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Recensione di ‘Teatro d’ira – Vol. I’, il nuovo album dei Måneskin

Sono senza dubbio il gruppo più chiacchierato del momento e dalle discussioni in giro per il web si evince una sola cosa: i Måneskin o li ami o li odi. C’è chi li eleva a figli del Dio del Rock e chi li considera ragazzini troppo convinti che fanno solo tanto rumore. Io mi sono presa la briga di ascoltare per la prima volta il loro album d’esordio, Il ballo della vita (uscito nell’ottobre del 2018) solo a fine 2020, dopo aver visto i Måneskin di sfuggita alla tv e essere rimasta affascinata – lo ammetto – dal loro look. Fino ad allora ero incredibilmente riuscita a sfuggire a Marlena (ma soltanto perché abito all’estero). Adoro la musica italiana ma credo che la maggiorparte dei nostri musicisti non abbia la capacità di farsi capire anche all’estero – e non è affatto una questione di lingua. La musica dei Måneskin ha questa potenzialità, magari proprio perché figlia dell’universale mix di istinto, rabbia, ambizioni e affascinante ingenuità dei vent’anni: è un bagaglio che di norma si alleggerisce con il tempo e spesso scompare, ma mi auguro Damiano, Victoria, Ethan e Thomas riescano a portarselo dietro il più a lungo possibile. Di certo non sono i Led Zeppelin (questo lo sanno anche loro) ma dategli tempo e soprattutto godetevi lo spettacolo (insolito, per quest’epoca) di un gruppo di neomaggiorenni che riesce a divorarsi il palco con in mano dei veri strumenti musicali.

Il nuovo disco dei Måneskin si intitola Teatro d’ira – Vol. 1 e dalla mezzanotte di oggi è disponibile sulle principali piattaforme di streaming. Tutte le tracce sono scritte dai Måneskin e nei graffi delle chitarre, nella prepotenza del basso e nella furia della batteria si sentono chiaramente le influenze dei loro gruppi preferiti, dagli Arctic Monkeys ai Black Sabbath. Il disco si apre con Zitti e Buoni, il brano che ormai tutti conoscono, vincitore del Festival di Sanremo solo due settimane fa e già disco d’oro. Non si tratta di un capolavoro di innovazione, ma sul palco di Sanremo lo è stato eccome. Irriverente, maleducato, sboccato: un azzardo cosí non poteva che sbaragliare la concorrenza. La traccia numero due è Coraline: per il primo minuto e mezzo ti chiedi dove voglia andare a parare, poi il ritmo cambia all’improvviso e ti accorgi che ti trovavi in un preludio. La canzone vera e propria comincia a un minuto e ventitré ed è, per usare le parole del suo testo, ‘un’ascia, un taglio sulla schiena‘. Se avete avuto a che fare in prima persona con ansia, depressione e disturbi alimentari oppure siete stati vicini a qualcuno che ha sofferto di questi disturbi, questo brano non potrà lasciarvi indifferenti (‘E ho detto a Coraline che può crescere/ Prendere le sue cose e poi partire / Ma sente un mostro che la tiene in gabbia / Che le ricopre la strada di mine’). L’atmosfera cambia completamente con Lividi sui Gomiti: strumenti cattivi e testo ancora più cattivo (‘Non ce ne frega un cazzo di te / E del tuo gruppo con cui mangi, strisci, preghi, vomiti / A noi il coraggio non ci manca, siamo impavidi / Siamo cresciuti con i lividi sui gomiti’).

Anche Teatro d’ira, come Il Ballo della Vita, vede brani in italiano mescolarsi a quelli in inglese. La traccia numero quattro è l’irriverente I wanna be your slave, in cui i Måneskin giocano con il binomio sesso e rock’n’roll (‘I wanna pull your strings / Like you’re my telecaster’). Segue In nome del padre, da ascoltare come una risposta tutt’altro che pacata alle critiche incassate dalla band (‘Di cos’è fare l’artista te ne hanno mai parlato / Di tutto quello che ho perso, che ho sacrificato / Di non avere voce, restare senza fiato / Di avere mille persone che aspettano un tuo sbaglio’). A questo punto arriva For your Love, brano che rappresenta secondo me il punto più alto di questo disco, che più di tutti mette in luce il talento dei componenti della band e di Damiano in primis, che incanta con un’appassionata interpretazione da vecchia rockstar sofferente.

Si prosegue con Paura del Buio che svela il percorso non sempre privo di salite del frontman Damiano e che racconta, a detta dei Måneskin, il rapporto tormentato tra artista e musica (‘A volte mi sento un miracolo e a volte ridicolo / Poi perdo la testa in un attimo, ma non ditelo in giro / Sono fuori di me’). Chiude Vent’anni, il brano che ha anticipato questo album già ad ottobre 2020 e che racconta in maniera cruda e sofferta cosa voglia dire avere vent’anni, districarsi tra i propri desideri e le aspettative degli altri, essere fedeli a sé stessi cercando nel contempo di lasciare, in qualche modo, il segno (‘Ho paura di lasciare al mondo soltanto denaro / Che il mio nome scompaia tra quelli di tutti gli altri / Ma c’ho solo vent’anni / E già chiedo perdono per gli sbagli che ho commesso’).

Con i suoi 29 minuti, Teatro d’ira – Vol. 1 si presenta come un disco molto più maturo di Il Ballo della Vita e come il primo frammento di un’opera che non vediamo l’ora di continuare ad ascoltare. Intanto i Måneskin hanno annunciato una serie di date in tutta Italia previste per i primi mesi del 2022, dopo i sold out registrati in poche ore per i concerti di Roma e Milano a dicembre 2021. Noi ci saremo di sicuro, e voi?

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Recensione di ‘Tribù Urbana’, il nuovo album di Ermal Meta

Oggi esce l’attesissimo Tribù Urbana, il quarto album in studio del cantautore Ermal Meta, reduce dal Festival di Sanremo con il brano Un milione di cose da dirti, classificatosi terzo. Grazie a quest’interpretazione Ermal ha anche incassato il prestigioso premio ‘Giancarlo Bigazzi’, assegnato dall’orchestra dell’Ariston per la migliore composizione. Tribù urbana esce a tre anni da Non abbiamo armi e noi di Smells Like Queen Spirit abbiamo avuto la possiblitá di ascoltarlo in anteprima e analizzare le tracce di questo nuovo lavoro. Ermal si dimostra come sempre un grande interprete e uno scrittore fenomenale, capace di emozionare con estrema semplicità.

Il disco si apre con il brano Uno e la sua atmosfera allegra ed energica, quasi da stadio. Difficile non cogliere un riferimento all’isolamento e alla solitudine che noi tutti abbiamo vissuto negli ultimi mesi: Ermal ci ricorda che, nonostante la distanza, il cielo al quale tutti tendiamo le mani è lo stesso. Dai cori entusiasti di Uno alla nostalgica poesia su un amore al capolinea, Stelle Cadenti (‘Se potessimo iniziare/ la storia all’incontrario/ così verso la fine poterci vivere l’inizio/ non questo schifo di dolore/ che tu dici non è niente e che passerà’). La traccia numero tre è il brano che abbiamo conosciuto e amato al Festival di Sanremo, Un milione di cose da dirti. Ermal quando parla d’amore non si smentisce mai ed è incredibile quanto riesca a emozionare con parole cosí semplici.

Ermal adopera lo stesso linguaggio semplice e d’effetto in Destino Universale, stavolta per raccontare delle vite in stallo. Intenso il riferimento a sé stesso e alla sua nota e difficile storia di abusi familiari (‘Ermal ha 13 anni e non vuole morire/ della vita non sa niente tranne che la vita è importante’). Il messaggio è tutt’altro che negativo: cambiare le carte in tavola è sempre possibile. In Sara e Nina Ermal rende omaggio alla lotta, mai veramente conclusa, della comunita LGBT. Il brano racconta l’amore ostacolato di due adolescenti vissuto nell’estate rovente dei loro 16 anni in un paesino del sud Italia, il desiderio di sentirsi accettati e la fuga verso un domani meno triste. Poi arriva No Satisfaction e con lei la voglia di ballare. Il brano, che racconta la nostra generazione perennemente insoddisfatta e in cerca di emozioni forti, ha anticipato il disco ed è uscito già lo scorso gennaio (qui il video). Con il suo ritmo travolgente, No Satisfaction è il brano che non vediamo l’ora di ascoltare live.

La ballad Non bastano le mani ci riporta a una dimensione piú nostalgica e riflessiva. Al centro l’amore, il dolore che ne puó derivare e il coraggio di lasciarsi andare, il tutto raccontato ancora una volta attraverso una poesia splendida (‘Per te ho portato una carezza e te la voglio dare, insieme a questi fiori del mercato rionale / ed ho un regalo, ma non è niente di speciale / solo una ferita che nessuno mai ha potuto guarire/ fallo tu’). Per noi è la piú bella del disco.

Il tema della lontananza e il desiderio di stare vicino agli altri è al centro anche del brano Un altro sole (‘Con le mani / che si alzano al cielo stanotte / siamo meno lontani / ma nel fango della stessa sorte / tutti noi siamo uguali’). Particolarmente intenso per la tematica è Gli invisibili, un brano dedicato agli ultimi, quelli che se ne stanno sullo sfondo e che hanno ancora qualche salita da fare, ma che alla fine salveranno il mondo. Vita da fenomeni racconta invece quel momento della vita adulta in cui ci si accorge che non si è piú tanto giovani (‘Un tempo per giocare a fare il grande/ che poi sei grande in un istante’). Che quel momento sia arrivato per Ermal proprio adesso, alla soglia dei quarant’anni? Sebbene fare la vita da fenomeni non sia piu possibile, almeno Ermal ha trovato in questa fase della sua vita il suo porto sicuro (‘Caso vuole che a casa ci torniamo insieme / menomale’). Chiude il disco Un po’ di pace, in cui Ermal ribadisce quanto l’amore, alla fine, sia l’antidoto proprio a tutto.

Voglio solo un po’ di pace
sentire la tua voce
sapere che ci sei
tu che sai fare luce
quando il sole tace
non cambiare mai
.

Tribù Urbana è già disponibile sulle principali piattaforme di streaming. L’hai già ascoltato? Qual è il tuo brano preferito? Diccelo qui sotto e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Che fine hanno fatto #9 – Moreno

La settimana di Sanremo porta sempre con sé qualcosa di nostalgico ed io, ogni anno, non riesco a non chiedermi che fine hanno fatto alcuni degli artisti che hanno calcato il palco dell’Ariston, magari una volta soltanto, per poi sparire. Mi è tornato in mente il beat di una canzone rap presentata a Sanremo nel 2015 da Moreno, il primo ed unico rapper uscito vincitore dalla fabbrica di talenti di Maria de Filippi. Ma dov’è Moreno oggi? Ripercorriamo la sua carriera e scopriamolo!

Moreno Donadoni nasce a Genova nel 1989 e il suo obiettivo, sin da adolescente, è quello di sfondare a colpi di freestyle. Ciò lo porterá, nel 2007, a partecipare e alla massima competizione italiana di freestyle, Tecniche Perfette: prima si aggiudica il triplo titolo regionale, poi approda alle sfide nazionali. Finisce in finale piú volte, conquistando la vittoria nel 2011. A questo punto Moreno è il rapper con piú riconoscimenti nella storia della manifestazione. Nel 2012 partecipa a MTV Spit, arrivando in semifinale, e nello stesso anno trionfa nella Battle Arena di Bologna.

La svolta per questo giovane rapper è, inaspettatamente, Amici di Maria de Filippi. Moreno porta il rap al talent show piú popolare del nostro paese e questo azzardo gli varrá la vittoria. È protagonista di una serie di duetti molto riusciti, come quelli insieme ai rapper Fedez e Fabri Fibra, ma anche a interpreti di musica leggera come Francesco Renga, la sua ‘caposquadra’ Emma Marrone e il grande Massimo Ranieri. A show ancora in corso firma con Universal, etichetta sotto la quale il 14 maggio 2013, ancora prima dell sua vittoria ad Amici, esce il suo primo album intitolato Stecca. L’ album debutta alla prima posizione della classifica italiana restandoci per due settimane. Brillano nella tracklist alcune importanti collaborazioni, tra cui quelle con Fabri Fibra e Clementino. Il disco viene certificato prima oro, poi doppio platino.

Il primo singolo estratto da Stecca, Che confusione, esce due giorni dopo la vittoria ad Amici, il 3 giugno, e viene presentato a diversi eventi live, come i Wind Music Awards, gli MTV Italia Awards e al Summer Festival. Collabora anche con Paola e Chiara, duettando con loro in Tu devi essere pazzo (conteuto nell’album Giungla) e canta insieme a Max Pezzali in Tieni il tempo, sigla del programma televisivo Colorado. Gli altri singoli estratti da Stecca sono Sapore d’estate e La novità.

Troviamo altrettante collaborazioni interessanti nel secondo album di Moreno, Incredibile: Alex Britti, Annalisa, i Club Dogo, J-Ax, e Fiorella Mannoia, con la quale il rapper incide Sempre Sarai, il singolo che esce a marzo del 2014 e anticipa questo nuovo disco, certificato oro. Nello stesso anno Moreno torna ad Amici, questa volta però in veste di direttore artistico di una delle squadre di talenti. L’anno si chiude con la realizzazione di un brano della colonna sonora del film Big Hero 6, Supereroi in Fransokyo, e con la notizia della sua partecipazione al Festival di Sanremo nel febbraio del 2015 con il brano Oggi ti parlo cosí (si classificherà quindicesimo). È del 2015 anche la sigla di Lupin III – L’avventura italiana, incisa inseme a Giorgio Vanni.

Un terzo album vede la luce nel settembre del 2016: si tratta di Slogan, anticipato dal singolo Un Giorno di Festa, prodotto da Big Fish. Il disco non riscuote lo stesso successo dei due che l’avevano preceduto e, da questo momento in poi, la musica sembra prendere a giocare un ruolo piú marginale nella vita di Moreno. Nel 2017 il rapper partecipa infatti alla dodicesima edizione de L’Isola dei Famosi, tenutasi nelle Honduras. Segue un allontanamento dalle scene e un ritorno in vesti piuttosto insolite: nel 2019 Moreno entra infatti a far parte del team di Sportitalia come opinionista sportivo. Un cambiamento piuttosto radicale, che vede il rapper dedicarsi alla sua altra grande passione, ovvero il calcio.

Ma dov’è Moreno adesso? Il rapper è piuttosto silenzioso sui social, il che rende difficile intercettarlo. Nel 2019 aveva annunciato l’uscita di un nuovo album e il brano Una Radio che Suona (in collaborazione con Jovine) uscito nell’estate di quell’anno sembrava promettere bene. Del disco non c’è ancora traccia, ma solo poche settimane fa Moreno si è esibito sul palco del concerto di Natale in Vaticano insieme ad altri grandi nomi della musica italiana come Nek, Emma Marrone e Roby Facchinetti. Che si stia preparando ad un grande ritorno? Staremo a vedere!

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Le canzoni più nostalgiche di Max Pezzali: le vostre scelte

Non è un segreto, qui a Smells Like Queen Spirit amiamo festeggiare i compleanni dei nostri artisti preferiti dedicando loro degli articoli divertenti, nei quali raccogliamo curiosità, notizie, e chi più ne ha più ne metta! Oggi però, faremo qualcosa di diverso. Domani Max Pezzali compie 53 anni. Ed abbiamo raccolto le vostre canzoni preferite, per una playlist nostalgica da ascoltare in queste giornate incerte tra mura di casa e sprazzi di mondo esterno. Auguri, Max!

Voce inconfondibile degli 883, al fianco dell’amico Mauro Repetto fino al 2004, per poi proseguire con una carriera da solista, Max Pezzali ha firmato testi su testi diventati inni generazionali. Bastano poche parole e boom!, si viaggia indietro nel tempo.

La nostalgia si mescola ai ricordi, e ci si ritrova a cantare con degli sconosciuti intere canzoni a memoria.

Vi abbiamo chiesto quali fossero, per voi, le canzoni di Max Pezzali che riuscivano a lanciarvi in questa dimensione spazio-temporale così mista e adesso condivideremo le vostre risposte.

Mettetevi comodi, si parte.

Lo strano percorso

…di ognuno di noooooi,

che neanche un grande libro un grande film
potrebbero descrivere mai,

per quanto è complicato
e imprevedibile
per quanto in un secondo tutto può cambiare
niente resta com’è.

Possiamo ammetterlo, l’abbiamo letta tutti cantando.

M. ha scelto questo titolo, ed è iniziato così il nostro viaggio.

Gli anni

Scelta da L. e P., Gli anni riesce in qualche modo ad adattarsi ad ogni generazione. I termini diventano facilmente interpretabili. L’ansia delle responsabilità che arrivano, e dei nostri timori, di non essere all’altezza, di ritrovarsi a superare il limite dei vent’anni e non essere certi di avere quelle sicurezze che bisognerebbe avere. Forse le canzoni, è vero, non sono la risposta ai problemi. Ma ci aiutano davvero a sentirci meno soli.

Nord Sud Ovest Est

V., G., e S. non hanno dubbi: scelgono l’inno del viaggio interiore e non solo. Saltiamo in auto alla ricerca di qualcosa, ma…

…forse, quel che cerco neanche c’è.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno

…e chi sia stato, non si sa!

Forse è tra i brani più iconici degli 883. Che voglia di gridare tutti insieme davanti al karaoke, ragazzi!

Grazie S., per averla suggerita.

La regina del Celebrità

Qualcuno è stato davvero al Celebrità? Noi, personalmente no, e nemmeno L. che ha suggerito questo pezzo. Tuttavia, è come se ci fossimo andati tutti. No?

Con un Deca

V. sceglie Con un Deca. Deca, nel gergo giovanile usato alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, voleva dire “banconota da diecimila lire”. E non ci si poteva fare poi molto, da adolescenti, se non progetti e sogni.

Con un deca non si può andar via.

E adesso, dulcis in fundo, ecco le canzoni d’amore che avete scelto!

Il mondo insieme a te

M. condivide con noi una canzone d’amore dolcissima e tenera.

Eccoti

V. e F. hanno scelto Eccoti

Una canzone d’amore

Scelta da S., ma quant’è bella questa?

Sei fantastica

Ce la manda V. Abbiamo un sacco di amore da condividere, oggi!

Essere in te

S. ci manda questo pezzo struggente da morire. Se l’intento era farci piangere, ci sei riuscito!

Come mai

R. ha scelto questa canzone, che abbiamo deciso di mettere in chiusura a questo pazzo articolo. Come mai fa parte della nostra cultura, è radicata nelle nostre menti tanto quanto il 5 maggio e la canzoncina usata per ricordare quanti giorni abbia ogni mese, e noi, in tutta onestà, non potremmo esserne più felici.

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Che fine hanno fatto #5 – Intervista a Daniele Groff

Siamo nel 1998. Un venticinquenne trentino con l’aria da bravo ragazzo e la chitarra in spalla si presenta a Sanremo Famosi, kermesse condotta da Max Pezzali con protagonisti quelli che sarebbero stati i partecipanti, nella sezione Nuove Proposte, del Festival di Sanremo 1999. Quel ragazzo si chiama Daniele Groff e quell’edizione di Sanremo Famosi la vince con un brano intitolato Daisy. Il brano unisce rock e melodia, chitarra ruvida e archi, riprendendo in maniera piuttosto evidente il genere del brit-pop, esploso proprio in quegli anni prima in Inghilterra e poi nel resto del mondo. Ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con Daniele e di ripercorrere con lui la sua carriera fatta di palchi importanti e collaborazioni straordinarie, ma anche di uscite di scena, pause e progetti ancora in corso.

Cominciamo con una domanda facile: dove sei?
Dopo tanti anni a Roma sono ritornato nel mio luogo di origine, in Trentino, dove ho trascorso la mia giovinezza e dove ho studiato. Sebbene l’offerta in termini di attività culturali sia molto meno variegata rispetto a quella della capitale, sono comunque soddisfatto della qualità della vita quassù.

Fin dall’esordio sei stato accostato al brit-pop, in particolare alla musica degli Oasis, e ascoltando la tua musica viene quasi spontaneo pensare che il tuo sia stato un vero e proprio tentativo (forse l’unico) di importare in Italia queste sonorità. Credi di essere stato inconsapevolmente influenzato dai dischi che hai ascoltato in quel periodo oppure hai consapevolmente scelto di rifarti a questo genere?
Ho cercato di importare in Italia un sound che secondo me non era ancora stato proposto ed è stato un processo molto consapevole, ma anche molto sofferto. Mi è infatti costato un bel po’ di fatica spiegare ai miei collaboratori, ai tecnici del suono e ai discografici come volevo che fossero le mie canzoni. Il genere aveva cominciato ad interessarmi già a 19 anni, complice un viaggio in Inghilterra. Cominciai ad ascoltare i Beatles e poi gli Oasis, i Blur e i Radiohead, gruppi che in Italia venivano considerati un po’ di nicchia, di certo non mainstream. Mi affascinava il mix di rock e melodia di quelle canzoni che avevano la pretesa di uscire dal ‘garage’ e di arrivare alla gente, così ho fatto mio questo genere che in Italia mancava. L’etichetta di artista brit-pop me la sono un po’ cercata, ma devo dire che il continuo accostamento ai fratelli Gallagher da parte della stampa nei confronti di un artista dall’identità ancora in ‘divenire’ è stato, a tratti, pesante.

Hai citato gli Oasis, i Blur e i Radiohead come tue fonti di ispirazione. Ci sono anche artisti italiani ai quali senti di dovere qualcosa?
Sicuramente hanno influenzato la mia scrittura le note che mi arrivavano all’orecchio da bambino, sia dalla radio in macchina che dalla chitarra di mio padre che strimpellava. Dalla, De Gregori e Battisti soprattutto, ma anche Baglioni, Celentano, Iannacci. Tutti cantautori dalle grandi personalità.

Hai calcato, ancora giovanissimo, il palco dell’Ariston. Che ricordi hai di quel periodo?
E’ stata un’esperienza forte sotto molti punti di vista. E’ un palco che mette soggezione anche ai più esperti – e io di certo non lo ero – perché sei consapevole che dietro quelle telecamere ci sono milioni di persone, c’è la gente comune, la stampa, i discografici. Per una settimana è stato come vivere in una bolla, a metà tra un sogno e un delirio, con i fan che ti aspettavano sotto l’hotel e davano vita e vere e proprie scene di isteria collettiva. I ricordi che ho di quel periodo sono bellissimi, ma anche caotici e confusi. Sono comunque molto grato di avere avuto la possibilità di prendere parte a questa grande festa della musica, sebbene credo che all’epoca non fossi pienamente consapevole di quello che stavo vivendo…

E a proposito di consapevolezza: se tu potessi dare un consiglio al Daniele dell’epoca, quale sarebbe?
Altro che ‘no regrets’, come canta Robbie Williams. Darei sicuramente più consapevolezza al ragazzo che ero, perché nella confusione che vivevo non sempre ero presente a me stesso. Cercherei di respirare un po di più e di godermi il momento, ma anche di darmi spazio e tempo di riflettere, di dire anche di no qualche volta. Qualche anno fa ho portato le mie due figlie a un incontro con Fedez e sono rimasto molto colpito dalla sua sicurezza, dal suo sapere esattamente chi era e cosa voleva. Una consapevolezza che io, alla sua età, mi sarei sognato – magari perché per indole sono più sensibile e tendo a farmi trascinare dalle cose.
Per quanto riguarda le scelte artistiche che ho fatto, una parte di me lascerebbe tutto così com’è, un’altra sarebbe curiosa di vedere ‘come sarebbe andata se’. Mi riferisco soprattutto al mio secondo album Bit, in occasione del quale decisi di ‘tradire’ il sound del primo, Variatio 22, perché stanco delle critiche che mi venivano rivolte per la vicinanza agli Oasis.

Ripensando a tutta la tua carriera, qual è la cosa della quale vai più fiero?
Sicuramente i due giorni trascorsi in studio con Lucio Dalla per la scrittura del testo di Lory. Non mi sembrava nemmeno reale, soprattutto perché Lucio mi parlava come se fossimo stati pari, ma io mi sentivo soltanto un suo fan, un ragazzino al cospetto di in un pezzo di storia vivente. Sono fiero anche della mia collaborazione con Renato Zero: lui apprezzava molto la mia musica e mi chiese di aprire i suoi concerti negli stadi di tutta Italia durante le tournée del 2004 e del 2007. Sono state esperienze di live molto forti, insieme a quella del primo maggio 1999, il mio primo vero live. Vado molto fiero anche del mio primo disco, Variatio 22, che mi sono guadagnato con immensa fatica, andando anche contro il volere dei miei che mi avrebbero volentieri visto prendere una laurea perché, si sa, nella musica solo uno su mille ce la fa.

Se dovessi far ascoltare un solo brano a una persona che non ti conosce affatto, quale sceglieresti?
Sicuramente sceglierei tra i miei brani più popolari, nei confronti dei quali nutro un senso di gratitudine perché sono quelli che mi hanno regalato un rapporto con la gente, la possibilità di viaggiare, di esibirmi e cantare con loro. Probabilmente sceglierei Sei un miracolo, un mio piccolo evergreen, oppure Daisy, che in fondo è quella che mi rappresenta di più. Ogni riga del testo è ispirata a un libro, a una poesia o a un momento di vita vissuta.

Dopo il terzo album Mi accordo, uscito nel 2004, ti sei allontanato dal grande pubblico. E’ stata una scelta tua oppure il risultato di contrasti con, ad esempio, l’etichetta discografica?
In realtà ho lavorato a un quarto album che sarebbe dovuto uscire nel 2008, anticipato già nel 2007 dal singolo Prendimi, frutto di una collaborazione con i Fool’s Garden (quelli diventati famosi con Lemon Tree, ndr). Quel singolo uscì nel mezzo di una serie di cambiamenti epocali per l’industria della musica. Cominciavano a ingranare i talent, la musica si cominciava a scaricare, i dischi si vendevano molto meno. I discografici mi rassicuravano, il problema non ero io, ma io mi convinsi del contrario e decisi di prendermi una pausa a tempo indeterminato. Avevo la sensazione che non ci fosse più pubblico disposto ad ascoltarmi e ho preferito non far uscire mai quel disco per non ‘bruciarmelo’. La pausa però è durata più a lungo del previsto. Quando nel 2015 ho fatto un tentativo di ritorno con il brano Bellissima la verità (supportato da alcuni amici romani produttori) mi sono reso conto che il modo di fruire la musica era ormai radicalmente cambiato. Si tende a sottovalutare la storia che il tempo passa…

L’allontanamento dal grande pubblico, tra l’altro, ha riguardato non soltanto te ma tutta una serie di cantautori di fine anni novanta\inizio anni duemila – penso a Luca Dirisio, Simone Tomassini, Paolo Meneguzzi – che nonostante abbiano continuato a produrre, sono rimasti ai margini…
Si sa, la musica è monopolio dei giovani. Ti ricordo che sono passati già vent’anni!

A proposito di giovani, ascolti volentieri gli artisti di oggi?
Grazie alle mie ragazze di diciotto e vent’anni sono rimasto aggiornato sul panorama musicale, che a mio avviso oggi è molto frammentato e ‘citazionistico’, senza particolari icone o elementi di rottura. E’ un grande caleidoscopio con poca caratterizzazione, conosci la canzone ma quasi mai sai chi è che canta. Tutto è suddiviso in playlist e non si ascoltano più i dischi dalla prima all’ultima traccia. Detto ciò, trovo molto interessante Frah Quintale: bella vocalità, testi interessanti e un sound un po’ funk alla Jamiroquai. Apprezzo molto anche il nuovo indie italiano: i TheGiornalisti e Tommaso Paradiso, Coez e soprattutto Calcutta che considero il capostipite di questo nuovo filone, importanza che, in questo senso, definirei già storica. Se mi si presentasse l’occasione, di certo non rifiuterei una collaborazione con uno di questi artisti!

L’ultima domanda è esattamente il titolo della rubrica. Che fine hai fatto? Tornerai?
Ammetto di essere stato a un passo dal mollare, ma sento di avere ancora un debito, come se avessi ancora qualcosa da portare a termine. Non so dirti quando succederà, ma l’intenzione di ritornare c’è, anche se sono consapevole di non avere tutta l’energia che avevo un tempo, necessaria per lavorare a un disco ed eventualmente a una bella tournée. In ogni caso, in questa lunga assenza non ho mai smesso di scrivere, ma anche di riscrivere e perfezionare materiale che avevo già, soprattutto durante il lockdown. Ho delle canzoni che non voglio lasciare nel cassetto e il giorno in cui usciranno saprò che, anche se non sono perfette, rappresentano il meglio che potessi fare.

Facciamo un grosso in bocca al lupo a Daniele per i suoi progetti futuri e speriamo in un suo ritorno! Quale artista ti piacerebbe fosse il protagonista del prossimo Che fine hanno fatto? Faccelo sapere!

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Che fine hanno fatto #4 – Sugarfree

Per questo Che fine hanno fatto? di piena estate, l’ultimo prima della pausa di agosto, vi portiamo nel luogo dove tutti ora vorremmo essere (io per prima, che sto scrivendo questo articolo sotto il cielo perennemente coperto di Rotterdam). Vi portiamo nella nostra splendida Sicilia e già che ci siamo prendiamo la navetta fino ad arrivare al 2005, l’anno in cui un gruppo catanese, nascosto dietro ad un nome inglese, diventa la band rivelazione dell’anno, grazie a un brano pop-rock sull’amore che diventa ossessione, mania, bisogno viscerale. Ovviamente stiamo parlando degli Sugarfree e della loro famosissima Cleptomania!

Gli Sugarfree muovono i primi passi nel circuito dei pub catanesi e inizialmente suonano soprattutto cover di canzoni rock degli anni cinquanta e sessanta. Ben presto vengono notati dalle reti televisive locali e la loro popolarità aumenta a dismisura. L’ascesa comincia con l’incontro con il produttore Luca Venturi e un contratto con Warner Music Italy firmato nell’ottobre del 2004. Il frontman della band, Matteo Amantia, fa il suo ingresso negli Sugarfree solo a contratto già firmato, dopo che frontman originario aveva lasciato la band per problemi personali. Di lì a poco verrà registrato il fortunato brano Cleptomania, scritto dall’autore di Gela Davide Di Maggio e arrangiato dalla band stessa. Cleptomania resterà al primo posto delle classifiche per ben cinque settimane e nella top five per 22 settimane, superando le 60.000 copie vendute e diventando disco di platino.

Il primo album degli Sugarfree, Clepto-manie, esce il 6 maggio 2005 e ancora in prevendita diventa già disco d’oro. Il disco è anticipato dal singolo Cromosoma che la band catanese porta sul palco del Festivalbar 2005. Il Clepto-manie Tour porta la band in giro per lo stivale fino alla fine dell’anno e le sue tappe segnano un successo dopo l’altro. Gli Sugarfree accedono al palco più importante, quello dell’Ariston, nel febbraio 2006. Partecipano al Festival di Sanremo numero 56 con Solo lei mi dà, emozionante brano sulla vita dopo la fine di una relazione. In seguito alla partecipazione al Festival, Clepto-manie viene pubblicato in una nuova versione contenente sia il brano sanremese che l’inedito Inossidabile, con il quale la band partecipa al Festivalbar 2006.

Il 2008 è un anno pienissimo per i ragazzi di Catania, che lo inaugurano con una fortunata collaborazione cinematografica. Il brano Scusa ma ti chiamo amore fa infatti da colonna sonora all’omonimo film tratto dal romanzo di Federico Moccia e diventa uno dei singoli più venduti dell’anno. Gli Sugarfree trascorrono un’altra estate in giro per l’Italia con Aspettando Argento Tour e a settembre esce il secondo album in studio Argento, anticipato da singolo Splendida, già scelto per accompagnare i titoli di coda del film Blind Dating di James Keach, nella sua versione in italiano. Segue a questa collaborazione un mini tour negli Stati Uniti.

Il 2009 è un anno di crisi: il frontman Matteo Amantia abbandona gli Sugarfree per tentare un’avventura da solista (il suo primo disco, Matteo Amantia, esce nell’aprile 2011) e viene sostituito da Alfio Consoli. La stessa cosa accade con il chitarrista Luca Galeano che viene sostituito da Salvo Urzì. Va via anche il tastierista Vincenzo Pistone e non viene sostituito, così la band prosegue in una formazione a quattro. Nonostante il caos di questo periodo la band riceve, nell’agosto del 2009, il premio dell’Italian Fanclub Music Award. I cambiamenti non impediscono agli Sugarfree nemmeno di proseguire nei loro tour. Saranno infatti protagonisti del L’Origine Tour nel 2009 e del In Simbiosi Tour nel 2010. In Simbiosi è anche il titolo del loro terzo disco, il primo della nuova formazione. Vengono estratti i singoli Regalami un’estate e Amore nero.

Il 2011 è l’anno di Famelico, quarto album in studio pubblicato il 6 maggio, anticipato dal singolo Lei mi amò, scritto da Fortunato Zampaglione, già autore del brano sanremese Solo lei mi dà. Ad ottobre, dopo il consueto tour estivo che porta il nome dell’album uscito a maggio, ricevono a Bagnara il Premio Mia Martini speciale. Questa stabilità appena ri-conquistata non durerà a lungo, perché nell’estate del 2012 anche il chitarrista Salvo Urzì decide di lasciare il gruppo. I membri restanti, a questo punto solo tre, decidono di non coinvolgere altri membri fissi e di proseguire comunque con il progetto Sugarfree, concentrandosi soprattutto sui live in giro per l’Italia. Ad accompagnarli nelle tappe dei vari tour, a partire dal 2013, anche il nuovo brano Pura e Semplice.

A sorpresa, nel dicembre 2014, anche il novello frontman Alfio Consoli lascia il gruppo. Il 2015 si apre quindi con un grande ritorno, quello del frontman con il quale gli Sugarfree erano diventati famosi, Matteo Amantia. Nessun nuovo disco in vista per la band, ma una serie di singoli che li accompagnano nei loro live, un’abitudine mai smessa. Nel 2016 esce Ti amo a Milano, nel 2017 Le tue favole e Non basta stare insieme.

Ma dove sono gli Sugarfree oggi? La formazione è, più o meno, tornata ad essere quella degli inizi. Oltre al frontman Matteo Amantia, gli altri superstiti sono Carmelo Siracusa al basso e Giuseppe Lo Iacono alla batteria. Ma c’è dell’altro: il gruppo ha ripreso i contatti sia con il produttore che gli ha permesso di muovere i primi passi, Luca Venturi, sia con Davide di Maggio, autore del loro primo grande successo Cleptomania. Il nuovo singolo degli Sugarfree (in collaborazione con Serena De Bari), uscito a fine 2019, è il frutto di questi ritorni e legami mai spezzati e si intitola, appunto, Frutta. L’instabilità alla base della formazione del gruppo ha sicuramente minato in modo importante la loro produttività nel corso dell’ultimo decennio, ma dobbiamo riconoscere che i componenti sono riusciti a tenersi stretta e a mantenere coerente la loro immagine sempre romantica, appassionata e vagamente anni settanta. Continuiamo a tenere d’occhio gli Sugarfree, hanno sicuramente ancora molto da raccontarci.

Speriamo che questo pieno di nostalgia vi basti fino a settembre! Questo era infatti l’ultimo ‘Che fine hanno fatto’ prima della pausa estiva. Torneremo a settembre cariche di idee e nuovi spunti!

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5 canzoni classiche napoletane diventate leggenda!

La musica classica napoletana è diventata nel corso degli anni un marchio italiano che unisce gli abitanti di tutte le regioni, dal profondo Sud all’estremo Nord del Bel Paese. Sviluppatasi nel corso dell’’800 fino al secondo dopoguerra, ha prodotto un repertorio vasto e ricchissimo.

Chiunque, prima o poi, nel corso della vita si ritrova a cantare alla tavola di un matrimonio una canzone nata nel cuore di Partenope pur non conoscendone le parole! Noi di Smells Like Queen Spirit abbiamo pensato a 5 titoli di canzoni classiche napoletane secondo noi imperdibili, e che non possono mancare nel repertorio di ogni italiano (ed ogni amante dell’Italia, in generale)!

1) Te voglio bene assaje

…e tu non pienze a me!

L’anno di nascita di questo brano è convenzionalmente considerato il 1839, infatti la sua origine ha dato vita a non poche speculazioni. Qualcuno ne riconosce come autore il poeta Raffaele Sacco, altri invece Gaetano Donizetti. I racconti portano questo brano da Napoli a Parigi, e ancora in Norvegia, per un ritorno in Italia nel 1956 con l’orchestra di Pippo Barzizza.

Da molti studiosi di storia della musica viene addirittura considerata la prima vera e propria canzone classica napoletana, che ha dato il via alla lunga lista che arricchisce il repertorio di questo genere. Cantato dalle massaie della città campana, è stato il primo brano della musica napoletana d’autore a partecipare alla gara canora della festa di Piedigrotta, ai tempi, evento prestigioso e attesissimo.

2) Funiculì Funicolà

Di pizzerie con questo nome ne abbiamo viste in tutti i Paesi da noi visitati! E scommettiamo che potete dire lo stesso anche voi lettori.

Ma chi ha scritto il brano forse più famoso della canzone napoletana? La risposta è: il giornalista Giuseppe Turco, nel 1880. A musicarla col motivo che viene in mente a chiunque non appena si leggono quelle due paroline è stato invece Luigi Denza.

L’ispirazione per questa canzone risale al 1879, anno in cui venne inaugurata la prima funicolare del Vesuvio, mezzo modernissimo, per l’epoca, che avrebbe consentito a chiunque di raggiungere la cima del famigerato vulcano.

Fun Fact: Esiste una versione in lingua olandese intitolata Jajem, divenuta una specie di canzone tradizionale dei Paesi Bassi, al punto che ogni anno viene suonata a Scheveningen, l’Aia, il primo di gennaio, mentre migliaia di folli corrono mezzi nudi sulla spiaggia per fare il primo bagno (gelato) nel mare del Nord.

3) Era de Maggio

Una canzone d’amore struggente e malinconica, ad oggi interpretata da nomi nazionali ed internazionali: Roberto Murolo, Mina, Noa, Mika. Si percepisce il dolore dell’addio e la volubilità del tempo, degli amori giovanili.

La canzone nacque da una poesia di Salvatore Di Giacomo, scritta nel 1885, messa in musica dal Maestro Mario Pasquale Costa.

4) O’ Sole Mio

Una canzone napoletana finita su Billboard Hot 100? Ce l’abbiamo, ed è proprio O’ Sole Mio. Incisa da Elvis Presley in inglese, col titolo di It’s now or never, resta in prima posizione dopo il lancio pubblico per cinque settimane. Il brano spopola in tutto il mondo negli anni ’60, ma la sua storia, come potete immaginare, è un po’ più datata.

Il testo risale infatti al 1898, firmato da Giovanni Capurro. La composizione musicale invece fu opera di Eduardo Di Capua.

Le origini di questa canzone si vocifera siano collegate alla reginetta di bellezza Anna Maria Vignati-Mazza.

Ma sapevate che il brano è ancora sotto copyright? Resterà infatti proprietà della casa discografica Bideri fino al 2042!

5) ‘O surdato ‘nnammurato

Che? Riusciamo quasi a vedere i non-campani (e forse anche qualche campano!) storcere il naso.

Non ne avete mai sentito parlare? Beh, vi sorprenderemo!

Questo è il titolo del brano che notoriamente viene riconosciuto come Oje vita, oje vita mia!, vero e proprio timbro di riconoscimento di Napoli, della sua città, e della sua squadra calcistica che, nel 2013, ha dichiarato questo brano, in una versione rivisitata, il proprio inno ufficiale.

Nelle celebrazioni da Roma in giù è un vero e proprio must, si festeggia cantando a squarciagola il ritornello di questa canzone. Le sue origini? 1915. L’autore del testo è Aniello Califano, la composizione musicale è invece firmata da Enrico Cannio.

O’ surdato ‘nnamurato è arrivata sul palco di Sanremo nel 2011, interpretata da Roberto Vecchioni, ma tra gli altri, hanno prestato la voce a questa canzone anche Enzo Jannacci e Massimo Ranieri.

E voi, le conoscevate tutte vero?

Fatecelo sapere in un commento, e magari suggeriteci come ampliare la nostra lista. Quali altre canzoni classiche napoletane sono imperdibili, secondo voi?

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Che fine hanno fatto #3 – Zero Assoluto

Se siete nati intorno al 1990 e siete stati adolescenti all’alba del nuovo secolo è abbastanza improbabile che i vostri primi piccoli problemi di cuore non siano stati condizionati dalla visione di uno degli innumerevoli film di Federico Moccia, o magari dalle canzoni degli Zero Assoluto, che talvolta facevano parte proprio della colonna sonora dei suddetti film. È proprio a questo duo romano che dedichiamo il Che fine hanno fatto di questo mese: ricostruiamo la storia del loro successo e scopriamo cosa fanno oggi Matteo e Thomas!

Il loro sodalizio comincia sui banchi del famoso Liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove i giovani Matteo Maffucci e Thomas De Gasperi si incontrano e, accomunati dalla passione per la musica rap, decidono di lavorare a un progetto comune. Per Matteo la musica era già pane quotidiano: suo padre è stato infatti direttore del Festival di Sanremo per circa un ventennio, dal 1982 al 2000. La prima canzone di Thomas e Matteo è parte di una compilation dal titolo Nati per rappare e contiene già un riferimento al nome del progetto che li porterà al successo: si intitola infatti In due per uno zero. Il vero brano d’esordio risale però al 1999 ed è Ultimo capodanno, in collaborazione con il rapper Chef Ragoo. Il video vede protagonisti i calciatori della Roma, compreso il capitano Francesco Totti.

All’inizio degli anni duemila pubblicano alcuni singoli di discreto successo (Come voglio, Magari meno, Tu come stai) e un album, Scendi, del 2004. La vera e propria ascesa del duo comincia quando diventano conduttori della trasmissione Terzo piano, interno B su Hit Channel (oggi RTL 102.5 television). Dalla tv passano alla radio e conducono Suite 102.5, in prima serata dalle 21 alle 24 su RTL 102.5, rimanendo alla conduzione fino al 2008. La loro popolarità nell’ambiente radiofonico e musicale è ormai inarrestabile e nel 2005 esce il singolo Semplicemente che rimarrà in classifica per ben trenta settimane.

Nel 2006 partecipano al Festival di Sanremo nella categoria Gruppi con Svegliarsi la mattina, brano con il quale gli Zero Assoluto accedono alla finale (quell’anno solo otto canzoni su trenta sarebbero finite in finale). Svegliarsi la mattina è il singolo più venduto in Italia nel 2006 e diventa triplo disco di platino. Si aggiudica due dischi di platino anche il singolo successivo, Sei parte di me, con il quale gli Zero Assoluto vincono il premio rivelazione dell’anno al Festivalbar. Il duo è ormai amatissimo in Italia e nel 2007 si prepara a una preziosa collaborazione internazionale, quella con la cantante Nelly Furtado che incide con i due ragazzi romani il brano di grande successo All Good Things (Come to an End). Si esibiscono con la Furtado anche in una delle serate del festival di Sanremo 2007, al quale partecipano con la canzone Appena prima di partire, classificatasi nona. La canzone verrà incisa anche in inglese, insieme alla Furtado, con il titolo Win or Lose, destinata al mercato francese e tedesco.

I successi Semplicemente, Svegliarsi la mattina e Sei parte di me fanno parte dell’album Appena prima di partire, uscito il 2 marzo 2007 e diventato disco di platino con oltre 100.000 copie vendute. Tre brani di quest’album, ovvero Seduto qua, Semplicemente e Quello che mi davi tu vengono inseriti nella colonna sonora nel film Scusa ma ti chiamo amore, tratto dall’omonimo romanzo di Federico Moccia. Il 2009 è un altro anno pieno di highlights per il duo romano: esce infatti, ad aprile, Sotto una pioggia di parole – Appunti disordinati di un disco, il loro primo libro scritto in forma di diario, ma soprattutto esce a maggio il loro terzo album in studio, Sotto una pioggia di parole, che diventa ben presto disco d’oro ed è anticipato dal brano tormentone Per dimenticare. Gli altri singoli estratti sono Cos’è normale e Grazie.

Nel 2010 vengono scelti nuovamente da Federico Moccia per la colonna sonora di un film, stavolta di Scusa ma ti voglio sposare. Negli anni duemiladieci pubblicano ben tre album, ma con nessuno di questi il duo riesce a eguagliare il successo di Appena prima di partire e Sotto una pioggia di parole. Nel 2011 esce l’album Perdermi, anticipato dal singolo Questa estate strana, mentre nel 2014 esce Alla fine del giorno, trainato dai singoli All’improvviso e Adesso basta. Nel 2016 gli Zero Assoluto tornano al festival di Sanremo con il brano Di me e di te, eliminato prima della finale. Di me e di te è anche il titolo del loro sesto album in studio, uscito un mese dopo la fine del Festival.

E’ proprio dall’uscita di Di me e di te che gli Zero Assoluto sono spariti dalla circolazione. In questi anni Thomas e Matteo hanno infatti dato la priorità ad altri progetti, in entrambi i casi nel mondo del digitale. Matteo ha fondato la One Shot Agency, un’agenzia che segue youtuber, instagrammers e affini, ma anche cantanti (ad esempio Alessio Bernabei). Matteo è anche uno scrittore e ha pubblicato nel 2018 il libro Rivoluzione Youtuber, sogni e affari, le star del web si raccontano. Thomas ha invece fondato Mkers, una società sportiva per e-sporters, ovvero giocatori professionisti di videogiochi. Nonostante si stiano dedicando ad altro, gli Zero Assoluto non hanno rotto con il loro passato da popstar né con la musica e questo emerge dal loro profilo Instagram sul quale sono molto attivi. I due non perdono occasione di sottolineare il legame ancora forte con la musica e annunciano persino di avere progetti per il futuro. Non ci resta che attendere pazientemente il loro ritorno!

Direi che anche oggi abbiamo fatto il pieno di nostalgia! Quale artista ti piacerebbe fosse il protagonista del prossimo Che fine hanno fatto? Faccelo sapere!

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La rivincita di Bugo: la recensione del nuovo album “Cristian Bugatti”

Non fatevi ingannare dal suo aspetto mite: dopo vent’anni di carriera nel circuito della musica alternativa, il cantautore novarese si è rotto i coglioni e ha deciso che è arrivato il suo momento

Prima di mettermi a scrivere questo articolo ho fatto un rapido refresh sulla sua vita precedente, prima cioè che avesse la geniale intuizione di partecipare al 70° Festival di Sanremo.

E ho scoperto che Cristian Bugatti, alias Bugo, vanta una carriera ventennale, fatta di canzoni in stile punk-grunge che hanno segnato il passaggio dalla canzone impegnata di fine millennio alla disillusione degli anni 2000. Bugo è stato uno dei primi autori indie della musica italiana e, anche se agli inizi della sua carriera pubblicava album con la Universal Record , non gli è mai fregato niente di diventare famoso. Ha continuato a cantare quello che gli pareva: Ne vale la pena, Pasta al burro e Io mi rompo i coglioni. Nel 2008 arriva la svolta elettronica con l’album Contatti. Il primo singolo estratto è C’è crisi: Bugo inizia a farsi conoscere anche dal pubblico mainstream, ma rimane sempre un po’ in disparte. Negli anni successivi si dà alle arti visive. Abbandona la musica per qualche anno, fino al 2015, quando si rimette a scrivere canzoni e a fare concerti in giro per l’Italia. Ma abbiamo dovuto aspettare Sanremo 2020 prima di capire davvero con chi avevamo a che fare.

Nessuno mi toglie dalla testa che la scena di Bugo che abbandona il palco del Festival, visivamente irritato dall’atteggiamento di Morgan, sia stata una montatura geniale per portare tutta l’attenzione su di un brano che di sanremese aveva ben poco. Ma che Bugo si fosse rotto i coglioni (vuoi per Morgan, vuoi per il pubblico che non lo ha mai capito fino in fondo) mi è diventato palese nel momento in cui ho ascoltato il suo nuovo album.

E qui finalmente vi parlo di questo gioiellino.

Cristian Bugatti. Lo ha intitolato così, semplicemente firmandosi con nome e cognome. Il disco è uscito il 7 febbraio 2020 per la Mescal, etichetta discografica indipendente fondata da Valerio Soave e Luciano Ligabue. Nella foto di copertina Bugo è seduto su una sedia; le braccia penzoloni e il volto serioso non lasciano adito a dubbi: a 47 anni Cristian Bugatti ha deciso che era arrivato il momento di prendersi una rivincita, pubblicando il suo nono album in studio, come nove sono le tracce che compongono l’ album, “classico, ma molto 2020”, ha dichiarato lui stesso alla rivista Leggo.

La tracklist

Quando impazzirò – Non mi ha fatto impazzire la scelta di questa canzone in apertura. Ma il motivetto allegro e le esternazioni nonsense hanno il potere di entrarti in testa e di rimanerci a lungo.

Sincero (feat. Morgan) – In principio fu Morgan a fargli da spalla. Poi, dopo la memorabile lite, Nicola Savino ha preso il posto dell’amico traditore. E, a essere sincera, mi piace pure di più, anche se resterà per sempre impressa nei nostri cuori la versione galeotta di Morgan, che portò all’esclusione dalla gara e all’abbandono del palco da parte di Bugo in diretta televisiva.

Come mi pare – questo brano potrebbe diventare il prossimo tormentone estivo. Bugo sceglie il parlato alla Lucio Battisti e una melodia funk dal vago sapore dance. Il testo è un manifesto di intenti: ballo, mangio, rido e parlo come mi pare. Come piace a me.

Al paese – questa è decisamente la mia preferita. Una piccola poesia di 3.38 minuti nella quale Bugo descrive la vita di provincia, che scorre via tra pettegolezzi e banalità. Eppure, quando si lascia il paese, poi ci si ritrova a guardare l’autostrada sognando di ritornare.

Che ci vuole – Canzone-profezia? Fate voi: Che ci vuole a tirarsela un po’/ basta dire che Sanremo fa cagare/ che ci vuole a diventare famosi/
basta un vaffanculo in tv
.

Fuori dal mondo – Quando l’ho ascoltata la prima volta me ne sono innamorata subito. Una dichiarazione d’amore alla sua donna in pieno stile Bugo. Vi metterà subito di buon umore!

Mi Manca (feat. Ermal Meta) – Lacrimoni dall’inizio alla fine. Probabilmente se fosse andato a Sanremo con questa canzone e con Ermal Meta avrebbe stra-vinto.

Un alieno – In questo brano c’è una semplice ammissione: sono un alieno. Che ci faccio su questo pianeta?/ Sono un alieno/ ma non mi dite che questa è vita/ tra le zanzare e ritmo latino/ il cocktail con l’ombrellino...

Stupido, eh? – La traccia più lunga del disco (6.12 minuti) conclude l’album alla grande. Il riferimento a Battisti (le tastiere, la chitarra, la voce) è ancora più evidente, ma alla fine dell’album sono certa che Bugo vi avrà conquistato con la sua ironia e il non prendersi mai troppo sul serio.

E voi, lo avete già ascoltato? Cosa ne pensate del nuovo album di Bugo?

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Lucio Leoni torna con “dove sei pt.1”

Brillante, eclettico e visionario. Lucio Leoni è il cantautore di cui tutti abbiamo bisogno: riesce a spaziare con ironia e fantasia dalla tradizione popolare al rap, dal folk alla canzone d’autore, approdando a uno stile proprio e riconoscibile che sintetizza poesia, teatro-canzone e sperimentazioni sonore.

Se siete alla ricerca di un disco che vi conquisti sin dal primo ascolto e in cui ritrovarvi, allora Dove sei pt. 1 farà sicuramente al caso vostro. Anticipato dal singolo Il sorpasso, Dove sei è il capitolo finale di una trilogia iniziata con Lorem ipsum – Gli spazi comunicativi (2015) e proseguita con Il lupo cattivo – Il bosco da attraversare (2017). Questa volta la scelta del titolo dell’album non ci fornisce alcuna indicazione sul suo contenuto: nessun segno di interpunzione, né un sottotesto con riferimenti spaziali. Ma ascoltando i brani del nuovo album di Lucio Leoni sono tantissime le domande che mi viene voglia di fargli: in attesa dell’uscita di Dove sei pt.2 ( autunno 2020) lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato i retroscena del suo nuovo lavoro. Mettetevi comodi!

Dove sei è una domanda provocatoria o una risposta artistica? Mi piace lasciare molto spazio all’interpretazione di chi mi ascolta. Dal mio punto di vista questo titolo è una risposta a tutte le domande che ci sono dentro, ma è comunque un gioco provocatorio, perché le risposte che do io non sono altro che ulteriori domande…

Allora adesso te lo chiedo io. Dove sei? Bella domanda! E’ buffo, perché magari fino a due mesi fa avevo un’idea più precisa, ma adesso è cambiato tutto e bisognerà abituarsi a ritmi e giornate diverse, per cui è tutto un po’ da ripensare. Diciamo che artisticamente, arrivato ai 40 anni, credo di essere a un punto in cui comincio a identificare una sorta di stile e ad avere chiari i miei punti di forza e i miei punti deboli.

Sui social hai simpaticamente scritto “In piena fase 2 esce Dove sei pt. 1. In piena fase 3 uscirà Dove sei pt. 2. Sempre un passo indietro”. Ti senti sempre un passo indietro a tutto il resto? E’ il mio modo per dire “resto umile” che va tanto di moda e mi fa ridere tanto. Mi piace sdrammatizzare sempre su tutta la linea, cerco di non prendermi mai veramente sul serio. Nonostante la musica abbia un’importanza gigante nelle nostre vite alla fine non dobbiamo mai dimenticare che è sempre un gioco.

Nel tuo album hai collaborato con C.U.B.A Cabbal, Francesco di Bella e Andrea Cosentino. Come sono nate queste collaborazioni? Andrea Cosentino è un amico che conosco da tempo. Mi è capitato di vedere un suo spettacolo nel quale snocciolava questo monologo che è il testo di Mi dai dei soldi. Ne sono stato folgorato subito e a fine spettacolo gli ho detto che il testo era clamoroso e volevo farne una canzone. Anche Francesco è un amico, ci conosciamo da un po’ di anni. Mi serviva una voce che avesse una profondità infinita e la sua era perfetta per Dedica. Il fatto che abbia voluto partecipare mi ha reso davvero orgoglioso. C.U.B.A invece non lo conoscevo, ma sono un grande amante della cultura hip hop e lui è uno dei miei idoli adolescenziali. Dopo aver trovato il suo numero (in maniera molto losca) l’ho chiamato e gli ho chiesto questo favore. Evidentemente si sarà mosso a compassione, perché sennò non si spiega…

In che senso hai trovato il numero in maniera losca? Tramite “amici di amici, di amici, di amici”… il metodo delle grandi separazioni!

Ne il Sorpasso, Dedica e Atomizzazione riprendi dei temi già presenti in A me mi: c’è questa presa di coscienza dell’essere diventati adulti (ma non troppo) e di essere un nativo analogico che vive tra nativi digitali, ma non è (di fatto) né l’uno e né l’altro. Secondo te, questa generazione di mezzo alla quale anche tu appartieni è più privilegiata (perché ha una visione delle cose più ampia) o è semplicemente più sfigata (perché è un ibrido)? Siamo sicuramente una generazione super fortunata, ma a ogni decade ci è cascato il mondo intorno. Quando avevo 10 anni è stato abbattuto il muro di Berlino, a 20 sono venute giù le Torri gemelle; a 30 anni è esplosa la più grande crisi finanziaria e adesso, alle soglie dei 40 è arrivata la pandemia. Forse non siamo una generazione fortunata dal punto di vista della stabilità del processo socio-economico, ma non mi sento di dire che siamo sfortunati, perché dopotutto viviamo in maniera privilegiata rispetto ad altre generazioni.

Come hai vissuto questo periodo di quarantena e quale futuro vedi per la musica? L’ho vissuto con fatica, è stato un periodo in cui non sono riuscito nemmeno a mettermi in una posizione ricreativa e produttiva. Per il futuro sono un po’ preoccupato, credo che ci troveremo tutti ad affrontare delle lotte per ricostruire un tessuto collettivo del mondo dello spettacolo. Sarà dura, ma si dovrà cominciare a discutere di politica della musica e di forme di tutela che di fatto non ci sono: la pandemia ha solo rivelato queste falle nel sistema.

La prima parte del disco è uscita l’8 maggio 2020. La seconda parte arriverà in autunno. Come mai hai deciso di dividere l’uscita del disco in due parti? La decisione di dividere l’album nasce dalla necessità di alleggerire e spezzare il disco, che poteva risultare un po’ troppo prolisso nel suo insieme. Abbiamo quindi pensato di spezzare l’album per conferire maggior respiro e lasciar sedimentare le canzoni un po’ di più.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda parte del disco? Il disco è concepito come unico, anche se diviso in due parti, quindi le tematiche e gli immaginari sonori saranno simili. Ma ci sono delle canzoni molto belle che mi è dispiaciuto non poter tirar fuori adesso, perciò sono molto curioso di vedere come verranno accolte.

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