacchiere di una formale ed elegante cena si trasformano in rabbiosi lanci di cibo. La band acquisisce visibilità nel Regno Unito, in piena Oasis-mania, con l’album Good Feeling del 1997. Proprio per gli Oasis aprono una serie di concerti e Noel Gallagher si dichiara da subito loro fan. Da allora ad oggi molto è successo: collaborazioni con artisti del calibro di Paul McCartney, tour mondiali da record (quello che seguì l’uscita di The Man Who contava ben 237 date in giro per il mondo!) e naturalmente tanta splendida musica. Il 9 ottobre sono ritornati con l’attesissimo 10 Songs ed io non potevo fare altro che correre ad ascoltarlo.

10 Songs è esattamente come me lo aspettavo. Metterò da parte i tecnicismi, perché credo che il sound di questo disco si possa descrivere perfettamente con un’immagine, quella di un viaggio malinconico verso casa, al caldo nella coupé di un treno mentre fuori fa freddo. Per la prima volta dal 2003 il frontman della band, Fran Healy, assume pieno controllo sui testi e il risultato non delude affatto.

Il disco si apre con Waving at the Window, il cui unico difetto è quello di essere stata messa proprio come prima traccia. E’ senza dubbio il pezzo più forte dell’album, di quelli che per riprenderti dall’ascolto ci metti un po’ (e forse per questo l’avrei vista meglio come ultima traccia). Splendido il pianoforte, splendido il testo che, se hai detto addio a qualcuno almeno una volta nella vita, ti ridurrà lo stomaco a brandelli (All the days without you, I’m gonna wake/ All the plans without me, you’re gonna make/ Give it another chance, give it another go/ Don’t wanna see you waving at the window).

La tracklist prosegue con un duetto, quello con Susanna Hoffs, voce di The Bangles. Il titolo è The Only Thing e la voce calda di Susanna contribuisce sicuramente a dare carattere a questa canzone d’amore che sembra figlia di altri tempi. La traccia numero tre, una delle poche passata dalle radio italiane, si chiama Valentine ed è, con il crescendo che la caratterizza e le sue chitarre insolenti, in netto contrasto con la traccia precedente. Ma è soltanto una parentesi, perché con Butterflies torniamo a sederci nella carrozza del nostro treno per riflettere sulle occasioni che non abbiamo avuto il coraggio di sfruttare, mentre gli anni sono scivolati via (‘Cause you’re still chasing butterflies/ Watching all the years roll by).

A Million Hearts è un altro highlight del disco: ancora una volta è la melodia del pianoforte a farla da padrone e, ancora una volta, si parla di un addio (‘You’re one in a million hearts/ Letting go of you is tearing me apart). A questo punto arriva A Ghost, che a mio avviso non è solo uno dei migliori brani di questo disco ma anche dell’intera discografia dei Travis: se li avete amati agli inizi del secolo in The Man Who e in The Invisible Band, con questo brano tornerete a innamorarvi di loro. Menzione speciale per le linee di basso (alle quali, lo ammetto, sono particolarmente sensibile). Il fantasma del titolo è quello che si riflette nel nostro specchio e che ci costringe a fare i conti con il nostro passato, con quello che abbiamo nascosto, omesso e taciuto (All my past is shoring up/ Beating on my door won’t stop/ Couldn’t lie so I made it up/ And I can’t even say why). A consolarci arrivano le chitarre della dolcissima All Fall Down, che ci ricorda quanto sia ostinato l’amore vero.

La traccia numero otto, Kissing in the wind, è il classico brano che ci si aspetta dai Travis e che riassume un po’ tutti i motivi per cui ci piacciono. Penultima canzone dell’album , Nina’s Song, è una ballad che sembra non appartenere a nessun epoca, di quelle piene ma costruita su un vuoto immenso, quello causato dalla mancanza di un padre. Fran Healy confessa di avere avuto questa canzone dentro di sé per molto tempo, essendo cresciuto soltanto con sua madre. I temi della mancanza, dell’addio, della perdita e del vuoto sembrano attraversare a occhio e croce tutto 10 Songs. Eppure, l’ultimo brano, No Love Lost, pur riprendendo il mood dell’intero disco (complice il pianoforte) sembra lasciarci negli ultimi versi un messaggio di speranza, mettendo da parte tristezze, rabbie e rancori e ricordandoci che sono le circostanze e il tempo, immense rispetto a noi gocce di pioggia, a determinare la nostra traiettoria.

Three drops on a window pane
Just rolling down together
No fear, no regret, no shame
Just under the weather.

E tu hai ascoltato questo disco? Qual è il tuo brano preferito? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa: l’esordio di Vanbasten

L’esordio di questo giovane cantautore romano in realtà ha una genesi piuttosto singolare. Carlo Alberto Moretti, in arte Vanbasten, inizia a fare musica a 22 anni. Prima era un calciatore, ma per amore della musica inizia a scrivere canzoni e ne mette insieme un bel po’, prima di decidere che è arrivato il momento di pubblicarle.

“Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” raccoglie una buona parte di quella produzione, intessuta di basi new wave e con un’attitudine decisamente punk. Un album che contiene 10 brani, rappresentativi di un immaginario fatto di periferie, amori, ferite, violenza, sconfitte, voglia di rivincita e di riscatto, in cui è l’esigenza di descrivere la realtà a guidare la narrazione.

Il percorso artistico di Vanbasten lo ha condotto su strade musicali collaterali e anarchiche. Dal rap, al punk, fino alla scrittura di testi e musica: ogni fase della sua formazione ha seguito un percorso proprio, che è stato il preludio di questo disco tanto atteso.

In Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa parli principalmente di vite di periferia e delle difficoltà quotidiane che, proprio in periferia, sono enormemente amplificate. Cos’è cambiato per te da quando hai scritto quelle canzoni? Da quando vivo le periferie l’unico grande cambiamento che ho visto è stato con il Covid. Non è mai cambiato nulla, c’è sempre stato una sorta di immobilismo, un problema atavico che con il Covid si è solo amplificato. Probabilmente, rispetto al passato, oggi la periferia è anche più inglobata, perché con il motorino ci si sposta facilmente. Io sono cresciuto a San Basilio, dove è cresciuto anche mio padre; ma tra i miei e i suoi racconti ti accorgi che sì, la periferia è cambiata in questi 40 anni, ma lo ha fatto in peggio. Prima era più romantica come forma; oggi, semplicemente, chi ha meno va più lontano.

Ci vuole coraggio a esordire in un periodo storico così incerto, oppure per te non era più possibile aspettare che il disco uscisse in un altro momento? Direi che il coraggio in questo periodo ce l’hanno tutti gli infermieri…ma per quanto riguarda me, ho considerato che questo fosse il momento migliore per far uscire il disco. Senza essere ipocrita, io faccio parte di un sottobosco di artisti, e questo momento in cui “il tempo si è fermato” per me ha rappresentato un vantaggio, perché ho pensato di fare uscire un disco che già da tempo avevo lì; nel frattempo, ho anche la possibilità di crearmi già lo stacco per prepararmi a cose nuove.

Nella foto della cover del disco hai deciso di mettere una tua foto da piccolo. Com’è nata l’idea? Ho avuto il piacere di essere seguito da Valerio Bura per tutto ciò che riguarda l’immagine; ma poi è nata l’idea di fare questa copertina, che alla fine ha realizzato la mia ragazza che fa l’illustratrice. Il mio desiderio era quello di avere una copertina che rispecchiasse l’anima del disco, canzoni che avevo scritto già da tempo e alle quali sono molto legato. Non volevo una cover necessariamente cool, ma qualcosa di sincero. Quindi, lei mi ha detto che avrebbe provato a fare qualcosa che forse mi sarebbe piaciuto. E devo dire che ci ha preso in pieno.

“A metà degli anni 90, mio padre mi aveva regalato una maglietta dell’Olanda, quelle magliette sportive fatte con quella specie di acrilico che, se non stavi attento, facevi la fine del vestito ridotto a un filo, come nella pubblicità della Martini. Io scendevo a giocare con questa maglietta sotto casa; nessuno sapeva il mio nome, ma tutti mi chiamavano Vanbasten.

Crescendo mi è rimasto il soprannome: Carlo Vanbasten”

Quando hai iniziato a capire che la musica era la tua strada? Il momento in cui ho cominciato a capire che volevo fare musica di base è stato quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni. Ho sempre scritto per gli altri, mai per me, e quando vedevo che quello che facevo portava beneficio alle persone accanto a me, mi sono visto un po’ come un medico cyber-punk, dato che suonavo principalmente punk. Iniettare una dose di autostima attraverso le canzoni mi affascinava troppo, perché ho capito che poteva diventare una cosa molto personale che mi faceva stare bene.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali e quelli che invece hai nella vita? Il mio è stato un percorso un po’ anarchico. Ho avuto una formazione musicale particolare, perché mi sono reso conto del mio potenziale solo verso i 22 anni. Al liceo ero affascinato dalla musica ma la vedevo come una cosa da sfigati, perché mi facevo influenzare da tutta quella fascia di pischelli che entravano a scuola con la chitarra e me la facevano prendere a male. Finita l’onda liceale, verso i 18-19 anni ho cominciato ad avere frontali continui con la New Wave, in particolare con Joy Division e Ian Curtis. Ma sicuramente anche il cantautorato italiano è stato fondamentale, una continua scuola per tutti quelli che vogliono fare questo mestiere. Per quanto riguarda i punti di riferimento nella vita per me bastano i miei genitori. Sono anche un amante di Pavese, Pasolini, tutti quei pionieri letterari che avevano anche una forma carismatica fisica.

Tra tutte le canzoni del disco qual è quella che per te è stata più difficile scrivere? Sparare sempre. Quella canzone, a differenza di tutte le altre, l’ho scritta perché ne volevo una per me, un mio inno. L’ho cominciata una mattina, per caso, nel periodo in cui avevo da poco iniziato a uscire con quella che è la mia attuale ragazza. Non avevo dormito molto e ho buttato giù solo i primi accordi. L’ho terminata dopo tantissimo tempo ed è diventata la canzone che mia madre mi chiedeva di cantarle sempre, quando era in ospedale. Il titolo, invece, è nato grazie a Carolina, una bambina autistica alla quale la mia ragazza faceva ripetizioni. Siccome le faceva ascoltare anche le mie produzioni, un giorno Carolina ha chiesto: “Mi fai sentire Sparare sempre?” E da quel momento è diventato il titolo definitivo.

Cosa provi adesso che quelle “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” sono finalmente uscite? Ancora lo sto provando, perché le ho covate talmente tanto che adesso, secondo me, il processo di rilascio è un po’ lungo. Ma ti posso dire che è figo, è una sensazione indescrivibile.

Ascolta “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” su Youtube e Spotify. Segui Vanbasten su Facebook e Instagram.

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Coming Very Soon: le uscite di Novembre con AC/DC, Smashing Pumpkins e Whitesnake

Lasciamoci alle spalle ottobre e diamo il benvenuto al mese più rock dell’anno! Proprio così: novembre si preannuncia come un mese all’insegna del rock e dell’hard rock, con nuove uscite davvero promettenti e riedizioni di album e concerti dal vivo di alcuni dei più grandi nomi del rock mondiale. Siete pronti? Prendete carta e penna e segnate queste date in agenda!

Iniziamo con un ritorno a sorpresa: il 13 novembre gli AC/DC lanceranno Power Up, il loro diciassettesimo album (già anticipato dal singolo Shot In The Dark). Una buona notizia per chi temeva che, dopo “Rock Or Bust” (2014), il futuro del gruppo fosse ormai arrivato al capolinea.

E a proposito di grandi band: non potevamo non segnalarvi l’uscita della seconda parte della trilogia “Red, White and Blues Trilogy”. Parliamo dei Whitesnake, che il 6 novembre ritornano con Love Songs, la seconda raccolta di successi che mescola le migliori hit del passato, negli anni tra il 1987 e il 2011 (eh si, tra queste c’è anche Is This Love?)

Il 13 novembre vi segnaliamo anche l’uscita di Jewel Box di Elton John, che ritorna con un cofanetto di ben 8 cd contenenti demo, rarità e pezzi editi ma poco conosciuti. Una vera e propria scatola del tesoro, che sarà disponibile anche in versione digitale.

Ora passiamo in rassegna le tantissime riedizioni di album e concerti dal vivo, perché c’è davvero da impazzire! Ecco le uscite più attese di questo novembre:

  • David Bowie, Metrobolist ( aka The Man Who Sold the World) – 6 novembre
  • The Cranberries, No Need to Argue: Expanded Edition – 13 novembre
  • Eric Clapton, Crossroads Guitar Festival 2019 – 20 novembre
  • Pink Floyd, Delicate Sound of Thunder – 20 novembre
  • Dream Theater, Distant Memories. Live in London – 27 novembre

Imperdibile anche la riedizione di Colpa d’Alfredo: eh si, il terzo album del Blasco compie 40 anni! Per celebrare quest’importante anniversario, il 27 novembre sarà finalmente disponibile l’edizione speciale rimasterizzata (che è già in preorder) con un cofanetto deluxe da collezione, in edizione limitata.

Ma non è finita qui. Concludiamo in bellezza con una notizia che aspettavamo da settembre: il 27 novembre sarà finalmente il turno degli Smashing Pumpkins, che ritornano con un nuovo lavoro in studio. Cyr è un doppio album di 20 tracce che Billy Corgan ha definito come “una follia distopica”. E noi, non vediamo l’ora di ascoltarlo e intraprendere questo viaggio musicale insieme a loro!

Queste erano le uscite di novembre, un antidoto contro la noia e l’apatia del mese più lungo dell’anno. Ci sono altri dischi che vi piacerebbe segnalarci? Scriveteci!

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Coming very soon: le uscite di ottobre con Bruce Springsteen, Travis e tante riedizioni speciali

Come di consueto ci congediamo dal mese che sta per terminare e diamo il benvenuto a quello nuovo con Coming Very Soon, la nostra rubrica con il meglio delle nuove uscite musicali. Ottobre sarà un mese ricchissimo di nuovi album, grandi ritorni e riedizioni speciali. Pronti a scoprire cosa ci aspetta?

Il nuovo album dei Bon Jovi, Bon Jovi 2020 (del quale vi avevamo già parlato in un Coming Very Soon precedente perché previsto per lo scorso maggio), uscirà il 2 ottobre. Questo margine di tempo ha dato la possibilità al frontman Jon Bon Jovi di comporre altre due canzoni che sono state incluse nel disco e che rispecchiano pienamente il clima dei mesi scorsi. Il brano Do What You Can parla della lotta al Covid-19 ed è il singolo che accompagna l’uscita dell’album, mentre American Reckoning è una canzone di protesta per la morte di George Floyd e a supporto del movimento Black Lives Matter. Escono lo stesso giorno anche Melanie C, album omonimo dell’ex Spice Girl, e la compilation The Rarities di Mariah Carey, una raccolta di brani mai pubblicati e rarità che sicuramente sarà molto apprezzata dai fan.

Per la gioia di tutti gli amanti dell’indie rock made in UK, il 9 ottobre ritornano i Travis con il nuovo album 10 Songs. Si tratta del nono album in studio per la band scozzese, anticipato dai singoli A Ghost e Valentine. Restiamo nel Regno Unito e restiamo nell’ambito dell’indie rock, solo un pò più glam, perché il 16 è il turno dei The Struts e del loro terzo album Strange Days, anticipato dal singolo omonimo, un’insolita e sorprendente collaborazione con niente poco di meno che mr. Robbie Williams! Esce invece il 23 ottobre Song Machine, Season One: Strange Times, settimo album nonché interessantissimo progetto della band virtuale Gorillaz. Il disco raccoglie una serie di singoli e video musicali realizzati in collaborazione con artisti appartenenti ai generi più disparati, dal punk rock al synth-pop, passando per l’elettronica e la bossa nova.

Ora passiamo a lui, il disco più atteso non solo del mese ottobre, ma di tutto il 2020. Stiamo parlando del nuovo album di Bruce Springsteen che ritorna con Letter to you, 12 tracce incise insieme alla E Street Band. Letter to you esce a poco più di un anno da Western Stars ed è il ventesimo album del boss. Anticipato dal singolo omonimo, l’album contiene nove tracce scritte da Bruce nell’ultimo anno e tre brani, Janey Needs a Shooter, If I Was the Priest e Song for Orphans, composti negli anni settanta e mai incisi prima.

Infine compiono gli anni proprio questo ottobre una serie di album che hanno segnato la storia del rock di un periodo a cui tanto siamo affezionate, quello a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Preparatevi a delle speciali riedizioni di Hybrid Theory dei Linkin Park che compie vent’anni, (What’s the Story) Morning Glory degli Oasis che ha ormai un quarto di secolo, All the Right Reasons dei Nickelback che ne compie ‘solo’ quindici e, dulcis in fundo, All That You Can’t Leave Behind degli U2 che spegne venti candeline. Feeling old yet?

Queste erano le uscite di ottobre che, siamo sicure, renderanno l’arrivo dell’autunno un po’ meno traumatico. Ci sono altri dischi che vi piacerebbe segnalarci? Scriveteci!

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Coming (very) soon. le uscite estive con Bob Dylan, John Legend e Deep Purple

Sono tempi caotici per il panorama musicale. La cancellazione di tutti i tour, festival e qualsiasi altra forma di promozione ha spinto numerosi artisti a rimandare l’uscita dei loro album, previsti per la primavera, all’estate o a data da destinarsi. Spulciando tra le uscite dei prossimi mesi si nota una grossa confusione e anche le voci più autorevoli dell’informazione musicale sembrano non riuscire a mettersi d’accordo su quali siano le effettive date di uscita di alcuni dei prossimi album. Noi di SLQS abbiamo deciso comunque di raccogliere per voi i titoli più interessanti nel nostro consueto calendario Coming (Very) Soon, con la raccomandazione di tenere d’occhio i titoli ai quali siete interessati di più perché, di questi tempi, gli slittamenti sembrano essere all’ordine del giorno.

E’ prevista per il 5 giugno l’uscita del nuovo album della popstar britannica Ellie Goulding, che molto probabilmente si chiamerà Brightest Blue ed è stato anticipato a marzo dal singolo Worry About Me, in collaborazione con il cantante hip hop americano Blackbear. Attesissimo il nuovo album di John Legend Bigger Love, previsto invece per il 19 giugno e anticipato da un singolo omonimo dal ritmo estivo e sensuale. Protagonisti del video della canzone sono i fan di Legend che hanno risposto al suo appello inviandogli delle clip. Stessa data di uscita per il nuovo Rough and Rowdy Ways di Bob Dylan, che porta il cantautore da 125 milioni di dischi venduti a quota trentanove album in studio. E’ un doppio album, il primo di inediti dopo Tempest del 2012 e il primo in assoluto dopo la vittoria del premio Nobel per la letteratura nel 2016.

Non finiscono qui le uscite del 19 giugno. Sarà infatti anche la volta di Homegrown, l’album inedito di Neil Young registrato tra il 1974 e il 1975. All’epoca fu realizzata persino la copertina ma il disco non vide mai la luce. Si tratta di una serie brani molto intimi, scritti da Young nel periodo della fine della sua relazione con l’attrice Carrie Snodgress. Sono infine previsti per il 19 giugno anche il nuovo album pop-reggae del cantautore statunitense Jason Mraz, Look for the Good, e quello dei New Found Glory dal titolo Forever + Ever x Infinity, il decimo in studio per la rockband di Coral Springs. Esce a giugno, ma la data è ancora di definire, anche il nuovo dei Major Lazer, che si chiamerà Lazerism.

A luglio vedrà la luce un mixtape del progetto rap inglese The Streets (messo in piedi dal vocalist e polistrumentista Mike Skinner) dall’eloquente titolo None of Us Are Getting Out of This Life Alive. In tracklist anche un brano in collaborazione con Tame Impala, Call my Phone Thinking I’m Doing Nothing Better. Uscirà invece il 17 Hate for Sale di The Pretenders, prodotto da Stephen Street (produttore dei Blur, The Smiths e Cranberries). Il disco, già anticipato dai singoli The Buzz e You Can’t Hurt a Fool, era inizialmente programmato per il 1 maggio ma è slittato a causa della pandemia.

Previsto per il 7 agosto uno degli album più attesi di tutto il 2020, anch’esso rinviato a causa della pandemia. Si tratta di Whoosh!, ventunesimo album in studio dei Deep Purple, nonchè terza collaborazione con il grande produttore Bob Ezrin (The Wall dei Pink Floyd, vi dice qualcosa?) . «Deep Purple is putting the Deep back into Purple», scherzava la band durante il periodo trascorso in studio per lavorare a questo disco che si preannuncia già epico. Il 14 agosto segna invece il ritorno di una delle popstar americane più amate, la californiana Katy Perry che tornerà con un album dal titolo ancora top secret, del quale faranno sicuramente parte i brani Never Worn White e Daisies, usciti rispettivamente a marzo e maggio. Segnaliamo, infine, l’uscita di Energy del duo di musica elettronica Disclosure, e quella di Songs for the General Public di The Lemon Twigs, la band rock di Long Island dalle sonorità anni settanta.

Queste erano le uscite previste per quest’estate! Quali sono i titoli che terrete d’occhio?

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Lucio Leoni torna con “dove sei pt.1”

Brillante, eclettico e visionario. Lucio Leoni è il cantautore di cui tutti abbiamo bisogno: riesce a spaziare con ironia e fantasia dalla tradizione popolare al rap, dal folk alla canzone d’autore, approdando a uno stile proprio e riconoscibile che sintetizza poesia, teatro-canzone e sperimentazioni sonore.

Se siete alla ricerca di un disco che vi conquisti sin dal primo ascolto e in cui ritrovarvi, allora Dove sei pt. 1 farà sicuramente al caso vostro. Anticipato dal singolo Il sorpasso, Dove sei è il capitolo finale di una trilogia iniziata con Lorem ipsum – Gli spazi comunicativi (2015) e proseguita con Il lupo cattivo – Il bosco da attraversare (2017). Questa volta la scelta del titolo dell’album non ci fornisce alcuna indicazione sul suo contenuto: nessun segno di interpunzione, né un sottotesto con riferimenti spaziali. Ma ascoltando i brani del nuovo album di Lucio Leoni sono tantissime le domande che mi viene voglia di fargli: in attesa dell’uscita di Dove sei pt.2 ( autunno 2020) lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato i retroscena del suo nuovo lavoro. Mettetevi comodi!

Dove sei è una domanda provocatoria o una risposta artistica? Mi piace lasciare molto spazio all’interpretazione di chi mi ascolta. Dal mio punto di vista questo titolo è una risposta a tutte le domande che ci sono dentro, ma è comunque un gioco provocatorio, perché le risposte che do io non sono altro che ulteriori domande…

Allora adesso te lo chiedo io. Dove sei? Bella domanda! E’ buffo, perché magari fino a due mesi fa avevo un’idea più precisa, ma adesso è cambiato tutto e bisognerà abituarsi a ritmi e giornate diverse, per cui è tutto un po’ da ripensare. Diciamo che artisticamente, arrivato ai 40 anni, credo di essere a un punto in cui comincio a identificare una sorta di stile e ad avere chiari i miei punti di forza e i miei punti deboli.

Sui social hai simpaticamente scritto “In piena fase 2 esce Dove sei pt. 1. In piena fase 3 uscirà Dove sei pt. 2. Sempre un passo indietro”. Ti senti sempre un passo indietro a tutto il resto? E’ il mio modo per dire “resto umile” che va tanto di moda e mi fa ridere tanto. Mi piace sdrammatizzare sempre su tutta la linea, cerco di non prendermi mai veramente sul serio. Nonostante la musica abbia un’importanza gigante nelle nostre vite alla fine non dobbiamo mai dimenticare che è sempre un gioco.

Nel tuo album hai collaborato con C.U.B.A Cabbal, Francesco di Bella e Andrea Cosentino. Come sono nate queste collaborazioni? Andrea Cosentino è un amico che conosco da tempo. Mi è capitato di vedere un suo spettacolo nel quale snocciolava questo monologo che è il testo di Mi dai dei soldi. Ne sono stato folgorato subito e a fine spettacolo gli ho detto che il testo era clamoroso e volevo farne una canzone. Anche Francesco è un amico, ci conosciamo da un po’ di anni. Mi serviva una voce che avesse una profondità infinita e la sua era perfetta per Dedica. Il fatto che abbia voluto partecipare mi ha reso davvero orgoglioso. C.U.B.A invece non lo conoscevo, ma sono un grande amante della cultura hip hop e lui è uno dei miei idoli adolescenziali. Dopo aver trovato il suo numero (in maniera molto losca) l’ho chiamato e gli ho chiesto questo favore. Evidentemente si sarà mosso a compassione, perché sennò non si spiega…

In che senso hai trovato il numero in maniera losca? Tramite “amici di amici, di amici, di amici”… il metodo delle grandi separazioni!

Ne il Sorpasso, Dedica e Atomizzazione riprendi dei temi già presenti in A me mi: c’è questa presa di coscienza dell’essere diventati adulti (ma non troppo) e di essere un nativo analogico che vive tra nativi digitali, ma non è (di fatto) né l’uno e né l’altro. Secondo te, questa generazione di mezzo alla quale anche tu appartieni è più privilegiata (perché ha una visione delle cose più ampia) o è semplicemente più sfigata (perché è un ibrido)? Siamo sicuramente una generazione super fortunata, ma a ogni decade ci è cascato il mondo intorno. Quando avevo 10 anni è stato abbattuto il muro di Berlino, a 20 sono venute giù le Torri gemelle; a 30 anni è esplosa la più grande crisi finanziaria e adesso, alle soglie dei 40 è arrivata la pandemia. Forse non siamo una generazione fortunata dal punto di vista della stabilità del processo socio-economico, ma non mi sento di dire che siamo sfortunati, perché dopotutto viviamo in maniera privilegiata rispetto ad altre generazioni.

Come hai vissuto questo periodo di quarantena e quale futuro vedi per la musica? L’ho vissuto con fatica, è stato un periodo in cui non sono riuscito nemmeno a mettermi in una posizione ricreativa e produttiva. Per il futuro sono un po’ preoccupato, credo che ci troveremo tutti ad affrontare delle lotte per ricostruire un tessuto collettivo del mondo dello spettacolo. Sarà dura, ma si dovrà cominciare a discutere di politica della musica e di forme di tutela che di fatto non ci sono: la pandemia ha solo rivelato queste falle nel sistema.

La prima parte del disco è uscita l’8 maggio 2020. La seconda parte arriverà in autunno. Come mai hai deciso di dividere l’uscita del disco in due parti? La decisione di dividere l’album nasce dalla necessità di alleggerire e spezzare il disco, che poteva risultare un po’ troppo prolisso nel suo insieme. Abbiamo quindi pensato di spezzare l’album per conferire maggior respiro e lasciar sedimentare le canzoni un po’ di più.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda parte del disco? Il disco è concepito come unico, anche se diviso in due parti, quindi le tematiche e gli immaginari sonori saranno simili. Ma ci sono delle canzoni molto belle che mi è dispiaciuto non poter tirar fuori adesso, perciò sono molto curioso di vedere come verranno accolte.

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Coming (very) soon. Le uscite di maggio con Norah Jones, Bon Jovi e The Killers

Doveva essere il mese dei primi eventi all’aperto, delle prime tappe dei tour estivi e dell’Eurovision, ma questo maggio 2020 non sarà niente di tutto questo. Il prolungamento delle misure per il contenimento del virus hanno definitivamente spazzato via ogni speranza di tornare ad ascoltare musica dal vivo nel breve periodo. Per fortuna questa primavera sarà costellata di molte uscite degne di nota e, per molte di queste, noi di SLQS non vedevamo l’ora!

Inauguriamo maggio con Such Pretty Forks in the Road, l’attesissimo nuovo album in studio della cantautrice canadese Alanis Morissette, in uscita questo venerdì primo maggio a otto anni dall’uscita dell’ultimo album di inediti. Il disco è stato anticipato già lo scorso dicembre dal singolo Reasons I Drink, un pezzo ruvido e trascinante in cui Alanis sembra proprio quella di sempre. Esce il primo maggio anche Gaslighter, il nuovo album del gruppo country statunitense Dixie Chicks, tornate in studio dopo ben 13 anni. Venerdì 8 maggio è invece prevista l’uscita di Petals for Armor, il disco che segna il debutto da solista di Hayley Williams, voce dei Paramore. L’album è stato anticipato da due EP, Petals for Armor I e Petals for Armor II, usciti rispettivamente a gennaio e aprile.

Venerdì 15 maggio è una giornata di grandi uscite. Tornano infatti i Bon Jovi con Bon Jovi: 2020. Si tratta del quindicesimo album in studio per la band del New Jersey e conterrà il singolo Limitless, uscito lo scorso febbraio e già una hit. Esce il 15 maggio anche Van Weezer dei Weezer, un disco che, a detta del frontman Rivers Cuomo, riporterà la band a una dimensione decisamente hard-rock. L’uscita del disco avrebbe anticipato l’attesissimo Hella Mega Tour, il tour che la band di Los Angeles avrebbe portato in giro per il mondo insieme ai colleghi Green Day e Fall Out Boy, il cui destino è al momento incerto. Dulcis in fundo, lo stesso venerdì esce Pick me up off the Floor, di Norah Jones, già anticipato dal singolo I’m Alive. Un album piuttosto dark, che per tematica si colloca splendidamente in questo momento storico: è infatti incentrato sulla solitudine e sul bisogno di connessione tra gli esseri umani. Non vediamo l’ora di ascoltarlo!

Italianissima l’uscita del 22 maggio che vi segnaliamo. Si tratta del cofanetto Fabrizio De Andrè e PFM: Il concerto ritrovato. Il concerto ritrovato é il celebre live di Genova del 1979 in cui Fabrizio De Andrè si esibì con PFM. Le immagini sono state recuperate, restaurate e proposte nelle sale cinematografiche lo scorso febbraio, riscuotendo grande successo. Il cofanetto, pubblicato da Sony Music, uscirà in doppio formato: CD con libretto e doppio LP. Esce lo stesso giorno anche Notes on a Conditional Form della band inglese The 1975, un progetto che si preannuncia molto interessante. Particolare la scelta di aprire l’album con la canzone di protesta chiamata The 1975, brano in cui un pianoforte accompagna un discorso dell’attivista Greta Thunberg sulla responsabilità che ognuno di noi ha nella lotta al cambiamento climatico.

Il 29 maggio è la volta di un altro cofanetto: esce Bowie Years del grande Iggy Pop, contenente le versioni rimasterizzate degli album realizzati in collaborazione con il Duca bianco e altre rarità. Questo mese pieno di uscite si chiude con l’attesissimo ritorno dei The Killers con il loro sesto album in studio Imploding the Mirage, inciso tra l’Utah e la California e anticipato a marzo dal singolo Caution.

Ora tocca a voi! Quali album non vedete l’ora di ascoltare? Ci sono altre uscite che vi piacerebbe segnalarci?

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‘Father of All…’. Il nuovo album dei Green Day ci riporta nel 2004

Uscito lo scorso 7 febbraio, Father of All Motherf*****s (anche conosciuto con il titolo censurato Father of All…) è il tredicesimo album in studio dei Green Day, definito ‘very high energy’ dal frontman della band Billie Joe Armstrong in un’intervista rilasciata a Billboard.

La copertina dell’album ritrae una mano che stringe una granata: è la stessa immagine della copertina di American Idiot, lo straordinario disco del 2004 che ebbe un effetto devastante sulla ragazzina che ero all’epoca – riuscendo infatti a influenzare gran parte dei gusti musicali e delle idee sulla musica che ho ancora oggi. Cosa avrà Father of All… a che fare con American Idiot? E’ possibile che il nuovo disco riprenda a raccontarci la storia che si è interrotta con la nona traccia di American Idiot? C’è speranza di rincontrare St. Jimmy, Whatsername e il Gesù dei sobborghi?

In Father of All… non incontriamo nessun volto familiare ma è chiaro che con certe linee di basso, certe atmosfere e certe tematiche i Green Day abbiano cercato disperatamente di riportarci al lontano 2004 (e in alcuni casi anche agli anni precedenti). Ma vediamo i brani nel dettaglio.

La prima traccia Father of All… è il singolo che nel settembre 2019 ha anticipato l’album. Un pezzo punk in your face cantato in falsetto che ti fa venire voglia di alzarti dalla sedia (è uno dei miei pezzi preferiti quando ho il leg day in palestra). La traccia numero due Fire, Ready, Aim è stata utilizzata per l’apertura della National Hockey League. La frase ‘Ready, Aim, Fire’ è usata come indicazione per i soldati su come usare le armi da fuoco ma il problema, scrivono i Green Day nella descrizione del videoclip della canzone su Youtube, è che nella società di oggi si attacca senza prima pensare. Il tema della critica alla società americana che era iniziato in Warning e che era diventato il fulcro di American Idiot si insinua quindi anche in questo album.

La terza canzone, Oh Yeah! prende titolo e ritornello da Do you wanna touch me? (Oh yeah) di Gary Glitters. Stavolta la critica è rivolta alla società tenuta in pugno dai social media (Everybody is a star\ Got my money and I’m feeling kinda low) e dai problemi legati al sistema scolastico e alla detenzione di armi (I’m just a face in the crowd of spectators\ To the sound of the voice of a traitor \ Dirty looks and I’m looking for a payback\ Burning books in a bulletproof backpack). L’atmosfera si fa più leggera e allegra in Meet me on the roof, brano in cui Billie Joe ritorna adolescente sfigato che ha paura di fare la prima mossa con la ragazza che gli piace. Anche nella traccia successiva, I was a teenage teenager, Billie Joe canta dei sentimenti di odio e inadeguatezza della propria adolescenza (I was a teenage teenager full of piss and vinegar \ Living like a prisoner for haters\ I was a teenage teenager, I am an alien visitor \ My life’s a mess and school is just for suckers), sentimenti che erano stati al centro di album come Dookie e Nimrod.

La settima traccia, Stab you in the heart, è una vera sorpresa ma non ho ancora ben chiaro se è bella o brutta. Si tratta di un pezzo incazzato e rockabilly in cui i Green Day giocano a fare i Beatles e vi assicuro che non riesco a descriverla meglio (ascoltare per credere). Il nono brano, Sugar Youth, ricorda terribilmente il brano She’s a rebel di American Idiot e somiglia vagamente anche a Letterbomb. Ancora una volta Billie Joe si trasforma nell’adolescente senza speranze dei primi album (Like a high school loser \That will never ever, ever, ever fuck the prom queen). Arriviamo finalmente a Junkies on a High, la mia preferita di tutto l’album. E’ un brano dark sul tema della distruzione di sè, un brano che ti rimane nella testa e che francamente c’entra poco con il resto dell’album. La linea di basso è quasi identica a quella di Boulevard of Broken Dreams. La traccia numero undici è Take my money and crawl, un brano innegabilmente catchy e in puro stile Green Day ma che non mi dice molto. Chiude Graffitia, la canzone più impegnata dell’album e più spiccatamente politica sulla situazione di declino nelle città della Rust Belt dovuto alla chiusura delle fabbriche, la questione razziale e la violenza che ne deriva.

Cosa penso di Father of All…? L’energia c’è, ma è un album che corre troppo, arraffa, comprime. Sembra voler dire molto, ma di fatto dice poco. Sembra provare a dirci qualcosa di nuovo, ma quello che sentiamo in fondo lo sappiamo già. E’ un album breve fatto di cose già viste, troppo lontano dal monumentale American Idiot, del quale non può per altro assolutamente essere considerato l’erede o il sequel.

E’ chiaro che la band abbia tentato di racchiudere in questi 26 minuti tutto quello che i Green Day sono stati in American Idiot e prima, ma finisce per mettere insieme una serie di cliché spesso mal amalgamati tra loro, uniti a qualche tentativo di innovazione non perfettamente riuscito. Resta comunque un album piacevole da ascoltare, in cui la band rimane riconoscibile per noi fan che li abbiamo ascoltati e amati a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio.

E voi l’avete ascoltato?

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‘Father of All…’. The new Green Day album takes us back to 2004

Released on February 7th, Father of All Motherf*****s (also known as Father of All…) is Green Day’s thirteenth studio album, described as ‘very high energy’ by frontman Billie Joe Armstrong during an interview with Billboard.

On the cover there’s a hand holding a grenade: it’s the same image that appears on the cover of American Idiot, the extraordinary 2004 record that had a huge impact on the little girl I was at that time – influencing a big part of my taste and my ideas about music. What does Father of All… have to do with American Idiot? Is it possible that this new record someway resumes the story that got interrupted in the ninth track of American Idiot? Can we hope to meet St. Jimmy, Whatsername and Jesus of Suburbia once again?

We meet no familiar faces in Father of All… but it is clear that Green Day has tried to bring us back to 2004 (and in some cases even back to the previous years) by choosing certain bass lines, certain atmospheres and certain themes.
Let’s have a close look at the tracks.

The first track, named Father of All, is the single, released in september 2019, that anticipated the album. It’s a falsetto sung punk song in your face that makes you want to stand up (it’s my personal favourite when I have leg day at the gym). Track number two, Fire, Ready, Aim, has been used for the opening of the National Hockey League. The phrase ‘Ready, aim, fire’ is an instruction given to soldiers on how to use their weapons but the problem, writes Green Day in the video description on youtube, is that today’s society attacks without even thinking. The tale of criticism towards the American society that had started in Warning and that had been at the core of American Idiot is also present in this album.

The third song, Oh Yeah! samples the refrain from Gary Glitters’ Do you wanna touch me? (Oh yeah). The band criticizes the part of society that’s obsessed with social media (Everybody is a star\ Got my money and I’m feeling kinda low) and adresses the problems of the American school system and the consequences of gun detention (I’m just a face in the crowd of spectators\ To the sound of the voice of a traitor \ Dirty looks and I’m looking for a payback\ Burning books in a bulletproof backpack). The atmosphere gets lighter and happier in Meet me on the roof, a song in which Billie Joe gets back to the times when he was a teenage loser and felt anxious about asking the girl out. Also in the following track, I was a teenage teenager, Billie Joe sings about the feelings of hate and inadequacy of his own adolescence (I was a teenage teenager full of piss and vinegar \ Living like a prisoner for haters\ I was a teenage teenager, I am an alien visitor \ My life’s a mess and school is just for suckers), feelings that had been at the core of albums like Dookie and Nimrod.

The seventh track, Stab you in the Heart, is a true surprise, even though I still don’t know if it’s a good or a bad one. It’s an angry, rockabilly song in which Green Day pretend to be The Beatles – and I swear I could not describe it in a better way (listen and you’ll know). The ninth song, Sugar Youth, reminds me a lot of She’s a Rebel from American Idiot but it also sounds a lot like Letterbomb. Once again Billie Joe turns into the hopeless teenage boy of the first albums (Like a high school loser \That will never ever, ever, ever fuck the prom queen). We finally get to Junkies on a High, my favourite song of the entire album. It’s a dark song about self destruction, a song that gets stuck in your head and which, honestly, has nothing to do with the rest of the album. The bass line is almost identical to the one of Boulevard of Broken Dreams. Track number eleven is Take my money and crawl, an undeniably catchy and oh-so-Green-Day song that doesn’t add much to the album. The last song is Graffitia, the most political one of the album, about the situation of decline in the cities of the Rust Belt due the closing of the factories, but it also addresses the racial questions and the violence that derives from them.

What do I think about Father of All…? There is a lot of energy, but it’s an album that runs to much, sneaks and compresses. It sounds like it is trying to say a lot, but it ends up saying too little. It sounds like it is trying to say something new, but all we hear is something we already know. It’s a short album made of things we’ve already seen, too far from the monumental American Idiot of which it cannot be considered a sequel or a heir.

It is clear that the band has tried to enclose in these 26 minutes all that Green Day has been in American Idiot and before, but they end up putting together a series of cliches – often not mixed well at all – together with a couple of innovative attempts that haven’t really worked. Despite all of this, Father of All… is a nice record in which the band is still recognizable for us fans that have been loving them and listening to them between the old and the new millennium.

And you? Have you listened to it?

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Piero Pelù, gigante e pugile fragile

40 anni di carriera e non sentirli affatto. Piero Pelù festeggia questo traguardo con il nuovo album, Pugili fragili, e a pochi giorni dall’uscita è già al 6 posto della Italian iTunes Charts

Se ascoltate il nuovo album da solista di Piero Pelù aspettandovi di sentire i Litfiba che furono, vi dico già che potreste rimanere davvero delusi. L’esibizione sanremese (la prima in assoluto in 40 anni di carriera) mi aveva davvero stupito: un’ energia senza pari, voce cupa e vibrante, una canzone orecchiabile che mi è subito entrata in testa.

Lo hanno definito un animale da palcoscenico, proprio per sottolineare che, quando canta dal vivo, Piero ti trasmette più di quello che ti aspetti. Ed è proprio questa la formula del suo successo, accompagnata da una perenne voglia di cambiare pelle. E questa trasformazione la si avverte già dalla copertina: le braccia sono tatuate con squame di serpente, pronto all’ennesimo cambio di pelle.

Bene. Tutta questa premessa è per spiegarvi che al primo ascolto l’album lo detesterete. Sul serio. Un calderone di temi (ecologia, avere vent’anni, violenza di genere, razzismo) e una commistione di generi che cozzano tra loro (elettronica e classic rock). Ma l’intento di Pelù era proprio questo: toccare tutti i generi musicali della carriera dei Litfiba, mescolarli e creare delle canzoni che potessero arrivare a tutti. Il risultato è che si ha l’impressione che per far contento il pubblico Piero Pelù si sia un po’ troppo commercializzato. Sta di fatto che su 10 canzoni a me ne sono piaciute due: Nata Libera – testo bellissimo e atmosfere dark- e Canicola – batteria incalzante e ritmo trascinante.

Al secondo ascolto noterete citazioni tra il sacro e il profano (Cecco Angiolieri, De Chirico e Ozzy Osbourne), vi accorgerete che ci sono delle parti cantate in stile Fabrizio De André e vi direte che tutto sommato la collaborazione con Andrea Appino in Fossi foco non è per niente male.

Al terzo ascolto inizierete a canticchiarle più o meno tutte, ma continuerete a evitare Luna nuda, perché ascoltarla una volta è anche troppo.

Nel desolante panorama della scena rock italiana Piero Pelù è sicuramente un faro, ma con Pugili fragili ho l’impressione che non si vada in nessuna direzione particolare. La carriera solista del ragazzaccio fiorentino sicuramente non è ai livelli di quella del suo passato con i Litfiba, ma sarebbe anche anacronistico pretendere di raccontare la realtà di oggi con gli occhi e le orecchie di ieri. Scordatevi la complessità dei testi di una volta, dimenticatevi la chitarra di Ghigo (sigh!), concentratevi solo su quello che state ascoltando. Piero Pelù a 58 anni è finalmente libero di essere se stesso, cantare quello che gli pare e ripulire le spiagge italiane dalla plastica con il sottofondo di Picnic all’inferno.

Tracce:

1. Picnic all’ inferno

2. Gigante

3.Ferro caldo

4.Pugili fragili

5.Luna nuda

6.Cuore matto (cover di Sanremo)

7.Nata libera

8.Fossi foco

9.Stereo santo

10.Canicola

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