Archivi categoria: discovery woman

Tina, the best: le 5 canzoni che hanno segnato la sua carriera

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie e che hanno lasciato un’ impronta indelebile nel mondo della musica. Questo mese è dedicato a Tina Turner, che proprio qualche giorno fa ha compiuto 81 anni. Ripercorriamo le tappe più significative della sua carriera, attraverso le 5 canzoni che l’hanno resa celebre in tutto il mondo.

Una donna che ha fatto della sua vita un capolavoro, ottenendo premi su premi, riconoscimenti mondiali e grandi rivincite personali.

Anna Mae Bullock è il suo vero nome, ma tutti la conoscono come Tina. Una voce soul e rock da paura (che ha mantenuto intatta per oltre 5 decenni), un’ indomabile criniera leonina e tanta tenacia e determinazione: sono questi gli ingredienti che hanno reso Tina Turner l’artista più longeva del rock mondiale. La sua vita è paragonabile a un giro di montagne russe, fatto di salite impervie ma anche di discese a tutta forza. Nel 2018 ha compiuto 60 anni di carriera, celebrata anche con l’uscita di una nuova biografia. Per questo numero di Discovery Woman abbiamo deciso di ripercorrere le tappe più significative della sua lunga carriera, attraverso le 5 canzoni che hanno segnato ogni decennio.

A Fool in Love (1960)

Per la prima volta Little Ann incide un singolo in pieno stile soul insieme a Ike, che diverrà suo marito solo qualche anno dopo. E per la prima volta compare quello che diverrà il suo nome ufficiale, Tina Turner – anche se il brano viene inciso come Ike & Tina Turner. – Con A Fool in Love esplode il successo, Little Ann inizia a diventare celebre e il suo carisma è talmente trascinante che Ike fatica a tenerla a bada.

What’s Love Got to Do with It (1984)

Dopo aver inanellato un successo dopo l’altro ed essere salita in cima alle classifiche statunitensi (sempre affiancata dall’ingombrante presenza di Ike), per Tina inizia la discesa verso il baratro. La crisi culmina nel 1978, quando i due si separano ufficialmente. Tina è libera sentimentalmente e musicalmente, eppure la sua carriera non riesce a ingranare. Deve accontentarsi di qualche serata sporadica nei locali di Las Vegas, e diventa una valletta fissa nel varietà del sabato sera di Rai Uno (all’epoca Rete 1) Luna Park, condotto da Pippo Baudo. Ma nel 1980 viene notata da Roger Davies, il manager di Olivia Newton-John. E la sua carriera riparte alla grande, sia negli Usa che in Europa: la canzone What’s Love Got to Do with It, contenuta nell’ album Private Dancer (1984) diventa la prima e unica numero 1 in classifica negli Stati Uniti, cosa che le fa vincere un Grammy Award. La carriera di Tina riparte con un cambio look che rispecchia in pieno i canoni della donna moderna: audace, sicura di sé e determinata a riprendersi tutto quello che le appartiene.

The Best (1989)

Basta un pizzico di fortuna per diventare famosi. Ma per diventare delle vere e proprie icone immortali serve talento, impegno e passione. Tutto questo Tina ce l’ha, e quando compie 50 anni lo dimostra al mondo intero con The Best, probabilmente il singolo più celebre della Turner. Ha 50 anni ma non li dimostra affatto. E’ più in forma che mai, e anche la sua voce sembra ancora più libera e potente. Con questo brano avviene ufficialmente la consacrazione: Tina Turner è la rocker più famosa al mondo.

GoldenEye (1995)

Negli anni 90 Tina prosegue la sua carriera musicale, affiancandola anche a quella di attrice e scrittrice. Nel 1995 Bono e The Edge (chitarrista degli U2) scrivono per lei GoldenEye, canzone che diverrà la colonna sonora di James Bond. Il singolo scala tutte le classifiche in Europa e negli Usa, al punto che i dj, Dave Morales e Dave Hall, realizzano per lei due versioni remix che riportano il brano in classifica.

When the Heartache is Over (2000)

Dopo due decenni di successi, Tina ha ancora il vento in poppa e diventa l’esempio per tutte le donne mature alla soglia del 2000. La sua carriera è inarrestabile, tanto che nel febbraio del 2000 appare come guest star nella fortunata serie televisiva Ally McBeal . Tina recita insieme al cast nel ruolo di se stessa e lancia uno degli ultimi singoli di successo When the Heartache is Over. Le prime note del brano ricordano chiaramente Believe di Cher: e infatti, il brano è prodotto dallo stesso team, che grazie alla magnetica voce di Tina raggiunge di nuovo le vette più alte della classifica pop e dance mondiale.

Ora, però, tocca a te: quale tra queste canzoni di Tina Turner è la tua preferita?

Se ti è piaciuto questo articolo, lasciaci un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Da concertista classica a rocker di successo: intervista a Micol Arpa Rock

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie del mondo della musica. Questo mese abbiamo intervistato Micol Arpa Rock, artista vulcanica, dalla personalità travolgente.

Da concertista classica a busker, fino a diventare una rocker di successo: lei stessa si definisce un’anomalia nel mondo della musica. Rifiutata dai locali, per alcuni anni Micol suona in strada e diventa la regina di Piazza Navona. Il passaparola e la sua bravura la portano in tv e da quel momento inizia una carriera da rocker con la sua band, da sempre sognata e desiderata.

Tra novembre e dicembre uscirà il suo nuovo album Play, composto da ri-arrangiamenti di brani rock famosi, insieme a canzoni inedite. Un mix di suoni e contaminazioni di genere visibile già in Freestyle, il primo singolo estratto dall’album.

Il 7 dicembre sarà in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma per presentare il nuovo disco. In attesa di vederla esibirsi con la band su uno dei più importanti palchi della capitale, le abbiamo chiesto di raccontarci la sua incredibile storia. Mettetevi comodi: siamo sicure che vi lascerà davvero a bocca aperta!

Sei l’unica musicista al mondo che è riuscita a suonare Stairway to Heaven in chiesa. Come ci sei riuscita? Ho suonato Stairway to Heaven nella cattedrale di Catanzaro e pensa che il parroco non ha mai voluto che ci fossero concerti in chiesa. Prima di me gli avevano proposto Carmen Consoli, ma lui si era rifiutato categoricamente. Quando gli hanno proposto me, come ha sentito che suonavo l’arpa ha accettato subito, ma penso che non conoscesse i brani del mio repertorio. Fatto sta che lui era presente al concerto e la cattedrale era piena: fu davvero un grande successo, ma credimi, avevo tremato prima di suonare lì, perché temevo si alzasse dicendomi che quel brano non andava bene…in ogni caso è andata!

Quando è nata la tua passione per l’arpa? La prima volta che ho visto un’arpa avevo 3 anni. Mia madre mi aveva portato a vedere il balletto de Il lago dei cigni in teatro a Genova, nella mia città, ma io, anziché guardare le ballerine, guardavo l’arpa nella buca dell’orchestra: nella mia mente avevo già deciso di volerla suonare. Ovviamente, essendo molto piccola, nessuno credette a questa cosa, ma ho insistito talmente tanto, che alla fine ho iniziato con il pianoforte a 5 anni, perché ero considerata troppo piccola per l’arpa. Finalmente, a 8 anni, ho iniziato seriamente con lo studio di questo strumento e a 10 mi sono iscritta in conservatorio. Ho concluso gli studi a 18 anni: sono stata l’unica in Italia a diplomarmi così presto, non era mai accaduto prima!

Dopo il diploma hai iniziato subito la tua carriera di concertista classica, ma poi hai abbandonato tutto per intraprendere una carriera da solista. Come sei arrivata a questa decisione? Appena diplomata sono stata subito scelta per suonare nell’Orchestra Giovanile Italiana e nell’ Orchestra Luigi Cherubini, diretta dal maestro Riccardo Muti. Poi sono cresciuta e ho iniziato a lavorare nelle orchestre classiche italiane, ma si trattava di contratti a progetto che non mi garantivano uno stipendio fisso. Inoltre, dai miei 18 ai 27 anni, non è mai stato bandito un concorso per poter entrare come stabile in un’orchestra; però io avevo bisogno di lavorare in maniera fissa con la musica! Per cui mi sono trovata in un momento di smarrimento, perché suonavo a contatto con realtà importanti ma non vedevo di fronte a me un futuro certo. Quindi ero stufa di questa situazione e ho iniziato ad ascoltare quello che coltivavo dentro di me, cioè diventare una solista di musica rock. Sognavo grandi palchi, di avere una band e di avere un pubblico giovane di fronte a me. Ma, soprattutto, sognavo di suonare tante note, cosa che in orchestra non è possibile, perché hai una parte da rispettare insieme agli altri strumenti. Quindi in quel momento ho scelto di diventare una busker, un’artista di strada, e di vivere suonando i miei arrangiamenti.

Come hai avuto l’idea di fare gli arrangiamenti dei brani rock? In realtà ho sempre scritto musica e arrangiato brani miei. Ho iniziato con quello che sentivo in radio, principalmente musica pop. Quando andavo a propormi nei locali di Roma chiedendo di suonare, nessuno mi voleva, quindi ho deciso di esibirmi in strada per farmi conoscere in qualche modo; e da lì c’è stato un grande passaparola, fino a quando sono stata notata da due importanti critici musicali rock. Mi invitarono nella loro trasmissione, ma suonando pop non sapevo bene che cosa proporre. Decisi allora di suonare Firth of Fifth dei Genesis che è stato il mio primo arrangiamento di rock progressive e da quel momento è nata Micol Arpa Rock.

Chi è Micol Arpa Rock? Un casino. Un gran casino! Io mi sento un’esplosione, bisogna stare attenti perché sono un caos, un concentrato di energie pronte a esplodere. Cambio le carte in gioco sempre, evado, è difficile starmi dietro: ho i coriandoli in testa, è tutto un gran carnevale nella mia testa.

“Ho dato un calcio a tutte le regole e sono finalmente diventata me stessa. Bisogna avere il coraggio di essere sempre se stessi e di lottare per inseguire i propri sogni. A chi mi diceva “ma dove vuoi andare andare con quell’arpa?” ho dimostrato di avere il fuoco dentro. Ora faccio quello che ho sempre sognato di fare”

Ricordi la prima volta che hai suonato in strada? Certo, ed è stata una scena rocambolesca! La prima volta che ho suonato in piazza è stato nella piazzetta di San Teodoro, in Sardegna, dove ero in vacanza. Mi ero portata dietro una piccola arpa celtica e una sera, per caso, decido di mettermi a suonare in pubblico. Scelgo questa piccola stradina in pieno centro storico ma all’inizio mi va tutto malissimo. Lì era tutto pieno di bancarelle e di fronte a me ce n’era una di crepes e piadine: la proprietaria mi è letteralmente venuta addosso, urlandomi di andare via. Era arrabbiatissima, perché la gente, anziché fermarsi da lei, preferiva ascoltare me. Ne è nata una lite furibonda, sedata da un vigile che, per farmi esibire, mi ha portato in una stradina poco più su. Ovviamente anche lì si è bloccato tutto, c’era un caos assurdo, perché la gente si fermava ad ascoltare ancora più di prima. Dopo due ore di concerto sono tornata in camera mia, ho contato le monete che avevo racimolato e letto tutti i biglietti e le frasi che mi avevano lasciato le persone: è stato in quel momento che mi è venuta l’idea di trasformare tutto questo in un lavoro.

C’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto? C’è sempre questo momento! Purtroppo io vivo in modo altalenante, quando sono sul palco è tutto perfetto, ma quando non sono sul palco non ho modo di esprimermi e mi butto molto giù. Tante volte penso di mollare tutto, ma poi rinsavisco e dico a me stessa: ma che cavolo dici? Per arrivare fino a qui c’è stata davvero una grande lotta di sopravvivenza, anche nei confronti della società che non accettava che facessi quello che facevo. Sai quante volte mi hanno detto ma perché non vai a lavorare? All’inizio nessuno credeva in questo progetto e ricordo anche i brutti momenti trascorsi quando ho fatto la licenza per esibirmi in strada. Piangevo sempre! Spesso altri artisti non volevano che mi esibissi nelle loro vicinanze e volevano mandarmi via…insomma, non è stato per niente facile. Ma non ho mai mollato.

Due settimane fa Chris Martin ha condiviso una tua esibizione tra gli highlights del suo profilo Instagram. Cosa hai pensato quando lo hai visto? Ma non ci potevo credere! Gli ho scritto subito per ringraziarlo e l’ho invitato il 7 dicembre a vedere il mio concerto all’Auditorium Parco della Musica.

E a proposito di grandi artisti, c’è qualcuno in particolare con il quale ti piacerebbe suonare? Bruce Springsteen! Mi piace volare alto…

Sei l’unica arpista rock in Europa. Sei l’unica musicista che è riuscita a suonare Stairway to Heaven in un luogo sacro. Hai persino inventato un cubo per poter suonare in piedi…cosa dobbiamo aspettarci da te prossimamente? Che diventi l’unica nel mondo! In realtà non esiste un’altra Micol Arpa Rock o, perlomeno, non ne ho la certezza, ma aldilà del fatto se esiste o meno un’altra musicista che fa quello che faccio io, posso dirti che gli arrangiamenti sono soltanto miei, non li ho mai scritti e di conseguenza sono personali. Per cui, aspettiamoci grandi cose, mi sento positiva!

Ti è piaciuta questa intervista? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Buon Compleanno Queen Bey! La carriera di Beyoncé in 10 tappe

In occasione del suo trentanovesimo compleanno, dedichiamo il Discovery Woman di settembre a colei che rappresenta la diva per eccellenza, Beyoncé Knowles. Con la sua voce inconfondibile e potentissima, la tigre di Houston ha lasciato un segno indelebile nella musica e nella cultura pop. Con classe e fierezza si è sempre fatta portavoce, sul palco e giù dal palco, di temi politici e non ha mai avuto paura di esprimere le sue opinioni o il suo dissenso, ispirando intere generazioni. Per questi motivi è universalmente riconosciuta come la regina, Queen Bey. Riassumere la sua carriera non è impresa semplice, ma noi ci abbiamo provato e abbiamo deciso di racchiuderla in dieci tappe, secondo noi, fondamentali.

  1. Le Destiny’s Child, ovvero il gruppo femminile che ha venduto di più in tutta la storia della musica
    Le straordinarie doti canore di Beyoncé emergono già nei primi anni di vita e a soli 8 anni fa parte del gruppo Girl’s Tyme, dalle cui ceneri nasceranno le Destiny’s Child. Le componenti non sempre vanno d’accordo e la formazione cambia diverse volte, ma nonostante ciò il gruppo, nella seconda metà degli anni Novanta, riesce a conquistare il mondo intero. Say my name, Jumpin’ Jumpin’, Independent Women (colonna sonora del film Charlie’s Angels) e Survivor sono solo alcuni dei loro grandi successi. Nel 2001 il progetto viene messo da parte per permettere alle componenti Beyoncé, sua cugina Kelly Rowland e Michelle Williams di avviare una propria carriera solista, per poi essere ripreso nel 2004, anno in cui esce il loro ultimo album Destiny Fulfilled. L’album è seguito da un ultimo, memorabile tour.
  2. Un esordio da record: Crazy in Love
    Il 20 maggio 2003 esce Crazy in Love (interpretata con il futuro marito Jay-Z), il primo singolo estratto da Dangerously in Love, primo album da solista di Beyoncé. Valutare quanto sia stato effettivamente grande l’impatto culturale di questo brano, ripetutamente certificato platino in un gran numero di paesi occidentali, è impossibile. Numerosi critici musicali e riviste hanno collocato Crazy In Love tra i brani più significativi degli anni Duemila, tra cui Rolling Stones. La rivista mette infatti Crazy in Love al terzo posto, aggiungendo che lo squillo di trombe all’inizio del brano non era un’introduzione, bensì un’annunciazione, quella della nuova regina del pop (qui potete trovare la classifica completa).
  3. Listen, to the song here in my heart…
    Come dimenticare la performance da pelle d’oca del brano Listen nel film Dreamgirls? L’amatissimo brano di Beyoncé fa parte della colonna sonora di questo film del 2006, adattamento di un musical omonimo di Broadway risalente al 1981 e incentrato sulla storia del gruppo vocale femminile degli anni sessanta The Supremes (del quale faceva parte Diana Ross). Fanno parte del cast anche Jamie Foxx, Eddie Murphy e Jennifer Hudson. Beyoncé interpreta Deena Jones, personaggio ispirato a Diana Ross. L’interpretazione le valse due nomination ai Golden Globe, una per Migliore Attrice e una per Miglior Canzone Originale (per Listen).
  4. Un album in tempi record: B-Day
    Sono soltanto tre le settimane in cui B-Day è stato pensato, arrangiato e registrato. Le riprese di Dreamgirls sono appena terminate e Beyoncé afferma di non essere mai stata così piena di idee ed energia creativa. Il disco esce il 4 settembre del 2006, giorno del venticinquesimo compleanno di Beyoncé. E’ un successo strepitoso, tant’è che i singoli estratti sono ben 6 (Déjà Vu, Ring the Alarm, Irreplaceable, Beautiful Liar – insieme a Shakira, Get me Bodied e Green Light). Con questo album si consolida l’immagine di Beyoncé come regina del pop, ma anche la coppia Beyoncé & Jay-Z. I due infatti duettano nuovamente nel singolo che fa da traino al disco, Déjà Vu.
  5. Il balletto di Single Ladies
    Tre donne schierate con addosso un body nero, le immagini in bianco e nero, la mano che si muove seguendo il ritmo. Probabilmente si tratta del video musicale più semplice e evocativo allo stesso tempo, sicuramente uno dei più riprodotti, copiati e parodiati di sempre. Single Ladies (Put a Ring on it) è un brano tratto dall’album del 2008 I Am…Sasha Fierce che, neanche a dirlo, è l’ennesimo successo (ricordiamo i singoli If I Were a Boy, Halo e il riuscitissimo duetto con Lady Gaga, Video Phone). Manca ancora un bel po’ alla fine del decennio, ma è già chiaro che è Beyoncé l’artista femminile che nel periodo 2001-2010 ha avuto più brani in top ten ed è rimasta per più settimane alla posizione numero 1 delle classifiche.
  6. Chi manda avanti il mondo? Le ragazze!
    Dopo una pausa durata un anno, Beyoncé torna nell’aprile del 2011 con un brano in cui non le manda affatto a dire e che anticipa l’uscita dell’album 4. Who Run the World? (Girls) è un brano grintoso che celebra la forza delle donne in un modo tutt’altro che scontato. Incredibile la sua performance ai Billboard Music Awards del 2011, quando le fu assegnato il Millenium Award. La performance coinvolse 100 ballerini, un gigantesco schermo interattivo e fuochi d’artificio, roba che quattro luglio, spostati. Who Run the World? (Girls) rappresenta una svolta politica per Beyoncé, che includerà sempre più nel suo modo di fare musica temi come l’emancipazione delle donne e degli afroamericani. Intanto trova anche il tempo di collaborare con la Casa Bianca, in particolare con la first lady Michelle Obama, per diverse iniziative sociali.
  7. L’album a sorpresa e On The Run Tour
    C’é davvero bisogno di sbattersi con la promozione di un album quando ti chiami Beyoncé? A quanto pare no, non c’è bisogno. L’album in questione, intitolato semplicemente Beyoncé, è in effetti molto più di un album. Si tratta di un visual album, composto da 14 brani e 17 clip. Esce la notte tra il 12 e il 13 dicembre 2013 su i-Tunes e, nonostante sia stato pubblicato praticamente ad anno finito, riesce comunque a diventare in meno di venti giorni il decimo album più venduto del 2013, grazie a successi come Drunk in Love, Pretty Hurts, XO e Partition. I brani di questo album saranno al centro di On the Run Tour, lo spettacolare tour da 110 milioni di dollari di incassi che Beyoncé mette in piedi insieme a suo marito Jay-Z.
  8. Formation e l’esibizione al Super Bowl
    Il 6 febbraio 2016 Beyoncé lancia su Tidal un brano intitolato Formation, con il quale si esibisce, il giorno dopo, durante l’Halftime Show del Super Bowl (che vede quell’anno anche la partecipazione di Bruno Mars e dei Coldplay). Formation è stata definita da un giornalista di Rolling Stones come una canzone assolutamente necessaria in tempo di Black Lives Matter. E’ un brano potente che ruota intorno ai temi del black pride, dell’eredità culturale degli afroamericani e del razzismo. L’esibizione al Super Bowl suscita varie polemiche, poiché la coreografia nell’insieme ricorda la rivoluzione afroamericana delle Black Panthers che ha avuto luogo nel corso degli anni Settanta e Ottanta. Formation anticipa l’uscita del monumentale album Lemonade (sul quale scriveremo un articolo più approfondito in occasione del quinto anniversario) e dello spettacolare Formation World Tour.
  9. Homecoming, A film by Beyoncé
    Prendete una performance spettacolare di Beyoncé, ovvero quella di Coachella nel 2018. Prendete tutti i retroscena, dalla progettazione delle coreografie al duro lavoro delle prove. Prendete una Beyoncé, solitamente estremamente riservata, che si mostra umana, fragile e provata dalla fatica mentre prepara lo show (e tra l’altro non si è ancora ripresa del tutto dal parto dei suoi due gemelli, avvenuto solo qualche mese prima). Joe Coscarelli del New York times ha descritto Homecoming come uno sguardo al concerto ‘intimo e approfondito’, come ‘la strada emotiva dal concetto creativo a un movimento culturale’. Il film, ideato e creato in collaborazione con Netflix, ha ricevuto un plauso universale. Se non l’avete visto vi consigliamo di rimediare subito.
  10. La colonna sonora de Il re Leone e Black is King
    Nel luglio del 2019 è uscito il remake de Il re Leone e Beyoncé si è cimentata nel doppiaggio del personaggio di Nala e nell’interpretazione del brano Spirit, parte della colonna sonora del film. I brani che compongono la colonna sonora di questa nuova versione de Il Re Leone sono racchiusi all’interno di The Lion King: The Gift, curato e prodotto da Beyoncé, al quale hanno partecipato anche numerosi artisti africani.
    Il 19 giugno 2020 Beyoncé pubblica Black Parade, un brano con il quale intende commemorare la fine della schiavitù dei neri negli Stati Uniti. La data di uscita del brano non è casuale: il 19 giugno, o Juneteenth, è proprio il giorno in cui si celebra la fine dei soprusi sui neri ed è stata istituita proprio in Texas, dove Beyoncé è nata. Black Parade assume un significato ancora più profondo perché pubblicata poco dopo l’assassinio di George Floyd e nel clima di protesta che ne è derivato. I proventi vengono destinati alle piccole imprese di proprietà di afroamericani. Ma l’attivismo di Beyoncé sulle tematiche del movimento Black Lives Matter non finisce qui. Il 31 luglio scorso è uscito infatti Black is King, che è allo stesso tempo un film e una versione visual dell’album The Lion King: The Gift. Il progetto, interamente ideato e diretto da Beyoncé, è stato acclamato dalla critica per regia, design dei costumi, soggetto e soprattutto per le tematiche culturali trattate.

    Riassumere la carriera di un’artista così attiva su tanti fronti non è semplice, ma abbiamo fatto del nostro meglio. In quale fase e in quali vesti l’hai apprezzata di più? Scrivicelo qua sotto, oppure seguici sui nostri social. Ci trovi su Facebook, Instagram e Twitter.



“Per essere felici” secondo Marina Rei

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle donne della musica. Questo mese abbiamo intervistato Marina Rei: a 25 anni dall’uscita dell’omonimo primo album in italiano, l’artista romana torna con un nuovo importante disco di inediti, a celebrare una lunga carriera e un percorso artistico che l’ha portata ad affermarsi come una delle poche polistrumentiste e autrici del nostro panorama musicale, una performer unica nel suo genere.

A sei anni di distanza da Pareidolia (2014) Marina Rei torna con Per essere felici (et. Perenne), un album di 8 inediti anticipati dal singolo Dimenticarci. Per l’occasione abbiamo intervistato Marina, che durante la lunga e piacevole chiacchierata non ha avuto minimamente paura di mettersi a nudo e di svelare le sue fragilità di donna e di artista, legate soprattutto alla genesi del disco.

E’ per questo che abbiamo deciso di dedicare Discovery Woman di luglio a Marina Rei, una donna determinata e coraggiosa che ha fatto della sua fragilità un punto di forza: potevamo non chiederle la sua ricetta Per essere felici?

Com’è nato quest’album? Nasce dalla mia necessità di rimettermi a scrivere, e di farlo bene. E’ stato un viaggio durato 6 anni, nei quali scrivevo e andavo in giro per i tour. Però poi non ero mai completamente soddisfatta, e quindi riscrivevo ancora… diciamo che è stato partorito dopo tanto, tanto tempo! Ho trovato molti momenti di difficoltà, perché cercavo di capire come fare per scrivere al meglio; e ti assicuro che non è stato facile.

Per essere felici per te è una dichiarazione di intenti o un punto d’arrivo al quale sei approdata? Sicuramente una speranza e un punto di consapevolezza: io non mi sento mai arrivata, anzi a volte sono fin troppo autocritica ed esigente con me stessa. Per essere felici è il punto chiave di questo disco, perché le scelte che si fanno nella vita e quelle che ho fatto durante il mio percorso artistico sono state delle scelte difficili, che mi hanno portato a rinunciare a molte certezze e altrettante comodità, per intraprendere invece un cammino che non sapevo dove mi avrebbe portato. Sapevo che era necessario farlo per me, ma non avevo idea a cosa sarei andata incontro e quali difficoltà avrei dovuto fronteggiare. Ma ciò che mi ha dato la forza di continuare è stata la volontà di essere me stessa fino in fondo.

A quale consapevolezza sei arrivata oggi? Riconosco di essere una persona talentuosa ma questo non basta, perché se fai questo lavoro ti devi sempre confrontare con gli altri: nel momento in cui capisci che l’importante è essere se stessi fino in fondo, allora, forse, puoi dire di essere “felice”, anche se la felicità è qualcosa di molto breve e bisogna faticare tanto per esserlo.

Tra le canzoni di questo album ce n’è una che per te è stata particolarmente difficile scrivere? Lo sono state tutte. Forse quella che è venuta più di getto è stata Dimenticarci, ma le altre sono state tutte più difficili, perché ho cercato davvero di mettermi a nudo e di far emergere quei sentimenti e quei pensieri che spesso e volentieri trascuriamo, per timore di scatenare in noi delle reazioni dolorose.

foto di Simone Cecchetti

L’uscita dell’ album era inizialmente prevista in primavera, ma hai dovuto rimandare tutto a quest’estate. Come hai vissuto il periodo del lockdown? Avevo programmato l’uscita del disco prima del lockdown quindi all’inizio ero disperata, non sapevo bene cosa fare. Poi pian piano è subentrata l’accettazione e infine l’attesa, nella speranza che potesse cambiare presto qualcosa. Avrei potuto aspettare ancora per l’uscita del disco, ma sarebbe stato come lasciare in sospeso un discorso troppo a lungo. Ho preferito, come al solito, l’amore per la musica, anziché l’organizzazione studiata a tavolino. Oggi è ancora tutto molto incerto, ma sono felice di poterlo presentare il 1 agosto a Rosolina Mare (RO) per il premio Amnesty e il 7 settembre alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Nella tua musica hai sempre dato spazio all’universo femminile, e anche in Per essere felici troviamo due ritratti di donne: in Bellissimo, una madre che comprende e affianca; in Comunque tu, una figlia che si distacca da una figura paterna importante, per andare avanti con la propria vita. Quanto di Marina c’è in queste due figure? Tutto direi! Diciamo che il sentimento doloroso del distacco c’è in entrambe le canzoni ma è interpretato da due punti di vista differenti. Alla base, però, c’è sempre questo taglio del cordone ombelicale, un passaggio delicato e doloroso ma che diventa necessario per crescere e andare avanti.

Nei ringraziamenti hai citato Riccardo Sinigallia che hai definito tuo mentore; e in questo nuovo lavoro si avverte la tua volontà di dare spazio alla voce e a un tipo di scrittura più intimo ed essenziale. E’ stato Sinigallia a guidarti verso questa scelta? Riccardo è il mentore di molti, un punto di riferimento del cantautorato italiano molto importante. Lo conosco da più di 25 anni e durante la scrittura del disco mi ha dato molto coraggio nei momenti in cui ero più demoralizzata. Mi ha sempre detto di non mollare e di scrivere quello che volevo dire senza girarci troppo intorno: avere qualcuno che ti da forza, quando ti senti debole, è molto importante e per questo gliene sarò sempre grata.

Ti piacerebbe tornare sul palco del Festival di Sanremo? Certamente! Prima di Sanremo avevo un bagaglio di esperienze in inglese e come vocalist in dischi alternativi. Ma il palco del Festival è stata la mia prima grande esperienza in italiano, un’occasione che non avrei mai immaginato. Ci tornerei con la canzone giusta e Per essere felici, secondo me, era la canzone giusta: quest’ anno avevo tentato di proporla al Festival e purtroppo è stata scartata, ma in ogni caso avevo già progettato l’uscita del disco. Quindi ti dico che andarci “tanto per” non ne vale la pena, ma tornare con la canzone giusta, perché no!

Nel panorama musicale odierno trovi ci sia qualche artista che ti ricorda la Marina del passato? In verità ce n’è più di una e questo mi fa molto piacere! A volte me lo dicono, mi scrivono dicendomi “sembra te”, “sembra che canti tu!”, e in effetti ci sono dei riferimenti chiari. Ma alla fine mi fa piacere, anche se non ti farò nomi!

Hai sperimentato tanti generi e modi di fare musica. Cosa hai in serbo per il futuro? Quale futuro? Il mio futuro è ADESSO, questo disco! Dopodiché se ne parlerà tra altri sei anni! (scoppiamo a ridere entrambe). Devo fare un tour, suonarlo, promuoverlo… insomma IL MIO FUTURO è questo disco!

Quest’anno celebri i 25 anni di carriera. Qual è la lezione più importante che ti ha lasciato la musica? La dedizione alla musica e il duro lavoro ripagano sempre, anche se non come ti aspetti… ma in ogni caso la musica ti ripaga sempre per ciò che fai.

Ti è piaciuta questa intervista? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Nina

Questo mese abbiamo deciso di dedicare Discovery Woman, la nostra rubrica sulle donne che hanno rivoluzionato il mondo attraverso la loro musica, a Nina Simone, una donna che ha utilizzato tutte le sue energie per gridare al mondo che equità significa giustizia. Black lives matter.

Eunice Kathleen Waymon nasce a Tryon, nella Carolina del nord. La bambina è la sesta di otto fratelli afroamericani. La passione per la musica è il motore che muove i suoi primi passi, e quelli delle sorelline. Le bambine ben presto iniziano a cantare in chiesa ogni settimana, si fanno chiamare Waymon Sisters.

Eunice cresce, il suo talento è sempre più evidente. Così, inizia a prendere lezioni di piano. Lezioni che vengono finanziate dalla comunità nera di Tryon, che la sosterrà economicamente anche in un secondo momento, e cioè quando il talento di Nina la condurrà a New York per completare la sua formazione musicale. Suona nei locali, canta mentre si accompagna al pianoforte, ispirandosi alle atmosfere già cantate da Billie Holiday. A New York conosce il jazz, e se ne innamora. A New York nascerà un’artista immortale, il giorno in cui Eunice Kathleen Waymon deciderà di cambiare il suo nome in quello che verrà scolpito nella pietra incrollabile del tempo. Nina Simone.

Perché, Simone? Perché Eunice era una ragazza piena di passione, brillante, acculturata, e decise di crearsi un nome d’arte omaggiando Simone Signoret, attrice e scrittrice francese, che amava alla follia. 

Nel 1958 debutta con il suo primo album, Little Girl Blue, la sua fama cresce. Nel 1960, la voce di Nina Simone è arrivata oltreoceano. I suoi singoli sono dei successi incontrastati nel Regno Unito e non solo: anche in Belgio e Paesi Bassi, Stati non anglofoni, le classifiche vengono dominate da questa ragazza nera di Tryon.

Ma mentre la sua carriera musicale decolla, c’è qualcosa che scatta dentro di lei. Era una bravissima pianista classica. Perché non è riuscita a fare successo come tale?

Il motivo recondito è nello specchio, e adesso diventa visibile più che mai.

Nina Simone è una ragazza americana che sognava di diventare una concertista classica. Ma essere una ragazza americana nera è sigillo di una regola scontata, una regola imprescindibile, una regola per cui il colore della tua pelle arriverà sempre prima di te e in qualche modo ti pregiudicherà.

E Nina se ne accorge. Se ne accorge per il sangue che, ancora negli anni ’60, viene versato, per gli afroamericani che vengono uccisi, per il suo sogno non realizzato appieno. La decisione è inevitabile: la sua musica parlerà per chi non può farlo e domanderà giustizia per un’equità che non c’è.

I testi da lei scritti sono espliciti, invitano alla rappresaglia anti-razzista. In Mississippi Goddamm denuncia il quadruplice omicidio di ragazze morte in un attentato a sfondo razziale. Old Jim Crow esprime tutta la crudeltà di un sistema vivo e vegeto che si millanta superato e che invece si strascicherà ancora per molti anni. L’impegno di Nina Simone diventa il suo obiettivo principale. Si avvicina alle posizioni di Malcolm X, del Black Power. Stringe un’amicizia proficua con l’attivista e drammaturga nera Lorraine Hansberry, scrittrice del romanzo A Raisin in the Sun, romanzo in cui si racconta battaglia legale della famiglia della scrittrice combattuta aspramente contro le leggi di segregazione razziale, a Chicago.

Persona dalla vastissima cultura, Nina Simone decide di reinterpretare anche voci del teatro. Attraverso Pirate Jenny, da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, infatti, Nina dipingerà la protagonista del racconto come una donna che incita alla rivolta contro il sistema razzista.

Constatato lo scarso interesse delle forze speciali americane, FBI e CIA, nel risolvere le problematiche relative alle sperequazioni razziste, Nina decide di lasciare gli Stati Uniti, anche se questo abbandono comporta anche un allontanamento dalle scene per qualche tempo. Vivrà alle Barbados prima, e poi in Liberia, Egitto, Turchia, e persino in Europa. Vivrà infatti anche nei Paesi Bassi e in Svizzera.

Torna a farsi sentire per un breve periodo di tempo, e nel 1978 pubblica l’album Baltimore, con un omaggio ad un brano di Randy Newman, musicista noto per i suoi testi satirici e graffianti, oltre che per le sue colonne sonore (è infatti l’autore della nota colonna sonora che anima la saga disneyana Toy Story –Sì, sto proprio parlando di Hai un amico in me!). Si ritira a vita privata nuovamente fino a quando Chanel, negli anni ’80, utilizza un suo brano come sottofondo per uno spot: My Baby Just Cares For Me. La traccia era ormai vecchia di trent’anni, ma rispolverarla si dimostra una mossa vincente: ecco che Nina Simone ritorna in testa e senza troppo sforzo in cima alle classifiche europee di Gran Bretagna, Paesi Bassi, Svizzera, Austria e Francia. I suoi dischi sono richiesti e ristampati a migliaia.

Nina allora decide di riprende a fare musica, e il nuovo album viene celebrato con un’ode al suo ritorno Nina’s Back, che viene rilasciato nel 1989, seguito quasi immediatamente da Live&Kickin, album di musica dal vivo registrato a San Francisco.

Durante la sua incredibile vita, si è sposata due volte, ha avuto una figlia. È stata vittima di discriminazioni, abusi, ha perso il suo compagno nel 1980, C.C. Dennis, ammazzato da un criminale.

È morta a Carry-le-Rouet, in Francia, nel 2003. L’ha portata via un tumore al seno, dopo una lunga ed estenuante lotta. L’ennesima della sua vita.

Il suo ultimo desiderio era farsi cremare, perché le sue ceneri potessero essere sparse in Africa. La terra da cui i suoi antenati furono strappati, per essere condotti altrove, dove sarebbero stati schiavi, e da schiavi sarebbero passati ad indesiderati, emarginati, segregati.

Nina Simone trascorse tutta la sua vita battendosi perché la giustizia trionfasse. Purtroppo è morta prima che il suo sogno, quello di Martin Luther King, quello di tutti gli altri attivisti neri che combatterono al suo fianco, fosse realizzato.

Il nostro dovere, in quanto amanti della musica, in quanto amanti dell’arte, del bello, è perseguire e combattere ancora per quel sogno, che è il sogno di tutti. Senza giustizia, non c’è libertà.

Le vite dei neri contano. Contavano allora e contano adesso.

E Nina Simone, questo, lo sapeva molto bene.

Ti è piaciuto questo articolo? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Mia Martini, nel ricordo di Mimmo Cavallo

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie e che hanno lasciato un’ impronta indelebile nel mondo della musica. Questo mese è dedicato a Mia Martini: a 25 anni dalla sua scomparsa, oggi ripercorriamo le tappe più significative della sua carriera, grazie anche al ricordo di un suo caro amico, il musicista e cantautore Mimmo Cavallo.

Il primo ricordo che ho di Mia Martini risale all’infanzia. Una Fiat Uno rossa e un’ autoradio con la sua voce, mentre la piccola Monica canta tutte le sue canzoni a memoria. Poi ho anche un ricordo di quel 14 maggio 1995, quando fu data la notizia della sua morte al TG, dopo due giorni dall’avvenimento; sentivo i miei genitori parlarne con dispiacere e percepivo parole come “maldicenza” e “sfortuna” che arrivavano alle mie orecchie di bambina come sussurri. All’epoca non capivo i significati di queste parole, per me contava solo la voce di quella donna che avrei scoperto e amato qualche anno più tardi.

Quella donna era Mimì Bertè, nata l’ultimo giorno d’estate del 1947 a Bagnara Calabra, un piccolo paese di mare sulla costa calabrese. E basterà che voi teniate a mente queste due cose per capire che artista fosse Mimì: una voce temprata dal sale del mare, un’intensità interpretativa paragonabile alla nostalgia che ti assale quando finisce l’estate e la passionalità bruciante di una donna del sud, come il sole di luglio nelle ore più calde del giorno.

Mimì esordisce negli anni 60 come cantante yé-yé. Ma negli anni 70 è l’incontro con il produttore Alberigo Crocetta, fondatore del Piper, a segnare la grande svolta di carriera. Mimì smette gli abiti leggeri da ragazzina pop e diventa una gipsy girl. Crocetta le cambia anche il nome, non più Mimì Bertè ma Mia Martini. Nasce una stella: nel 1971 partecipa al Festival di Musica d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio e ottiene la vittoria sulla PFM con la canzone Padre davvero.

Dalla Woodstock italiana al riconoscimento mondiale il passo è breve. Mia è inarrestabile, vince tantissimi premi e ottiene riconoscimenti anche in Giappone. Duetta con Charles Aznavour e instaura un sodalizio artistico e sentimentale con Ivano Fossati. Sono gli anni in cui Mia è all’apice del successo, ma a un certo punto qualcosa s’inceppa. La sua voce sparisce e nel 1980 subisce due interventi alle corde vocali, che modificheranno per sempre il timbro, diventato più roco e profondo ma più vicino al suo nuovo stile: non più zingaresco ma sobrio e mascolino. Un anno di assenza dalla scena, ma Mimì non si ferma e incide nuove canzoni. La sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1982 avviene in grande stile: con una canzone di Fossati, E non finisce mica il cielo, Mia Martini non vince, ma si aggiudica il Premio della Critica, inventato per lei proprio in quell’ occasione. Ma l’anno successivo decide di ritirarsi definitivamente. Qualcuno nell’ambiente musicale mal tollerava il successo dell’interprete calabrese, e già negli anni 70 aveva alimentato dicerie su presunti eventi negativi, capitati a persone che avevano a che fare con Mia. Le maldicenze erano diventate a tal punto insistenti, da minare la sicurezza ottenuta dai numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Mia inizia a convincersi di portare davvero sfortuna e la sua autostima cade a pezzi: nel mondo dello spettacolo tutti pensano che porti “jella” e si tengono alla larga da lei. Ma qualcuno, invece, le resta accanto: Mimmo Cavallo, musicista e cantautore (nonché autore per Fiorella Mannoia, Zucchero e Loredana Bertè – solo per citarne alcuni) instaura con Mimì un rapporto di amicizia sincero, nel momento in cui tutti le voltano le spalle.

Mimmo, com’è avvenuto il primo incontro con Mia Martini?

Non mi ritengo un fatalista, ma ti racconto alcune belle coincidenze che sono avvenute prima che ci conoscessimo personalmente. Alla radio un giorno ho ascoltato “Padre davvero”, e ne sono rimasto folgorato. Ma ero solo un ragazzo, percepivo l’intensità di quel brano d’autore e la sua carica viscerale, ma non riuscivo a spiegarmi il perché di quel turbamento. Dopo molti anni vado a Roma per incidere il mio primo disco. Un amico mi convince a partecipare a una festa che si rivela una grande delusione. Mi ritrovo circondato da persone anziane, che recitano poesie e mangiano spaghetti in piedi, ma noto una giovane ragazza sui 18 anni che cattura subito la mia attenzione. Mi avvicino a lei e iniziamo a fare conversazione. Scopro che quella ragazza attraente è Olivia, la sorella di Mimì e le chiedo subito il numero di telefono. Ero intenzionato a conquistarla! Passano i giorni e finalmente, quando mi decido a telefonarle, mi accorgo di aver perso il numero…

Una storia d’amore finita ancor prima di cominciare…

Proprio così! Nel 1979 ero in studio per registrare il mio album “Siamo meridionali”. Dall’altra parte del vetro, mentre stavo cantando, vidi entrare una signora con un cagnolino in braccio che si sedette in un angolo ad ascoltarmi. A registrazione finita, chiesi al mio produttore Antonio Goggio -ma chi è quella donna?- La sua risposta mi lasciò di sasso: -E’ Mia Martini- Fu quella l’ occasione in cui finalmente ci presentammo. Ne nacque subito una bella amicizia, oltre all’occasione di lavorare insieme: infatti partecipò a tutti i cori di quel mio primo disco. In due mesi di lavoro, però, ebbi modo di notare che in presenza di Mimì tutti i musicisti si dileguavano con le scuse più varie. In sua assenza, invece, tutti si organizzavano per andare a mangiare insieme durante la pausa pranzo. Era così palese questo comportamento che mi venne spontaneo chiedere a Goggio come mai tutti si comportassero così nei confronti di Mia. Fu in quel momento che scoprì le ignobili dicerie sul suo conto.

Quando il vostro rapporto di amicizia è diventato più profondo, sei riuscito a capire cosa ti attraeva di lei e del suo modo di lavorare?

Quello che mi piaceva di lei lo avevo inizialmente intuito da ragazzo, al primo ascolto in radio di Padre davvero. La sua forza interpretativa era senza pari, ma lavorando al suo fianco ho avuto anche modo di percepire il suo mondo interiore e mi ci sono riconosciuto: lei aveva tutto un mondo magico ed esoterico che appartiene a tutti i figli del sud. Si tratta di un retaggio antico, fatto di “conti”, fiabe e favole, come quelle che ci raccontavano le nostre nonne davanti al camino. Questo mondo agro-arcaico che ci accomunava ci ha subito messi in sintonia. Un giorno mi chiese di fare una canzone sulla luna e io le scrissi un pezzo che spero venga inciso, perché mi hanno detto che esiste un provino che ancora non è venuto alla luce. Lei era davvero un’artista a tutto tondo, era fenomenale, ma i discografici (a torto!) la consideravano una semplice cantante.

Secondo te lei ha sofferto più per il suo sfruttamento commerciale da parte dei discografici o per le malelingue che la tormentavano?

Sicuramente per le malelingue, da quelle non c’è scampo. Lei ha subìto la cosiddetta”jettatura”, le si è incollata addosso quell’etichetta infame di jettatrice e a un certo punto ha iniziato a convincersi davvero che portasse sfortuna. Ha perso tutte le sue sicurezze e si è isolata sempre di più, quando invece aveva bisogno di circondarsi di persone che le volessero bene davvero e la rispettassero come persona. Nonostante tutto, quando è tornata a cantare, Mia lo ha fatto come sempre alla grande. Ricordo che gli ultimi quattro concerti prima della sua morte abbiamo fatto il botto di pubblico. Era in forma, ma le cicatrici che si portava dietro sono venute presto a riscuotere il conto di quegli anni trascorsi in isolamento.

Cosa ricordi dei suoi ultimi giorni?

Ricordo che si sentiva invincibile, ma la realtà era ben diversa. Il mio rimpianto è quello di non averla aiutata durante il trasloco. Pochi giorni prima che morisse, si era trasferita a Cardano del Campo. Nessuno di noi ha pensato di aiutarla con tutti quegli scatoloni. Si sarà sentita persa. E sola. Probabilmente anche solo una telefonata avrebbe potuto fare la differenza. Purtroppo lei non aveva un affetto fisso, mi diceva sempre che aveva bisogno di radici, di sentirsi radicata. Insomma aveva bisogno di sentirsi amata.

Qual è il ricordo più bello che ti viene in mente quando ripensi a lei?

Loredana e Mia a Roma avevano un amico mecenate, proprietario di una casa bellissima. In sua assenza, una sera io e Mia siamo in questa casa pronti per cenare. A un certo punto la sento parlare al telefono di vestiti da sposa e le chiedo chi sia. Mimì mi sussurra: “E’ mia sorella Olivia, si sposa!”. A quel punto le chiedo di passarmela. Il pallino di Olivia mi era sempre rimasto, ma Mia non ne sapeva nulla. “Ma la conosci?” Le dico di si, e la convinco a passarmela. “Pronto, Olivia, ti ricordi di me? Sono Mimmo Cavallo, ci siamo conosciuti a quella festa noiosa, tanti anni fa”. Olivia mi risponde secca: “No. Me ripassi mi’ sorella?” Dopo quella pessima figura Mimì mi ha preso in giro per giorni, e mi ha detto di non ripeterle più la storia della festa. Qualche tempo dopo ci siamo ritrovati tutti a Taranto e dopo le prove siamo andati a mangiare in un ristorante. In quell’ occasione c’era anche Olivia con il marito. Mimì mi mise subito in guardia: “Guai a te se ritiri fuori quella storia dove hai conosciuto mia sorella!”. Ci mettiamo seduti e a un certo punto della serata esordisco con “Senti Olivia, devo dirti una cosa…” Mia stava per interrompermi, ma ho continuato: “Olivia, ma ti ricordi di quella signora bionda che ci ha chiesto ventimila lire per partecipare a quelle serate tra artisti?” Mia, a quel punto, è scoppiata in una risata fragorosa e ha detto: “Ma quella era mia madre!”

Adesso, però, tocca a voi dire la vostra: amate Mia Martini? A quale canzone siete particolarmente affezionati?

Se ti è piaciuto questo articolo, lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Discovery Woman: Patti Smith

Poetessa, cantante, artista impegnata. Ma prima di tutto donna: Patti Smith inaugura la rubrica “Discovery Woman” dedicata alle artiste più rivoluzionarie e rivolta a tutti coloro che hanno bisogno di ispirazione per rivoluzionare se stessi

C’è un momento, nella vita di una donna, nel quale ognuna di noi capisce di essere diventata donna. Diciamo addio alle sicurezze dell’infanzia, addio alle incertezze dell’adolescenza e prendiamo atto che quello sarà il punto di non ritorno. Per Patti Smith quel momento arriva a 19 anni: rimane incinta di un ragazzo più giovane di lei ma è troppo povera e insicura per tenersi la bambina. Decide quindi di darla in adozione, assicurandola alle cure di una famiglia benestante e amorevole. Non la rivedrà mai più. Per la giovane Patti il momento della rinuncia alla maternità sancirà l’impegno di fare della sua vita qualcosa di importante. Con le cicatrici sul ventre e nell’anima sale su un autobus e parte per New York, che negli anni 60 è il centro nevralgico della rivoluzione culturale in America. Patti Smith non ha ancora chiaro che cosa le riserverà il futuro, ma sa cosa vuole: diventerà una poetessa.

Chicago, 30 dicembre 1946. E’ un lunedì notte. La bufera di neve ha paralizzato il quartiere di North Side, ma non Patricia Lee Smith, che viene alla luce proprio in quella notte di tempesta. La ragazzina con i capelli corvino, le mani lunghe e il fisico androgino è considerata poco attraente dal padre, il quale la indirizza agli studi magistrali affinché diventi insegnante, un buon impiego per una ragazza “bruttina” che di certo non si sposerà mai. La madre invece le insegna le preghiere e le legge le poesie di William Blake. A 16 anni le dona La favolosa storia di Diego Rivera. Patti inizia a sognare una vita bohemien come quella di Diego e Frida, ma solo a 20 anni avrà il coraggio di mollare il New Jersey per New York.

Senza soldi, senza casa e senza cibo Patti inizia a lavorare come cameriera in un ristorante italiano di Times Square. Tre ore dopo il suo debutto, rovescia un piatto di vitello al parmigiano sul completo in tweed di un cliente e capisce di non avere futuro in quella professione. I primi tempi dormirà in metro, nei cimiteri, per strada e anche nel bagno del negozio di artigianato etnico dove finalmente lavora come cassiera. E in quel negozio farà la conoscenza di Bob.

«1967: era l’estate in cui morì Coltrane. L’estate di Crystal Ship. I figli dei fiori levavano le braccia vuote e la Cina esplodeva l’atomica. Jimi Hendrix dava fuoco alla sua chitarra a Monterey. La radio AM suonava Ode to Billie Joe. Ci furono rivolte a Newark, Milwaukee e Detroit. Era l’estate di Elvira Madigan, l’estate dell’amore. E in quell’atmosfera mutevole, per nulla accogliente, un incontro casuale cambiò il corso della mia vita. Fu l’estate in cui incontrai Robert Mapplethorpe»
(Patti Smith, Just Kids)

Lui, Robert Mapplethorpe, ancora non sa che diventerà il più famoso fotografo del 900. Lei, Patti Smith, ancora non sa che diventerà la sacerdotessa del rock. Entrambi si innamorano e vanno a vivere insieme in un appartamento scalcinato e dal fitto basso, al 160, Hall Street. Lo arredano con mobili di seconda mano e con decorazioni che Robert crea con le sue mani durante le ore del riposo. Entrambi fanno lavori saltuari, cercano di risparmiare il più possibile e spesso si trovano a dover scegliere tra placare i morsi della fame con un sandwich, oppure spendere i soldi per tele e colori con cui fare arte. Dipingono, creano, si amano. Sono instancabili e sono felici.

– Oh, dai, fai loro una foto, disse la donna, rivolgendosi al marito un po’ perlesso. Sono sicura che siano due artisti. Forse un giorno saranno qualcuno. – Frena il tuo entusiasmo, tesoro. Non sono altro che due ragazzini- replicò il marito scrollando le spalle.

(Patti Smith, Just Kids)

Quei due ragazzini spiantati e senza soldi cambiano continuamente amicizie e abitazione. Scelgono di andare a vivere in una stanza del Chelsea Hotel e si circondano di artisti e intellettuali senza avere chiara la percezione di quello che accade intorno a loro. Sentono che il mondo sta cambiando e che loro sono la voce di quel cambiamento. Robert si dedica alla fotografia, Patti alla poesia e alla musica. L’idea di fare la cantante non l’aveva mai sfiorata, ma il suo bisogno di comunicare e di risvegliare la gente prevale su tutto.

«La mia missione è comunicare, risvegliare la gente, darle la mia energia e ricevere la sua. Ci siamo dentro tutti, e io reagisco emotivamente come lavoratrice, come madre, come artista, come essere umano dotato di voce. Tutti noi abbiamo una voce. Abbiamo la responsabilità di allenarla e di usarla»

(Steven Sebring, Patti Smith: Dream of Life)

Perché dovremmo ispirarci a Patti Smith?

  • Non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni: Patti Smith inizia a fare musica nel 1974, a ventotto anni. Oggi ha 74 anni ma continua a esibirsi (in barba a tutti coloro che dicevano fosse vecchia!) Nel 2007 è entrata a far parte della Rock and Roll Hall of Fame. E’ stata povera, ma è riuscita a farsi strada con le unghie e con i denti.
  • Dalle esperienze più dolorose che la vita ci presenta possiamo solo imparare: la vita della sacerdotessa del rock è stata un susseguirsi di lutti e abbandoni. Ma anche dopo aver annunciato l’abbandono dalle scene, Patti Smith ha ripreso a suonare, dedicandosi a progetti umanitari
  • Non importa la meta, ma il viaggio che intraprendi per arrivare alla meta: la giovane Patti sognava di diventare una poetessa. Tra mille difficoltà è riuscita a realizzare il suo sogno diventando molto di più di una poetessa
  • I commenti sulla sua fisicità non l’hanno mai demotivata: il padre pensava che fosse troppo brutta per sposarsi. Molti critici l’hanno definita un “corvo” per via del suo look. Patti Smith si è sposata comunque, è diventata madre e ha continuato a vestirsi come le pareva. Dopo tutto lei è Patti Smith.
  • People Have the Power: non solo una canzone, ma un inno generazionale e un’ode alla consapevolezza: ognuno di noi può fare la differenza, anche se si tratta di una goccia nell’oceano.

Ti è piaciuto questo articolo? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.