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Mia Martini, nel ricordo di Mimmo Cavallo

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie e che hanno lasciato un’ impronta indelebile nel mondo della musica. Questo mese è dedicato a Mia Martini: a 25 anni dalla sua scomparsa, oggi ripercorriamo le tappe più significative della sua carriera, grazie anche al ricordo di un suo caro amico, il musicista e cantautore Mimmo Cavallo.

Il primo ricordo che ho di Mia Martini risale all’infanzia. Una Fiat Uno rossa e un’ autoradio con la sua voce, mentre la piccola Monica canta tutte le sue canzoni a memoria. Poi ho anche un ricordo di quel 14 maggio 1995, quando fu data la notizia della sua morte al TG, dopo due giorni dall’avvenimento; sentivo i miei genitori parlarne con dispiacere e percepivo parole come “maldicenza” e “sfortuna” che arrivavano alle mie orecchie di bambina come sussurri. All’epoca non capivo i significati di queste parole, per me contava solo la voce di quella donna che avrei scoperto e amato qualche anno più tardi.

Quella donna era Mimì Bertè, nata l’ultimo giorno d’estate del 1947 a Bagnara Calabra, un piccolo paese di mare sulla costa calabrese. E basterà che voi teniate a mente queste due cose per capire che artista fosse Mimì: una voce temprata dal sale del mare, un’intensità interpretativa paragonabile alla nostalgia che ti assale quando finisce l’estate e la passionalità bruciante di una donna del sud, come il sole di luglio nelle ore più calde del giorno.

Mimì esordisce negli anni 60 come cantante yé-yé. Ma negli anni 70 è l’incontro con il produttore Alberigo Crocetta, fondatore del Piper, a segnare la grande svolta di carriera. Mimì smette gli abiti leggeri da ragazzina pop e diventa una gipsy girl. Crocetta le cambia anche il nome, non più Mimì Bertè ma Mia Martini. Nasce una stella: nel 1971 partecipa al Festival di Musica d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio e ottiene la vittoria sulla PFM con la canzone Padre davvero.

Dalla Woodstock italiana al riconoscimento mondiale il passo è breve. Mia è inarrestabile, vince tantissimi premi e ottiene riconoscimenti anche in Giappone. Duetta con Charles Aznavour e instaura un sodalizio artistico e sentimentale con Ivano Fossati. Sono gli anni in cui Mia è all’apice del successo, ma a un certo punto qualcosa s’inceppa. La sua voce sparisce e nel 1980 subisce due interventi alle corde vocali, che modificheranno per sempre il timbro, diventato più roco e profondo ma più vicino al suo nuovo stile: non più zingaresco ma sobrio e mascolino. Un anno di assenza dalla scena, ma Mimì non si ferma e incide nuove canzoni. La sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1982 avviene in grande stile: con una canzone di Fossati, E non finisce mica il cielo, Mia Martini non vince, ma si aggiudica il Premio della Critica, inventato per lei proprio in quell’ occasione. Ma l’anno successivo decide di ritirarsi definitivamente. Qualcuno nell’ambiente musicale mal tollerava il successo dell’interprete calabrese, e già negli anni 70 aveva alimentato dicerie su presunti eventi negativi, capitati a persone che avevano a che fare con Mia. Le maldicenze erano diventate a tal punto insistenti, da minare la sicurezza ottenuta dai numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Mia inizia a convincersi di portare davvero sfortuna e la sua autostima cade a pezzi: nel mondo dello spettacolo tutti pensano che porti “jella” e si tengono alla larga da lei. Ma qualcuno, invece, le resta accanto: Mimmo Cavallo, musicista e cantautore (nonché autore per Fiorella Mannoia, Zucchero e Loredana Bertè – solo per citarne alcuni) instaura con Mimì un rapporto di amicizia sincero, nel momento in cui tutti le voltano le spalle.

Mimmo, com’è avvenuto il primo incontro con Mia Martini?

Non mi ritengo un fatalista, ma ti racconto alcune belle coincidenze che sono avvenute prima che ci conoscessimo personalmente. Alla radio un giorno ho ascoltato “Padre davvero”, e ne sono rimasto folgorato. Ma ero solo un ragazzo, percepivo l’intensità di quel brano d’autore e la sua carica viscerale, ma non riuscivo a spiegarmi il perché di quel turbamento. Dopo molti anni vado a Roma per incidere il mio primo disco. Un amico mi convince a partecipare a una festa che si rivela una grande delusione. Mi ritrovo circondato da persone anziane, che recitano poesie e mangiano spaghetti in piedi, ma noto una giovane ragazza sui 18 anni che cattura subito la mia attenzione. Mi avvicino a lei e iniziamo a fare conversazione. Scopro che quella ragazza attraente è Olivia, la sorella di Mimì e le chiedo subito il numero di telefono. Ero intenzionato a conquistarla! Passano i giorni e finalmente, quando mi decido a telefonarle, mi accorgo di aver perso il numero…

Una storia d’amore finita ancor prima di cominciare…

Proprio così! Nel 1979 ero in studio per registrare il mio album “Siamo meridionali”. Dall’altra parte del vetro, mentre stavo cantando, vidi entrare una signora con un cagnolino in braccio che si sedette in un angolo ad ascoltarmi. A registrazione finita, chiesi al mio produttore Antonio Goggio -ma chi è quella donna?- La sua risposta mi lasciò di sasso: -E’ Mia Martini- Fu quella l’ occasione in cui finalmente ci presentammo. Ne nacque subito una bella amicizia, oltre all’occasione di lavorare insieme: infatti partecipò a tutti i cori di quel mio primo disco. In due mesi di lavoro, però, ebbi modo di notare che in presenza di Mimì tutti i musicisti si dileguavano con le scuse più varie. In sua assenza, invece, tutti si organizzavano per andare a mangiare insieme durante la pausa pranzo. Era così palese questo comportamento che mi venne spontaneo chiedere a Goggio come mai tutti si comportassero così nei confronti di Mia. Fu in quel momento che scoprì le ignobili dicerie sul suo conto.

Quando il vostro rapporto di amicizia è diventato più profondo, sei riuscito a capire cosa ti attraeva di lei e del suo modo di lavorare?

Quello che mi piaceva di lei lo avevo inizialmente intuito da ragazzo, al primo ascolto in radio di Padre davvero. La sua forza interpretativa era senza pari, ma lavorando al suo fianco ho avuto anche modo di percepire il suo mondo interiore e mi ci sono riconosciuto: lei aveva tutto un mondo magico ed esoterico che appartiene a tutti i figli del sud. Si tratta di un retaggio antico, fatto di “conti”, fiabe e favole, come quelle che ci raccontavano le nostre nonne davanti al camino. Questo mondo agro-arcaico che ci accomunava ci ha subito messi in sintonia. Un giorno mi chiese di fare una canzone sulla luna e io le scrissi un pezzo che spero venga inciso, perché mi hanno detto che esiste un provino che ancora non è venuto alla luce. Lei era davvero un’artista a tutto tondo, era fenomenale, ma i discografici (a torto!) la consideravano una semplice cantante.

Secondo te lei ha sofferto più per il suo sfruttamento commerciale da parte dei discografici o per le malelingue che la tormentavano?

Sicuramente per le malelingue, da quelle non c’è scampo. Lei ha subìto la cosiddetta”jettatura”, le si è incollata addosso quell’etichetta infame di jettatrice e a un certo punto ha iniziato a convincersi davvero che portasse sfortuna. Ha perso tutte le sue sicurezze e si è isolata sempre di più, quando invece aveva bisogno di circondarsi di persone che le volessero bene davvero e la rispettassero come persona. Nonostante tutto, quando è tornata a cantare, Mia lo ha fatto come sempre alla grande. Ricordo che gli ultimi quattro concerti prima della sua morte abbiamo fatto il botto di pubblico. Era in forma, ma le cicatrici che si portava dietro sono venute presto a riscuotere il conto di quegli anni trascorsi in isolamento.

Cosa ricordi dei suoi ultimi giorni?

Ricordo che si sentiva invincibile, ma la realtà era ben diversa. Il mio rimpianto è quello di non averla aiutata durante il trasloco. Pochi giorni prima che morisse, si era trasferita a Cardano del Campo. Nessuno di noi ha pensato di aiutarla con tutti quegli scatoloni. Si sarà sentita persa. E sola. Probabilmente anche solo una telefonata avrebbe potuto fare la differenza. Purtroppo lei non aveva un affetto fisso, mi diceva sempre che aveva bisogno di radici, di sentirsi radicata. Insomma aveva bisogno di sentirsi amata.

Qual è il ricordo più bello che ti viene in mente quando ripensi a lei?

Loredana e Mia a Roma avevano un amico mecenate, proprietario di una casa bellissima. In sua assenza, una sera io e Mia siamo in questa casa pronti per cenare. A un certo punto la sento parlare al telefono di vestiti da sposa e le chiedo chi sia. Mimì mi sussurra: “E’ mia sorella Olivia, si sposa!”. A quel punto le chiedo di passarmela. Il pallino di Olivia mi era sempre rimasto, ma Mia non ne sapeva nulla. “Ma la conosci?” Le dico di si, e la convinco a passarmela. “Pronto, Olivia, ti ricordi di me? Sono Mimmo Cavallo, ci siamo conosciuti a quella festa noiosa, tanti anni fa”. Olivia mi risponde secca: “No. Me ripassi mi’ sorella?” Dopo quella pessima figura Mimì mi ha preso in giro per giorni, e mi ha detto di non ripeterle più la storia della festa. Qualche tempo dopo ci siamo ritrovati tutti a Taranto e dopo le prove siamo andati a mangiare in un ristorante. In quell’ occasione c’era anche Olivia con il marito. Mimì mi mise subito in guardia: “Guai a te se ritiri fuori quella storia dove hai conosciuto mia sorella!”. Ci mettiamo seduti e a un certo punto della serata esordisco con “Senti Olivia, devo dirti una cosa…” Mia stava per interrompermi, ma ho continuato: “Olivia, ma ti ricordi di quella signora bionda che ci ha chiesto ventimila lire per partecipare a quelle serate tra artisti?” Mia, a quel punto, è scoppiata in una risata fragorosa e ha detto: “Ma quella era mia madre!”

Adesso, però, tocca a voi dire la vostra: amate Mia Martini? A quale canzone siete particolarmente affezionati?

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Napoli Liberata

9 maggio. Un motivetto fischiettato si è legato inscindibilmente a questa data, ed in qualche modo l’ha resa simbolo di una celebrazione di Napoli, che in quelle poche note ha recuperato la dignità di essere. Per questo, oggi, abbiamo deciso di dedicare un articolo a Liberato, l’anonimo cantante in felpa scura che sta spopolando sul web da ormai tre anni.

Una rosa bianca su sfondo nero. Si firma così, e nessuno ne conosce il volto.

Liberato compare per la prima volta il 14 febbraio del 2017. Cattura l’attenzione di una fascia di ascoltatori, e nel corso di quello stesso anno, mentre i suoi pezzi a poco a poco acquistano una popolarità sempre maggiore, il volto di questo giovane cantante resta un mistero.

Speculazioni sulla sua identità non tardano ad ammassarsi, le correnti di pensiero si spaccano tra loro, alimentate dalla confusione e da abili giochi probabilmente ideati dal management dell’artista: sarà Calcutta? Livio Cori? Esiste davvero Liberato?

Passano i mesi, nessuno lo scopre. Iniziano le esibizioni dal vivo, e durante tutti i suoi concerti Liberato è accompagnato sempre da diversi sosia, che ne impediscono l’identificazione. Persino durante il suo spettacolare ingresso al primo concerto in assoluto, 9 maggio 2018 (e chi scrive, quel giorno, era presente), Liberato raggiunge il palco allestito a Napoli, sul Lungomare, tramite una barchetta, sulla quale però non viaggia da solo: insieme a lui, infatti, ci sono altri cinque “Liberato”, rigorosamente in felpa e a viso coperto.

In un’unica intervista, concessa a Rolling Stones tramite e-mail viene confermato il suo nome e la città natale, Napoli. Tutto qui. L’anonimato viene conservato con aura sacralità.

Ed anche noi di Smells Like Queen Spirit rispetteremo questa sacralità.

Oggi, infatti, non discuteremo del giallo che a tutti i costi mira a smascherare il volto nascosto sotto il cappuccio dell’ormai iconica felpa scura, no. Oggi parleremo del motivo per cui Liberato è essenziale per la rivalutazione di Napoli e della Campania, per la visione sia intrinseca che estrinseca di questa regione.

La storia di Napoli, di glorie storiche passate, di esoterismo e poesia, perde rovinosamente gli splendori antichi a partire dall”800. In seguito all’Unità d’Italia, quelle pagine di fasti si arricchiranno di rovinosi dissesti, organizzazioni e gestioni disastrose, così come un po’ dovunque in tutto il Sud del nostro Paese.

Nell’immaginario comune, Napoli è troppo spesso legata a preconcetti e pregiudizi. C’è crimine, immondizia, c’è paura, povertà. C’è sole, mare, pizza, cuore. Gente retrograda, pigra.

Macchiette che si appiccicano alla nostra provenienza, che delegittimano il diritto di essere individui con le proprie peculiarità.

Certo, purtroppo, queste considerazioni sono radicate un po’ dovunque, sia fuori dai confini campani che al proprio interno.  

Ma perché ne parliamo su un magazine musicale? In che modo Liberato e la sua musica elettronica indie-pop e catchy si legano a questo discorso?

Perché Liberato e la sua musica elettronica indie-pop e catchy hanno restituito a Napoli il rango di città reale. Come?

Testi che recuperano letterature passate e presenti, e che a tratti ricordano le ambientazioni all’interno delle Leggende Napoletane raccolte da Matilde Serao, che raccontano storie magistralmente portate alla vita dai video-clip eccezionali diretti da Francesco Lettieri.

Sullo sfondo di paesaggi magnifici, i personaggi di diversa astrazione sociale ritratti, ora con crudezza, di tanto in tanto volgarità, sopra ogni cosa ostentano una disarmante normalità.

In che modo? Non ritraendo altro che banale, banalissima vita quotidiana.

La vita di chiunque. Dell’uomo comune. Che non è speciale, non è unico, è uno fra tanti.

Ed essere uno fra tanti è un enorme lusso, e a Napoli, ai “personaggi di Napoli”, brutalmente depauperati dell’essere da sé, in funzione dell’essere-in relazione allo stereotipo, questo lusso non era concesso.

Ma Liberato ha cambiato questa condizione.

Perché in quei testi, in quei video-clip, finalmente Napoli smette di essere antologia di stereotipi e riacquista la dignità di una città vera, una città in cui si vive e si ama, si odia, si sbaglia. Scevra dai dettami di chi la vorrebbe una città di assoluta povertà o assoluti sorrisi, di crimini e scippi o sole e mare, questa Napoli fischia, si rivela, mentre il suo menestrello resta a volto coperto, suggellando un’alleanza mirata alla liberazione totale da quei clichés stucchevoli e melensi che ne vedrebbero solo lati positivi o al contrario negativi.

Il potere della musica si manifesta riverberando ed imponendosi anche sull’immaginario comune. È il miracolo dell’arte, e l’arte opera attraverso vie superiori.

Con la sua musica neppure troppo elaborata, non così complessa, non così aulica, Liberato ha liberato Napoli, e noi per questo lo ringraziamo. A volto scoperto.

A nome di tutti i figli di Partenope, quelli vicini e quelli lontani.

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Che fine hanno fatto #2 – Luca Dirisio

Ci vuole calma e sangue freddo\ Calma, yeah…’. Non ditemi che non l’avete letta cantando! Era il 2004 e Luca Dirisio era letteralmente ovunque tra radio, Festivalbar e palchi sparsi in giro per l’Italia. Riuscii a beccarlo per ben due volte e, fidatevi, per una quattordicenne del 2004 vederlo dal vivo era davvero il massimo che si potesse avere dalla vita. A grande richiesta, in questa seconda puntata di Che fine hanno fatto, ripercorriamo la carriera di questo artista abruzzese che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non ha affatto appeso la chitarra al chiodo!

Luca, nato a Vasto nel 1978, si avvicina alla musica nella prima adolescenza, imparando a suonare la chitarra e cominciando da subito a scrivere i primi pezzi. E’ una lunga gavetta la sua ma nel 2003 porta a casa il premio del Summer Live Festival. Da lì in poi, un’ascesa che pare inarrestabile: viene notato da Giuliano Boursier, produttore che ha collaborato con grandi nomi della musica italiana (Loredana Bertè e Riccardo Fogli, solo per citarne qualcuno). Il singolo Calma e sangue freddo diventa il tormentone dell’estate 2004 e Luca si aggiudica il premio del Festivalbar come Artista rivelazione dell’anno. Esce quell’autunno il suo album di debutto Luca Dirisio, diventato disco di platino, dal quale vengono estratti i singoli Il mio amico vende il tè, Usami e Per sempre.

Nel 2005 ‘assaggia’ il palco del Festival di Sanremo, esibendosi insieme a Paolo Meneguzzi in Non capiva che l’amavo durante la serata dedicata ai duetti. Si ripresenta all’Ariston l’anno dopo, questa volta in gara nella categoria Uomini, con il brano Sparirò, struggente ballad sulla fine di un amore. Luca viene eliminato ma la canzone riscuote notevole successo. Esce l’album La vita è strana che contiene, oltre a Sparirò, anche La ricetta del campione e L’isola degli sfigati, brano in cui il cantautore ironizza sui reality show (in particolare L’isola dei famosi, programma al quale Luca prenderà parte nel 2011). Fa parte dell’album anche il brano Se provi a volare, la versione italiana di Breaking Free, colonna sonora del primo High School Musical.

Il terzo album, 300 all’ora, esce nel 2008. Dall’album vengono estratti solo due singoli, Magica e Fragole, ciliegie e miele. Si tratta dell’ultimo disco che l’artista pubblica sotto l’etichetta Sony BMG. Dal 2009 Luca Dirisio si avvicina a uno stile più brit pop e avvia una collaborazione con l’etichetta discografica Ultrasuoni e con il produttore svedese Martin Terefe, uno dei migliori 10 produttori del mondo secondo Billboard (ha lavorato con Train, Craig David e James Morrison). Il primo frutto di questa collaborazione è il singolo Nell’assenzio che esce a fine luglio 2010 e diventa highest climber secondo Music Control, ovvero la new entry più alta della settimana per numero di passaggi e incremento di ascolti in radio. Il singolo fa parte dell’album del 2011 Compis (A Pretty Fucking Good Album), pubblicato sotto l’etichetta Compis Factory. Vengono estratti successivamente i singoli La Pazienza e La Musica è in Coma.

Nel 2012 scrive il singolo di debutto della band Fourone, Oggi ho conosciuto te, incisa a novembre dello stesso anno. A luglio pubblica con Universal il singolo estivo Dentro un’altra estate e a novembre, in free download, il brano Non esistono. Da questo momento in poi Luca prende un pausa di ben 4 anni. Torna alla carica nel 2016 con un tour europeo sotto l’agenzia Rock Concerti e pubblica il singolo Come neve, prodotto da Ketra e Takagi (gli stessi di Roma-Bankok e Vorrei ma non posto, vi dicono niente?). Nel 2017 esce il toccante brano sul tema del femminicidio, Mentre te ne vai.

Tra Compis e il nuovo album in studio passano ben 8 anni, ma l’attesa vale il risultato: Bouganville, uscito a ottobre 2019, è decisamente un ritorno in grande stile, anticipato già a marzo dal singolo La mia gente, un brano intenso e grintoso dedicato alla forza del popolo abruzzese (qui il video musicale). Sul brano Luca dichiara: ‘Questa canzone è la voce degli abruzzesi che urlano sotto le macerie dell’Aquila e di Rigopiano, è la voce e il coraggio della brigata Majella durante la resistenza, ma anche, anzi soprattutto, la voce della gente comune che si rialza e non si arrende, la voce di un cantautore abruzzese che crede e ama tutto questo’. Segue, a fine agosto, il brano Come il mare a settembre.

Il nuovo album Bouganville è dedicato a un amico dell’artista scomparso prematuramente ed è prodotto dal Giuliano Boursier dei primi tre album. Ritroviamo in questi nuovi brani un Luca fedele a sé stesso e nel contempo decisamente maturato (dopotutto ormai ha 41 anni), ma soprattutto un cantautore che ha ancora parecchio da raccontare.

E voi ascoltavate Luca Dirisio? Cosa ne pensate del suo nuovo progetto?

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Coming (very) soon. Le uscite di maggio con Norah Jones, Bon Jovi e The Killers

Doveva essere il mese dei primi eventi all’aperto, delle prime tappe dei tour estivi e dell’Eurovision, ma questo maggio 2020 non sarà niente di tutto questo. Il prolungamento delle misure per il contenimento del virus hanno definitivamente spazzato via ogni speranza di tornare ad ascoltare musica dal vivo nel breve periodo. Per fortuna questa primavera sarà costellata di molte uscite degne di nota e, per molte di queste, noi di SLQS non vedevamo l’ora!

Inauguriamo maggio con Such Pretty Forks in the Road, l’attesissimo nuovo album in studio della cantautrice canadese Alanis Morissette, in uscita questo venerdì primo maggio a otto anni dall’uscita dell’ultimo album di inediti. Il disco è stato anticipato già lo scorso dicembre dal singolo Reasons I Drink, un pezzo ruvido e trascinante in cui Alanis sembra proprio quella di sempre. Esce il primo maggio anche Gaslighter, il nuovo album del gruppo country statunitense Dixie Chicks, tornate in studio dopo ben 13 anni. Venerdì 8 maggio è invece prevista l’uscita di Petals for Armor, il disco che segna il debutto da solista di Hayley Williams, voce dei Paramore. L’album è stato anticipato da due EP, Petals for Armor I e Petals for Armor II, usciti rispettivamente a gennaio e aprile.

Venerdì 15 maggio è una giornata di grandi uscite. Tornano infatti i Bon Jovi con Bon Jovi: 2020. Si tratta del quindicesimo album in studio per la band del New Jersey e conterrà il singolo Limitless, uscito lo scorso febbraio e già una hit. Esce il 15 maggio anche Van Weezer dei Weezer, un disco che, a detta del frontman Rivers Cuomo, riporterà la band a una dimensione decisamente hard-rock. L’uscita del disco avrebbe anticipato l’attesissimo Hella Mega Tour, il tour che la band di Los Angeles avrebbe portato in giro per il mondo insieme ai colleghi Green Day e Fall Out Boy, il cui destino è al momento incerto. Dulcis in fundo, lo stesso venerdì esce Pick me up off the Floor, di Norah Jones, già anticipato dal singolo I’m Alive. Un album piuttosto dark, che per tematica si colloca splendidamente in questo momento storico: è infatti incentrato sulla solitudine e sul bisogno di connessione tra gli esseri umani. Non vediamo l’ora di ascoltarlo!

Italianissima l’uscita del 22 maggio che vi segnaliamo. Si tratta del cofanetto Fabrizio De Andrè e PFM: Il concerto ritrovato. Il concerto ritrovato é il celebre live di Genova del 1979 in cui Fabrizio De Andrè si esibì con PFM. Le immagini sono state recuperate, restaurate e proposte nelle sale cinematografiche lo scorso febbraio, riscuotendo grande successo. Il cofanetto, pubblicato da Sony Music, uscirà in doppio formato: CD con libretto e doppio LP. Esce lo stesso giorno anche Notes on a Conditional Form della band inglese The 1975, un progetto che si preannuncia molto interessante. Particolare la scelta di aprire l’album con la canzone di protesta chiamata The 1975, brano in cui un pianoforte accompagna un discorso dell’attivista Greta Thunberg sulla responsabilità che ognuno di noi ha nella lotta al cambiamento climatico.

Il 29 maggio è la volta di un altro cofanetto: esce Bowie Years del grande Iggy Pop, contenente le versioni rimasterizzate degli album realizzati in collaborazione con il Duca bianco e altre rarità. Questo mese pieno di uscite si chiude con l’attesissimo ritorno dei The Killers con il loro sesto album in studio Imploding the Mirage, inciso tra l’Utah e la California e anticipato a marzo dal singolo Caution.

Ora tocca a voi! Quali album non vedete l’ora di ascoltare? Ci sono altre uscite che vi piacerebbe segnalarci?

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Che fine hanno fatto #1 – Paolo Meneguzzi

Oggi inauguriamo su Smells Like Queen Spirit la più nostalgica delle rubriche. In Che fine hanno fatto parleremo di artisti che hanno riempito i pomeriggi post scuola di noi ragazzine nate intorno al 1990 e che son pian piano spariti dalle radio. Oggi ripercorriamo la carriera di Pablo ‘Paolo’ Meneguzzi, il sex symbol con la faccia da bravo ragazzo da due milioni di dischi venduti che ci faceva sospirare davanti alla Mtv di un tempo, quella dei video musicali, di Scrubs e Total Request Live. 

Non tutti sanno che la carriera dell’artista Ticinese inizia in Cile. Paolo partecipa infatti al Festival Viña del Mar nel 1996 come rappresentante dell’Italia e lo vince, diventando una star della musica sudamericana. Il debutto in Italia avviene soltanto nel 2001, quando Paolo si unisce alle nuove proposte del Festival di Sanremo con il brano Ed io non ci sto più, arrivando settimo. Non è certo un inizio con il botto, ma recupera quella stessa estate vincendo Un disco per l’estate con la canzone Mi sei mancata.

Nel 2002 pubblica il singolo di successo In nome dell’amore, ma è il 2003 l’anno della consacrazione. Il singolo Verofalso monopolizza le radio, stessa cosa che accadrà con Lei è, il brano dedicato a sua madre. Lei è darà anche il nome all’album, il secondo in italiano dopo Un sogno nelle mani. Nello stesso anno prende parte al Vodafone Live Tour organizzato da RTL 102.5 e partecipa assiduamente al Festivalbar, come anche nel 2004. Il 2004 è anche l’anno della seconda partecipazione al Festival di Sanremo, stavolta nella categoria Big, con Guardami negli occhi (prego) che gli vale il quarto posto nella classifica finale. Torna al festival anche nel 2005 con Non capiva che l’amavo. Non arriva in finale, ma il brano riscuote grandissimo successo. Nello stesso anno esce il terzo album Favola al quale Paolo fa seguire un omonimo tour tra Svizzera e Italia.

La quarta partecipazione al festival è nel 2007 con il brano Musica. Arriva settimo, ma ottiene le lodi di Pippo Baudo, che definisce il brano ‘il manifesto del festival’. Musica è anche il titolo del quarto album, uscito a marzo. Partecipa per la quinta e ultima volta al festival nel 2008, classificandosi sesto con il brano Grande, scritta insieme a Gatto Panceri. Segue a questa partecipazione l’uscita del quinto album, Corro via. Qualche mese dopo calca invece un palco internazionale, quello dell’Eurovision, dove rappresenta la Svizzera con il brano Era Stupendo, arrivando in semifinale. Nel 2009, dopo 8 anni di successi in Italia, Paolo decide di concentrarsi di nuovo sul resto del mondo, tentando una conquista del mercato discografico statunitense con l’album Mùsica, per poi tornare al mercato italiano nel 2010 in una nuova veste elettropop. Esce l’album Miami, anticipato da singolo Imprevedibile. Nel 2011 celebra dieci anni di sfolgorante carriera in Italia con una raccolta, Best of: sei amore

Negli anni successivi la visibilità di Paolo diminuisce considerevolmente, ma il cantante non smette di fare musica. E’ attivo nel mercato statunitense e sudamericano, partecipa all’album benefico di Enzo Iacchetti Acqua di Natale e, dopo diversi slittamenti, nel settembre 2013 esce l’album Zero, anticipato dal singolo Fragile. Fragile porta la firma del cantautore Tony Maiello ed è scaricabile in formato digitale già dal settembre del 2012. Fa parte dell’album Zero anche il brano La vita cos’è, al quale hanno collaborato Matt Howe (tecnico di Elton John, Michael Jackson e di Meneguzzi) e Max Marcolini (chitarrista e arrangiatore per Zucchero). Il 2014 vede Paolo impegnato in una serie di tour: comincia con una mini tournée in Cile, prosegue con l’estivo Fantastico Zero Tour in Italia, chiude con un tour in sud America. Nel 2015 si dedica a un progetto diverso, l’apertura della Pop Music School a Mendrisio, suo paese d’origine, non trascurando la scrittura di nuovo materiale, sebbene limitato ad alcuni singoli sparsi: Sogno d’estate (2016), Lunapark (2018) in collaborazione con il rapper ticinese Maxi B, Estate rock & roll (2018) realizzata con il cantautore Simone Tomassini (che in molti ricorderanno solo come Simone), Supersonica (2019).

Il 3 aprile 2020 pubblica sul suo profilo Instagram un video di qualche secondo in cui annuncia l’uscita del suo nuovo singolo Il Coraggio aggiungendo ironico <<non ditelo a nessuno, tanto nessuno ci crede>>. Il video impazza sui social, tra chi crede sia un pesce d’aprile in ritardo e chi commenta i segni del tempo sul suo volto. Paolo oggi ha 43 anni, è padre e ha persino comprato un bar. Appare certamente diverso da come ce lo ricordavamo ma, si sa, il tempo passa per tutti.

Qui potete vedere il video di Il Coraggio, che Paolo ha girato in casa sua insieme a suo figlio Leonardo.

Anche voi canticchiate ancora le canzoni di Paolo? Quali artisti vorreste vedere prossimamente protagonisti della nostra rubrica?

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Hey Joe!

Hey Joe! You better run down

Goodbye everybody, ow!

(fotografie di Vincenzo Lauro)

Avete presente quelle persone silenziose, sempre un po’ in disparte, di cui ti accorgi dell’assenza solo quando se ne sono andate?

Ecco, è successo proprio lunedì. E’ andato via un pezzo di musica e non tutti se ne sono accorti. Lo ha fatto senza troppo clamore, mentre noi distrattamente condividevamo l’ennesima fake news sui social. Lo ha fatto senza che ce ne accorgessimo, perché anche se adesso non abbiamo scuse per distrarci, il nostro interesse verte su altro.

Giuseppe “Joe” Amoruso è stato un grande della musica. Aveva da poco compiuto 60 anni, ma da qualche anno aveva problemi di salute che lo avevano costretto al ricovero in clinica. Tutti lo conoscevano semplicemente come Joe, soprannome che gli americani della base Nato di Bagnoli gli avevano assegnato quando suonava con loro. A quel tempo Joe aveva 20 anni, ma quel nome gli resterà attaccato per i successivi 40 anni, il tempo di fare la storia della musica napoletana degli ultimi decenni fino a oggi.

E’ stato il tastierista storico di Pino Daniele, in quella formazione unica che ha dato vita al Neapolitan Power. Ma non solo: avete presente Toffee di Vasco Rossi? Alle tastiere c’è proprio Joe Amoruso. Tantissime le collaborazioni nella sua proficua carriera: solo per citarne alcune, in Italia ha suonato con Andrea Bocelli, Zucchero, Ornella Vanoni e la PFM; all’ estero con Billy Cobham, Mike Stern e Gato Barbieri.

Negli anni ’70 e ’80 è stato uno degli esponenti del Neapolitan Power, insieme a Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo e James Senese. La band di Pino Daniele ha dato vita a un movimento blues che recuperava gli elementi identitari del Mezzogiorno d’Italia e della città di Napoli e li mescolava a linguaggi differenti ( ritmi e testi americanizzati). Il risultato era un ibrido che restituiva un’immagine che aveva poco a che fare con il cliché della Napoli da cartolina: il Neapolitan Power era un modo di dare voce a chi voce non aveva, come il disoccupato, l’operaio, il vedovo o il transgender. E Joe Amoruso con le sue dita è riuscito a comporre quelle note di “rabbia e rivoluzione” rimanendo in maniera indelebile nella storia della musica di un popolo che, nella storia generale, continua a vivere di rivoluzione.

Su Facebook i familiari hanno confermato la morte del musicista con un post: «Il suo grande cuore non ha retto. Dio ha deciso che il suo percorso di vita e di musica finisse qui. Ma è stata solo la prima parte, il suo viaggio continuerà sereno e le sue mani voleranno ancora più leggere sulle ali della musica. Sappiate che vi abbraccia tutti. Lo sappiamo perché lui stesso negli ultimi mesi, attraverso la sua grande sensibilità, ci aveva detto di sentire vicino il suo momento e quindi voleva ringraziare tutti quelli che gli sono stati vicino in questi mesi e che gli hanno voluto bene. Ma non ci lascerà mai completamente, ogni volta che vorremmo potremo ascoltare il suo pianoforte e lui sarà lì vicino a noi»

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SLQS consiglia: dischi italiani da ascoltare in quarantena

Come promesso, oggi Smells Like Queen Spirit Mag vi parla dei dischi italiani che ci stanno tenendo compagnia in queste settimane di isolamento. Nel riflettere su come impostare questo articolo ci siamo sinceramente emozionate: abbiamo infatti realizzato che i dischi che tendiamo a riascoltare in questi giorni sono in molti casi quelli che costituiscono la colonna sonora della nostra parte di vita trascorsa in Italia. Ci emozioniamo perché due di noi (Marika e Patrizia) si trovano all’estero e non riusciranno a rientrare finché l’emergenza non sarà finita, evento che ora come ora è impossibile da prevedere.

La musica in questi giorni diventa quindi molto più che una compagnia. E’ un modo per sentirci più vicine al nostro paese nell’attesa di rivederlo. Ecco i dischi che riescono a compiere questa magia!

Amalia

  • Pooh, The Best of Pooh (1997) perché ‘era il disco che ascoltavo in auto quando mia madre mi portava a scuola, è un ricordo felice e spero che trasmetta felicità anche a chi ora è chiuso in casa’;
  • Riccardo Cocciante, Notre-Dame de Paris (1998) perché ‘cantarne a squarciagola i pezzi libererà tutte le vostre endorfine’;
  • Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, Musica Nuda (2004) perché ‘è grande musica rivisitata da due grandi musicisti’;
  • Finley, Tutto è possibile (2006) perché ‘è uno dei dischi dell’adolescenza e in questi tempi di disagi fa bene pensare a quando il disagio eravamo noi’;
  • Negrita, HELLdorado (2008) perché ‘per me è il disco dell’estate per eccellenza, quello onnipresente in macchina che mi trasmette una sensazione di pace, e mi fa pensare alle strade battute sotto il sole del Salento, piene di campi gialli e l’odore di salsedine nell’aria’.

Marika

  • Ligabue, Buon compleanno Elvis (1995), perché ‘mi trasmette lo stesso calore di quando lo ascoltavo da bambina semi-addormentata sul sedile posteriore della macchina, mentre ascoltavo i miei genitori chiacchierare’;
  • Negrita, Ehii!Negrita (2003) perché ‘ascoltando questa raccolta mi ritrovo in macchina sulla strada per il mare, con un braccio fuori dal finestrino a giocare con il vento’;
  • Antonello Venditti, TuttoVenditti (2012) perché ‘sa di domenica mattina a casa dei miei, di ragù e giochi stupidi con i miei fratelli’;
  • Niccolò Fabi, Una somma di piccole cose (2016) perché ‘quando lo ascolto mi sembra di essere con Niccolò nella casa di campagna dove l’ha inciso – ma se non ho dei fazzoletti a portata di mano devo necessariamente saltare Facciamo Finta‘.
  • Subsonica, 8 (2018) perché ‘mi fa viaggiare anche se non si può: l’ho ascoltato per la prima volta mentre attraversavo il deserto del Rajasthan (India) e mi riporta a quel periodo incredibile’.

Patrizia

  • Pino Daniele, Nero a metà (1980) perché ‘mi ricorda l’infanzia a casa di Zia Rosa, grande fan di Pino, che alle mie richieste di mettere i Backstreet Boys rispondeva che un giorno avrei capito e avrei amato Pino…e così è stato’;
  • Litfiba, 17 Re (1986), perché ‘i Litfiba sono un pezzo di vita e questo album racchiude al meglio la loro essenza – in particolare Re del Silenzio mi ricorda le mie trasferte con la Lupo Rossa e il finestrino abbassato’.
  • Africa Unite, Vibra (2000) perché ‘ho vissuto una relazione a distanza e il mio lui mi dedicava le canzoni di questo disco. Ora che viviamo insieme, lo mettiamo come sottofondo quando cuciniamo’;
  • Alessandro Mannarino, Bar della Rabbia (2009) perché ‘mi ricorda me, scalza e traballante nei prati del campus dopo le feste e un concerto di fine estate durante il quale ho cantato fino a perdere la voce’
  • Ministri, Per un passato migliore (2013) perché ‘la notte che lo ascoltai, consigliato da un’amica, non riuscii più a dormire. Testi splendidi che raccontano la mia seconda adolescenza’;

E tu, conosci questi dischi? Cosa stai ascoltando in queste settimane per viaggiare con la mente?

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Recuperiamo gli Squallor, poeti osceni e contrabbandieri di buon umore

A me piace l’oscenità; mi annoia invece la volgarità, che è cattivo gusto e basta. (…) L’osceno è il sublime. Moana Pozzi

Milano, 1969. Quattro amici e discografici della CGD Records (etichetta musicale milanese, diventata poi Sugar) una domenica pomeriggio rimangono folgorati da un film che si chiama Il mio amico il diavolo (1967). In una scena del film, l’attore si esibisce cantando -ma senza cantare- su una ipnotica base musicale. Quella combinazione di voce parlata e musica farà scoccare la scintilla che darà vita al progetto Squallor. I quattro amici sono Giancarlo Bigazzi, Alfredo Cerruti, Daniele Pace e Totò Savio. Il loro lavoro è quello di comporre musica e parole per tantissimi artisti, tra i quali ci sono Massimo Ranieri, Mina, Umberto Tozzi, Gianni e Marcella Bella, Caterina Caselli e Loredana Bertè. Insomma, di giorno, una vera scuderia di fuoriclasse bazzica per gli uffici della CGD. Ma i quattro amici vi rimangono anche di sera e spesso si attardano lì anche dopo mezzanotte. Bevono, fumano, chiacchierano. Accendono i microfoni e improvvisano canzoni, senza mai registrarle. Parlano a ruota libera, usano parolacce e volgarità e scimmiottano il pop e la canzone d’autore che essi stessi producono. Un giorno però parte il registratore e si accorgono che quelle esternazioni improvvisate hanno la potenzialità di un disco. Nasce il primo LP Troia a cui ne seguiranno altri 13 fino al 1994, e tutti con titoli espliciti e copertine bizzarre, che alludono al sesso.

Il successo è immenso. Quei dischi vengono venduti alla velocità della luce. Gli Squallor piacciono, ma nessuno sa chi siano veramente, e quell’alone di mistero li rende ancora più accattivanti. In un’ Italia bacchettona che vota la DC è davvero sorprendente il successo dei quattro moschettieri delle “maleparole”. Di giorno gli Squallor sono professionisti integerrimi, di notte calano la maschera e dicono quello che pensano. Tra scherzi telefonici, denunce e rutti gli Squallor sono inarrestabili. La trivialità dei testi e il nonsense sono le basi per feroci attacchi al potere religioso, politico e economico, mentre le melodie, composte da Totò Savio, sono delle vere perle di musica d’autore.

Hanno addirittura varcato i confini dell’Italia con un successo diventato fenomeno europeo, grazie alla cantante belga Ann Christy. In Lussemburgo, Germania, Olanda, Francia e Belgio nel 1974 tutti cantano Bla Bla Bla ma non tutti sanno che a scriverla sono stati gli Squallor, come evidente parodia delle canzoni sentimentali francesi.

E’ difficile spiegare e spiegarsi il successo degli Squallor in una dimensione musicale in cui non esistevano ancora i social network e i reality. La televisione era perennemente al vaglio della censura e del buoncostume -era addirittura vietato pronunciare la parola divorzio!- e le radio non avrebbero mai trasmesso quei testi così sfacciatamente osceni. E nonostante tutto, ci sono riusciti e hanno avuto un grande successo. Sono stati i DJ, che hanno chiuso le loro serate con gli Squallor. Sono state tutte le denunce delle grandi aziende, a fare da promozione agli Squallor. Sono state le musicassette nascoste e vendute in autogrill a fungere da passaparola, nelle macchine degli italiani che le cantavano a memoria -rigorosamente in assenza delle mogli!- Sono stati quei ragazzini di 10 anni, che non capivano quei doppi sensi, ma riuscivano a percepire la filosofia di vita dei quattro contrabbandieri del buon umore pur nell’evidente oscenità di quelle maleparole proibite.

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Tommaso Paradiso e l’inspiegabile successo di un antidivo

Ho una confessione da farvi. La prima volta che ho ascoltato i Thegiornalisti dal vivo è stato nel 2015. Io non li conoscevo ma il pubblico si, e anche bene. Motivo per cui ho iniziato a osservare i fans. Ragazzi ventenni o poco meno, in maggioranza ragazze, che cantavano ogni canzone a memoria, saltando e piangendo. Quindi ho deciso di sforzarmi e capire perché il motivo di tanto successo.

Ebbene per me rimane un mistero, ma da quella sera i Thegiornalisti hanno fatto il salto di qualità, e in meno di un anno sono riusciti ad avere un successo mainstream grazie a Completamente Sold Out, quarto album in studio. Si, perché i tre ragazzi di Roma, Musella, Primavera e Paradiso, si sono formati nel 2009 proprio nella Capitale e sono riusciti in qualche anno a farsi notare non solo da chi era in cerca di musica “diversa”, ma anche dalla critica.

Come hanno dichiarato più volte in diverse interviste, l’essenza della band è racchiusa nel nome: Thegiornalisti significa raccontare storie il più possibile vicino alla realtà, costituita dalle piccole cose che passano inosservate. Raccontarle alla maniera dei giornalisti, attenendosi ai fatti, è stato lo scopo del trio romano, almeno fino allo scorso settembre, quando, subito dopo il concerto al Circo Massimo, Paradiso ha annunciato sui social di voler intraprendere la carriera da solista. Adieu, bye bye, Auf Wiedersehen.

Le storie d’amore finiscono, le storie di band pure. Soprattutto in Italia, dove le band sembrano avere vita breve. Eppure, Tommaso Paradiso è riuscito a mantenere il controllo e nel giro di pochi mesi ha scritto altre due canzoni in stile Thegiornalisti: Non avere paura e I nostri anni dimostrano che chi fa da sé fa per tre. L’antidivo Paradiso continua a vestire oggettivamente male, continua a cantare di biscotti inzuppati nel latte, piante da innaffiare e gente che in casa indossa il vestito da sposa.

Oltre a scrivere come un fiume in piena testi e musica per se stesso e per altri, Tommaso Paradiso ha un modo di cantare che lo rende riconoscibile anche a chi lo conosce affatto. Complici le radio italiane che trasmettono in sequenza le sue canzoni, evitare di pronunciare le sillabe in maniera chiara e comprensibile ai più è proprio una prerogativa di Tommaso. La sua voce sporca ricorda un Gianluca Grignani addolcito, le melodie invece si avvicinano molto alla musica di Cesare Cremonini. Se poi ci sofferma sui temi -Roma e gli amori complicati- allora si pensa subito a Venditti. Quindi niente di nuovo sotto al sole.

Eppure Paradiso riesce a distinguersi da tutti e ad avere una marcia in più: se iniziate ad ascoltare le sue canzoni non riuscirete più a smettere di farlo. Le tastiere in primo piano, quella ritmica che rende la canzone subito orecchiabile e piacevole, il sapore un po’ vintage di alcuni suoi pezzi sono gli ingredienti del successo del trentaseienne romano, che continua ad avere il potere di parlare di niente e a trasformare quel niente in una hit estiva.

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Marzo, 1943: nel nome dei Lucio

Un’ insolita combinazione di astri si disponeva sui cieli dell’ Italia tra il 4 e il 5 marzo 1943, preparando la strada a una rivoluzione in ambito musicale che non avrebbe avuto la forza di una deflagrazione. Sarebbe stata più simile a una goccia che scava la roccia e per manifestarsi avrebbe atteso tempi più maturi. Che voi vogliate crederci o meno, a poche ore di distanza, in quel marzo del ’43 nascevano due stelle che avrebbero cambiato le sorti della musica leggera italiana. Da un lato Bologna, “la Rossa, la Dotta e la Grassa”; dall’altro Poggio Bustone, un borgo in provincia di Rieti. Eppure i due bambini prodigio avevano già una cosa in comune, omen nomen: Lucio Battisti e Lucio Dalla avrebbero, di lì a poco, illuminato il panorama musicale italiano e avrebbero condiviso un modo di concepire la musica che li ha resi gli anticipatori indiscussi della modernità nella canzone, una modernità che in Italia stentava ancora ad arrivare.

Frequentavano ambienti diversi e forse non si sono mai incontrati di persona. E proprio l’ambiente sarà il punto di origine per capire la loro musica. Dalla era nato in una città energica, sempre in movimento e con tante cose da raccontare. E saranno Bologna e i suoi vicoli a fornirgli l’ ispirazione per musica e testi. Amava la vita, amava la gente e aveva un amore sfrenato per il jazz e Giacomo Puccini. Battisti, al contrario, era un figlio di provincia, venuto dal paese. E il paese, si sa, è restío ai cambiamenti. Era quindi un ragazzo introverso e riservato e le sue canzoni hanno tutte il sapore della quotidianità, semplici, immediate ma mai banali.

La prima volta che Battisti è salito su un palco non voleva neanche farlo, ma quando è sceso era già diventato una star. Il suo caro amico Giulio Mogol lo ha definito “un matematico con la passione per la matematica”. E anche il suo modo di lavorare rispecchiava questa sua indole: registrava una canzone in 4 o 5 modi diversi e alla fine sceglieva sempre quella più originale.

Lucio Dalla aveva un continuo bisogno di cercare nuovi stimoli e per farlo si addentrava in generi musicali sempre diversi, collaborando e duettando con artisti del calibro di Ray Charles. Era un giocherellone e amava la sua città. Dopo la sua morte sono usciti fuori tantissimi video che avevano filmato Lucio suonare insieme ad artisti emergenti o incontrati per strada. La musica era un richiamo irresistibile per un menestrello come lui, che non poteva vivere lontano dalla strada e dal pianoforte.

Lucio Battisti aveva invece un carattere più incline alla riflessione e all’ascolto. Per il disco Anima Latina (1974) aveva avuto una discussione con i tecnici del suono e con Mogol che gli avevano consigliato di alzare il volume della sua voce e abbassare, invece, il volume degli effetti sonori. Battisti si era opposto. “E come faranno a capire le parole della canzone?” gli aveva chiesto Mogol. Lucio aveva risposto che la gente avrebbe prestato più attenzione alle parole, concentrandosi maggiormente sul testo. Voleva stimolare gli ascoltatori a comprendere meglio le parole, perché ascoltare è il contrario di sentire.

Malgrado le differenze caratteriali e musicali, Lucio Battisti e Lucio Dalla sono stati dei grandi sperimentatori. Pur partendo da punti diversi e lontani nello spazio, hanno saputo cogliere le trasformazioni del proprio tempo e interpretarle secondo una personale visione.

Entrambi hanno occupato la scena della musica italiana egemonizzandola e innovandola. Entrambi hanno scritto e composto delle perle musicali che rimangono immutate nel tempo.Entrambi hanno influenzato gli artisti coevi e successivi.

Entrambi ci hanno lasciato troppo presto.

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