Coming Very Soon: le uscite di Novembre con AC/DC, Smashing Pumpkins e Whitesnake

Lasciamoci alle spalle ottobre e diamo il benvenuto al mese più rock dell’anno! Proprio così: novembre si preannuncia come un mese all’insegna del rock e dell’hard rock, con nuove uscite davvero promettenti e riedizioni di album e concerti dal vivo di alcuni dei più grandi nomi del rock mondiale. Siete pronti? Prendete carta e penna e segnate queste date in agenda!

Iniziamo con un ritorno a sorpresa: il 13 novembre gli AC/DC lanceranno Power Up, il loro diciassettesimo album (già anticipato dal singolo Shot In The Dark). Una buona notizia per chi temeva che, dopo “Rock Or Bust” (2014), il futuro del gruppo fosse ormai arrivato al capolinea.

E a proposito di grandi band: non potevamo non segnalarvi l’uscita della seconda parte della trilogia “Red, White and Blues Trilogy”. Parliamo dei Whitesnake, che il 6 novembre ritornano con Love Songs, la seconda raccolta di successi che mescola le migliori hit del passato, negli anni tra il 1987 e il 2011 (eh si, tra queste c’è anche Is This Love?)

Il 13 novembre vi segnaliamo anche l’uscita di Jewel Box di Elton John, che ritorna con un cofanetto di ben 8 cd contenenti demo, rarità e pezzi editi ma poco conosciuti. Una vera e propria scatola del tesoro, che sarà disponibile anche in versione digitale.

Ora passiamo in rassegna le tantissime riedizioni di album e concerti dal vivo, perché c’è davvero da impazzire! Ecco le uscite più attese di questo novembre:

  • David Bowie, Metrobolist ( aka The Man Who Sold the World) – 6 novembre
  • The Cranberries, No Need to Argue: Expanded Edition – 13 novembre
  • Eric Clapton, Crossroads Guitar Festival 2019 – 20 novembre
  • Pink Floyd, Delicate Sound of Thunder – 20 novembre
  • Dream Theater, Distant Memories. Live in London – 27 novembre

Imperdibile anche la riedizione di Colpa d’Alfredo: eh si, il terzo album del Blasco compie 40 anni! Per celebrare quest’importante anniversario, il 27 novembre sarà finalmente disponibile l’edizione speciale rimasterizzata (che è già in preorder) con un cofanetto deluxe da collezione, in edizione limitata.

Ma non è finita qui. Concludiamo in bellezza con una notizia che aspettavamo da settembre: il 27 novembre sarà finalmente il turno degli Smashing Pumpkins, che ritornano con un nuovo lavoro in studio. Cyr è un doppio album di 20 tracce che Billy Corgan ha definito come “una follia distopica”. E noi, non vediamo l’ora di ascoltarlo e intraprendere questo viaggio musicale insieme a loro!

Queste erano le uscite di novembre, un antidoto contro la noia e l’apatia del mese più lungo dell’anno. Ci sono altri dischi che vi piacerebbe segnalarci? Scriveteci!

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The Zen Circus annuncia l’uscita del nuovo album di inediti

S’intitola “L’ULTIMA CASA ACCOGLIENTE” il nuovo album di inediti di THE ZEN CIRCUS, in uscita il prossimo 13 novembre e da ora disponibile per il preorder e presave. L’album sarà pubblicato in versione CD e LP. Del formato vinile sarà realizzata anche una speciale edizione colorata a tiratura limitata con card autografata in esclusiva per Amazon.

Qui trovi il link al preorder e presave del disco

Unicamente tramite l’acquisto del CD dal sito di Mondadori Store, sarà possibile accedere ad evento esclusivo online e partecipare ad un meet and greet virtuale con la band.

“L’ultima casa accogliente” è stato anticipato dal singolo e video “Appesi alla Luna”, un brano che ha ricevuto da subito l’ottimo riscontro da parte di critica e pubblico ed è entrato direttamente nelle principali playlist digitali.

Il nuovo disco arriva a due anni di distanza dal precedente album di inediti “Il fuoco in una stanza”, un lavoro che ha consacrato The Zen Circus come una delle realtà più apprezzate e seguite del panorama musicale italiano attuale.

Che fine hanno fatto #6 – Sonohra

Temevate che ci fossimo dimenticate del Che fine hanno fatto di ottobre? Ma no! Come al solito non vedevamo l’ora di farvi fare un piccolo viaggio nel tempo. Questa volta vi portiamo nel 2008, ancora una volta sul palco del Festival di Sanremo, per parlarvi di un duo musicale la cui carriera è iniziata proprio sul palco dell’Ariston: stiamo parlando dei Sonohra, ovvero dei due fratelli veronesi Diego e Luca Fainello, vincitori nella categoria giovani con il brano L’Amore. Curiosi di scoprire cos’hanno combinato dopo la vittoria al Festival e cosa fanno oggi? Continuate a leggere!

Luca e Diego crescono a pane e musica, figli di una cantante e nipoti di un violinista che li incoraggiano a intraprendere la carriera musicale. Tra le loro prime avventure (all’epoca si fanno chiamare 2tto) c’è l’incisione della sigla di UFO Baby. Nel 2006 cambiano nome in Domino e si esibiscono dal vivo nei caffè nel Lago di Garda, proponendo sia pezzi originali che cover di canzoni famose. È proprio durante una di queste serate che i due ragazzi incontrano il produttore Roberto Tini che li aiuterà a trovare una casa discografica. A questo punto cambiano di nuovo nome e scelgono quello che li porterà al successo: Sonohra.

I Sonohra sbaragliano la concorrenza al Festival e il loro brano L’Amore domina le classifiche e le programmazioni radiofoniche per mesi. Il testo è di Luca mentre gli arrangiamenti sono di Diego. Il brano debutta al sesto posto tra i download digitali di iTunes, viene proposto in lingua inglese con il titolo Love is Here e persino in spagnolo con il titolo Buscando el Amor. Sull’onda di questo successo i fratelli pubblicano il loro primo album, Liberi da Sempre, in breve tempo disco di platino. Gli altri singoli estratti dal disco sono Love Show e Salvami.

Dopo il Festival comincia un periodo strepitoso per Luca e Diego: vincono il premio per ‘Best New Artist’ ai TRL Awards 2008, vengono nominati agli MTV Europe Music Awards come ‘Best Italian Act’ e ai Kid’s Choice Awards di Nickelodeon nelle categorie ‘Miglior Band’ e ‘Tormentone dell’anno’, vincendo quest’ultimo premio con L’Amore. Il 2009 sarà un anno altrettanto fantastico per i Sonohra: Liberi da Sempre esce infatti in Sudamerica con il titolo Libres e i due fratelli diventano amatissimi in Cile, Argentina, Colombia e Messico, ma non solo. Il disco esce anche in Giappone, dove riceve un’ottima accoglienza. Sempre nel 2009, nel mese di settembre, i Sonohra partono per Londra dove, presso gli storici studi di Abbey Road, registrano il loro secondo album Metà. A dicembre esce Seguimi o Uccidimi, primo singolo estratto dal nuovo disco, e pochi giorni dopo viene annunciata la partecipazione dei Sonohra al Festival di Sanremo 2010 con il brano Baby (vengono però eliminati nel corso della seconda serata). Nello stesso anno interpretano There’s a Place for Us, colonna sonora de Le Cronache di Narnia.

Dopo due anni di silenzio, i Sonohra tornano nel 2012 con un nuovo produttore, Enrico Garnero, e un nuovo album in cui appaiono molto maturati, intitolato La Storia Parte da Qui. Il duo ottiene un discreto successo grazie ai singoli The Sky is Yours e Si Chiama Libertà. Il disco contiene alcune interessanti collaborazioni, tra cui quella con Eugenio Finardi per La Storia Parte da Qui, Enrico Ruggeri in L’Amante di Lady Chat, Secondhand Serenade in Nuda fino all’Eternità e Hevia, famoso musicista spagnolo suonatore di cornamusa, in Si Chiama Libertà. Segue un’altra pausa di due anni e un nuovo album con una nuova etichetta discografica: i Sonohra passano infatti dalla Sony alla Believe Digital, sotto la quale il 22 aprile 2014 esce Il Viaggio, anticipato dall’omonimo singolo scritto da Enrico Ruggeri ed eseguito con i Modena City Ramblers. Il disco viene presentato con una performance a piazza Duomo a Milano, che vede i Sonohra suonare sospesi nell’aria. Dirige la performance l’artista cinese Li Wei, che firma anche la cover dell’album.

Da questo momento in poi la carriera dei fratelli Fainello va avanti un po’ a singhiozzi: nel maggio del 2017 pubblicano il brano Destinazione Mondo e a gennaio 2018 Per Ricominciare. Un nuovo album autoprodotto viene annunciato in più occasioni, ma vede la luce solo nel dicembre 2018: si tratta di L’Ultimo Grande Eroe, disco in cui i Sonhora tentano un approccio meno commerciale e più cantautorale. L’album è dedicato al padre scomparso l’anno precedente ed è stato registrato al Civico6, il loro studio di registrazione dove lavorano non solo alle loro produzioni, ma anche alle collaborazioni con altri artisti.

Ma veniamo al 2020. Luca e Diego hanno dato vita, nel 2019, al Sonohra Project Trio, un progetto che segna il distacco definitivo dal panorama commerciale e che riporta i due fratelli a una dimensione più autentica, dove trovano posto il blues e il folk con cui sono cresciuti. Fa parte del progetto anche un terzo musicista, Alberto Pavesi, che si occupa della sezione ritmica. Il progetto ha visto i tre impegnati in un’intensa attività dal vivo in giro per l’Italia, bruscamente interrotta dalla pandemia. Noi di Smells Like Queen Spirit facciamo gli auguri a Diego e a Luca per questo nuovo progetto a tre e speriamo di poterli rivedere presto esibirsi dal vivo!

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Rising Sounds: MET, tra Roma e Den Haag, un disco da scrivere e un cambio di rotta

Dai parchi olandesi a un cambio di direzione. Da un duo ad una band. Da Utrecht ad un asse Roma-Den Haag. La storia dei MET si dirama tra due Paesi, parte dalla storia di due ragazzi che si conoscono ad Utrecht e adesso si preparano al lancio di un lavoro curato durante i mesi della pandemia. Ecco a voi la nostra intervista ad Alessandro e Marco dei MET.

Alessandro, Marco, le mie interviste iniziano sempre allo stesso modo. E quindi anche a voi chiederò innanzitutto: Come state, ragazzi?

Marco: Vai Alessandro, è il tuo turno! (Ride)

Alessandro: A posto!

Marco: Eh, io pure! Sto bene, grazie! (Ridono entrambi) Dal mio punto di vista, quest’anno l’ho preso in modo più o meno positivo. Ho preso delle decisioni che sono state distrutte, e i miei piani non sono andati come dovevano, ma nonostante tutto mi sono ricreato delle alternative. Ho deciso di ritornare in Italia, perché mi ero trasferito in Olanda per suonare, però poi il Covid ha limitato le mie possibilità, anche di conoscere altri musicisti. Allungare la mia esperienza lì senza poter fare quello che volevo, non aveva più senso. E quindi sono di nuovo qui.

Come vi siete conosciuti?

Alessandro: Al Conservatorio di Utrecht, in Erasmus, seguivamo lo stesso corso di Poliritmia avanzata, in cui eravamo scarsi entrambi. E questa è una cosa divertente perché tuttora, quando scriviamo dei brani, ci troviamo a riprendere quelle cose e ci sembra di essere ancora lì. Ma il nostro progetto non è nato subito. Il progetto è nato un annetto dopo. Marco, dopo essere tornato a Roma dall’Erasmus, è tornato a Den Haag dove abitavo io, per chiedermi delle informazioni generali sulla vita lì e si è creata questa alchimia straordinaria che ci ha portato a questo progetto.

Da cosa nasce il nome “Met”?

Marco: Perché noi ci siamo “Met”! (Ride)

Alessandro: Ci sono diverse interpretazioni, a dire la verità! In olandese, “met” significa “con”. Quindi è anche il simbolo che c’è nella nostra collaborazione. Alessandro met Marco, o Marco met Alessandro. Poi lo prendi in italiano, e può diventare una di quelle sigle che può rimanerti in testa.

Marco: La cosa bella è che però nessuno capisce il nome. La nostra pagina si chiama “Met Den Haag”, quindi, quando lo diciamo in Italia, nessuno lo capisce, e neanche in Olanda c’è stata questa comprensione immediata, perché neppure gli olandesi capivano quello che dicevamo. (Ridono entrambi)

Com’è stato essere artisti italiani di stanza all’estero, come avete percepito la comunicabilità dei vostri messaggi? Voi avete cantato in italiano, nei Paesi Bassi, cominciavate a pensare di tradurre i vostri brani, però il vostro repertorio è per lo più in italiano. Vi siete sentiti capiti?

Alessandro: Questa è la versione mia personale, e penso che in media all’olandese piaccia il suono della lingua italiana. Mi è capitato spesso di parlare con gente che mi ha detto di non essere tanto interessata alle nostre parole, quanto all’atmosfera della canzone. Ma per me è stato lo stesso, quando ascoltavo i pezzi in inglese, e non capivo cosa dicevano i testi, ma mi piaceva l’atmosfera di quei brani. E per quanto riguarda noi ho percepito lo stesso, non mi sono tanto posto il problema della comunicabilità a dire il vero.

Marco: Per me non è stato lo stesso. Io non l’ho vissuta così, la cosa che dice Alessandro la condivido. Quando mi rendevo conto che il mio messaggio non veniva capito, o comunque veniva trascurato, o comunque gli ascoltatori si affidavano solo alle espressioni di Alessandro rispetto alle parole, mi dava l’impressione di comunicare solo attraverso la mimica. Un po’ l’ho sofferta questa cosa. Io difendo molto le parole, perché le parole hanno un significato.

Alessandro: Vorrei aggiungere una cosa. Quando ho iniziato a scrivere sono diventato più consapevole delle parole. Quando il pezzo diventa qualcosa di più personale è quando nasce una frase che mi lega a lui. Il testo dà senso a tutto, a meno che non sia solo strumentale.

Marco: Allora adesso faccio io una domanda ad Alessandro. Come ti senti quando ti dicono che non hanno capito cosa volevi dire nella canzone? Da compositore, non ti dà un po’ fastidio?

Alessandro: Beh, diciamo che però il pezzo non arriverà comunque nella sua totalità. Per esempio, ci sono state delle scelte compositive che all’ascoltatore medio non arriveranno. Ogni persona in base al proprio bagaglio e cultura percepirà una parte di quello che abbiamo fatto. Però quello che a me importa è trasmettere qualcosa dal punto di vista emotivo. L’impatto emotivo è quello che rimane.

Qual è l’accoglienza che il pubblico vi ha riservato, quando vi siete esibiti?

Marco: Dare una risposta a questa domanda sarebbe un po’ precoce. È vero, abbiamo suonato nei parchi olandesi, e abbiamo cercato di diffondere la nostra musica ma è stato più uno studio per noi, per controllare le reazioni delle persone, e lavorare sul nostro progetto. Le persone che sono venute si sono divertite. Abbiamo cercato di coinvolgere quante più persone possibile.

Come nasce un vostro pezzo?

Alessandro: La parola d’ordine è discordanza. Io e Marco ogni tanto non siamo d’accordo su qualcosa, la vediamo in maniera diversa, ma una cosa che abbiamo in comune è che siamo sempre disposti ad ascoltare l’altro e metterci in discussione. Abbiamo fatto confluire le nostre energie discordanti in risultati positivi. In me e Marco vedo proprio queste energie che si scontrano ma sono sempre in movimento, e hanno una grandissima forza creatrice.

Marco: Beh, la discordanza è un po’ un’antitesi del nome del nostro gruppo, e funziona molto. “Con”, sono cose che contrastano e convergono.

Alessandro: Abbiamo lavorato spesso individualmente, ed è capitato che uno dei due iniziasse con un’idea poi sviluppata dall’altro. Abbiamo scritto con idee dell’uno fluite nell’idea dell’altro. È per questo che alcuni pezzi hanno degli sviluppi inaspettati, perché vanno a mettere insieme idee diverse. È una cosa molto positiva, che rende l’ascolto più inaspettato.

Avete mai suonato in Italia?

Marco: Abbiamo registrato l’album in Italia, e speriamo presto di poter suonare anche in concerti nostri. Stiamo aspettando che la situazione si allenti un po’.

Alessandro: io spero davvero di poter fare presto delle serate in Italia.

A quali artisti vi ispirate, in particolare?

Alessandro: la musica ascoltata nel passato influenza sempre. Si ascoltano talmente tante cose che una risposta secca sarebbe difficile. Nel panorama italiano ho scoperto nel tempo Daniele Silvestri, o anche Caparezza. Conoscevo solo le loro hit all’inizio, però poi approfondendo l’ascolto ho trovato altri brani che mi hanno permesso di apprezzare anche la loro evoluzione come artisti.

Marco: Io non ho proprio una risposta per questa domanda. Mi sento un po’ in imbarazzo, perché di solito quando ascolto musica cerco sempre di studiarci sopra, trovare nuove idee, analizzare. Prendo ispirazione da più artisti, più gruppi.

Stati d’animo è il vostro ultimo lavoro. Ci raccontate un po’ com’è nata l’idea?

Alessandro: Nel corso dei primi tre-quattro pezzi, Marco ha avuto l’illuminazione. Ha detto: sembra che stiamo descrivendo diversi stati d’animo. Cosa che al momento io non avevo realizzato. Per me ogni pezzo era un pezzo nuovo, senza pensare ad un filo conduttore.

Marco: Stati d’animo, cosa significa? Beh, bisogna vederlo anche in modo simbolico. Il filo conduttore che porta da un’emozione all’altra è il cambio di stato. In qualche modo, poteva anche trasmettere la nostra storia, di immigrati che avevano cambiato Stato. La posizione geografica, il cambio di latitudine diventa in modo figurativo un mezzo per parlare delle emozioni umane. Dalla rabbia ci si può trasferire in altre emozioni, come la tristezza, la nostalgia, e questo si può fare. Questo è quello che abbiamo provato a fare.

“Stati D’animo” infatti, è il titolo dell’album di 8 tracce sul quale abbiamo lavorato.

Poi è successo qualcosa, durante questi mesi. Mentre eravamo lì a comporre i brani, abbiamo iniziato a pensare concretamente ad una formazione diversa. Abbiamo sempre voluto avere una band, ma per questioni pratiche abbiamo deciso all’inizio di restare un duo. Poi però nel mese di agosto abbiamo deciso di ritrovarci in uno studio di registrazione romano Undercurrent Recording Studio, al fianco di Daniele Carbonelli, bassista e fonico, e Pierluigi Picchi, batterista, per tutti quei brani che avevano una matrice rock ed erano destinati ad essere suonati da un gruppo di musicisti fatti di note ed ossa.

Scivoliamo sul viale dei ricordi. Qual è il vostro ricordo più bello legato alla musica?

Alessandro: Riformulo leggermente la domanda e condivido il primo ricordo che mi è venuto in mente. E non so se è il più bello, ma è il primo che mi è venuto in mente. C’è stata una gara di karaoke che ho fatto quando avevo 18 anni e ho cantato Time is running out dei Muse. Quando ho finito il pezzo ho avuto questo grandissimo applauso del pubblico che è stato anche il mio primo applauso. L’energia del pezzo, l’adrenalina di cantarlo, quell’applauso alla fine mi hanno dato un’emozione che quella notte non mi ha lasciato dormire.

Marco: Potrei condividere anch’io il primo ricordo che ho della musica, perché è stata un’emozione che mi ha colpito parecchio. Mi ricordo che quando avevo più o meno cinque anni ho passato qualche pomeriggio a suonare pianoforte a casa di una mia zia. E suonavo note random. Ero un bambino che si annoiava, non sapevo cosa fare, e iniziai a suonare delle note che mi colpivano. Ogni tasto premuto dal mio dito aveva un impatto molto forte. Le note erano connesse alle mie emozioni. E mi ricordo che riuscivo a riconoscere quello che stavo suonando, cercavo di imitare la pubblicità della Barilla. (Ridiamo) Per anni non ho suonato, ho ripreso molto tempo dopo, e quando ho ripreso in mano la chitarra ho ritrovato quella connessione con le note.

Invece se doveste scegliere il ricordo più brutto, o più triste, quale sarebbe?

Marco: Io ho un ricordo bruttissimo, uno dei ricordi più brutti che ho. Una volta ero a lezione, dovevo fare un concerto con una big band, e dovevo dividere trenta pezzi con un altro chitarrista. Avevo studiato solo i miei pezzi. Studiai tutta la settimana, non dormii nemmeno. E quando arrivai a quella lezione, l’altro chitarrista non venne. E io mi ritrovai con tutti i pezzi da fare, ma non ero preparato, mi vergognavo tantissimo! L’insegnante si incazzò con me, fu uno dei giorni più brutti della mia vita da musicista. Però a parte quello, non mi lamento! (Ride)

Alessandro: mi viene in mente una cosa simile. Una mia amica mi disse che un gruppo di salsa cercava un pianista. E così mi sono ritrovato lì con le parti, che non avevo studiato, e sentivo le loro aspettative su di me che non riuscivo a sostenere perché non conoscevo i pezzi. Però poi ho imparato tutti i pezzi, e dopo un po’ sono andato abbastanza bene. Loro hanno aspettato che imparassi tutto il repertorio, senza pressioni. È una storia a lieto fine!

C’è qualcosa che rifareste assolutamente del vostro percorso?

Alessandro: Credo che tornerei al centro musicale di Mogol in Umbria. È stata un’esperienza positiva, di confronto con altri musicisti. La prima volta lo feci nel 2012, avevo vinto una borsa di studio mentre ero al conservatorio. Ci sono ritornato l’anno scorso e stavo pensando di tornarci anche l’anno prossimo, è stata un’esperienza davvero positiva e formativa.

Marco: Io sceglierei ancora la musica, seguirei la mia intuizione e rifarei il conservatorio. Senza cambiare idea.

E qualcosa che invece non rifareste per nulla al mondo?

Alessandro: Forse gli ultimi esami al conservatorio. Però non posso davvero rispondere a questa domanda. Perché seppure quegli ultimi esami sono stati un mezzo insuccesso, lì ho conosciuto Marco, e da lì ora ci ritroviamo a suonare insieme per questo progetto. Gli errori ti insegnano sempre qualcosa.

Marco: Ce l’ho un rimpianto, ma c’entra relativamente con la musica. Non manderei in giro i curriculum con un indirizzo olandese, perché poi sono ritornato in Italia e adesso tutte le domande sono incasinate!

Ci salutiamo promettendoci prima o poi un incontro dal vivo e non mediato da Skype, e dai soliti problemi tecnici, immancabili, sempre in agguato in questa nuova epoca delle interviste-covid. Saluto Marco che si trova tra le strade di Roma, Alessandro che è a Den Haag, e presto speriamo davvero di poterli ascoltare tra il pubblico di un loro nuovo concerto.

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Da concertista classica a rocker di successo: intervista a Micol Arpa Rock

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie del mondo della musica. Questo mese abbiamo intervistato Micol Arpa Rock, artista vulcanica, dalla personalità travolgente.

Da concertista classica a busker, fino a diventare una rocker di successo: lei stessa si definisce un’anomalia nel mondo della musica. Rifiutata dai locali, per alcuni anni Micol suona in strada e diventa la regina di Piazza Navona. Il passaparola e la sua bravura la portano in tv e da quel momento inizia una carriera da rocker con la sua band, da sempre sognata e desiderata.

Tra novembre e dicembre uscirà il suo nuovo album Play, composto da ri-arrangiamenti di brani rock famosi, insieme a canzoni inedite. Un mix di suoni e contaminazioni di genere visibile già in Freestyle, il primo singolo estratto dall’album.

Il 7 dicembre sarà in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma per presentare il nuovo disco. In attesa di vederla esibirsi con la band su uno dei più importanti palchi della capitale, le abbiamo chiesto di raccontarci la sua incredibile storia. Mettetevi comodi: siamo sicure che vi lascerà davvero a bocca aperta!

Sei l’unica musicista al mondo che è riuscita a suonare Stairway to Heaven in chiesa. Come ci sei riuscita? Ho suonato Stairway to Heaven nella cattedrale di Catanzaro e pensa che il parroco non ha mai voluto che ci fossero concerti in chiesa. Prima di me gli avevano proposto Carmen Consoli, ma lui si era rifiutato categoricamente. Quando gli hanno proposto me, come ha sentito che suonavo l’arpa ha accettato subito, ma penso che non conoscesse i brani del mio repertorio. Fatto sta che lui era presente al concerto e la cattedrale era piena: fu davvero un grande successo, ma credimi, avevo tremato prima di suonare lì, perché temevo si alzasse dicendomi che quel brano non andava bene…in ogni caso è andata!

Quando è nata la tua passione per l’arpa? La prima volta che ho visto un’arpa avevo 3 anni. Mia madre mi aveva portato a vedere il balletto de Il lago dei cigni in teatro a Genova, nella mia città, ma io, anziché guardare le ballerine, guardavo l’arpa nella buca dell’orchestra: nella mia mente avevo già deciso di volerla suonare. Ovviamente, essendo molto piccola, nessuno credette a questa cosa, ma ho insistito talmente tanto, che alla fine ho iniziato con il pianoforte a 5 anni, perché ero considerata troppo piccola per l’arpa. Finalmente, a 8 anni, ho iniziato seriamente con lo studio di questo strumento e a 10 mi sono iscritta in conservatorio. Ho concluso gli studi a 18 anni: sono stata l’unica in Italia a diplomarmi così presto, non era mai accaduto prima!

Dopo il diploma hai iniziato subito la tua carriera di concertista classica, ma poi hai abbandonato tutto per intraprendere una carriera da solista. Come sei arrivata a questa decisione? Appena diplomata sono stata subito scelta per suonare nell’Orchestra Giovanile Italiana e nell’ Orchestra Luigi Cherubini, diretta dal maestro Riccardo Muti. Poi sono cresciuta e ho iniziato a lavorare nelle orchestre classiche italiane, ma si trattava di contratti a progetto che non mi garantivano uno stipendio fisso. Inoltre, dai miei 18 ai 27 anni, non è mai stato bandito un concorso per poter entrare come stabile in un’orchestra; però io avevo bisogno di lavorare in maniera fissa con la musica! Per cui mi sono trovata in un momento di smarrimento, perché suonavo a contatto con realtà importanti ma non vedevo di fronte a me un futuro certo. Quindi ero stufa di questa situazione e ho iniziato ad ascoltare quello che coltivavo dentro di me, cioè diventare una solista di musica rock. Sognavo grandi palchi, di avere una band e di avere un pubblico giovane di fronte a me. Ma, soprattutto, sognavo di suonare tante note, cosa che in orchestra non è possibile, perché hai una parte da rispettare insieme agli altri strumenti. Quindi in quel momento ho scelto di diventare una busker, un’artista di strada, e di vivere suonando i miei arrangiamenti.

Come hai avuto l’idea di fare gli arrangiamenti dei brani rock? In realtà ho sempre scritto musica e arrangiato brani miei. Ho iniziato con quello che sentivo in radio, principalmente musica pop. Quando andavo a propormi nei locali di Roma chiedendo di suonare, nessuno mi voleva, quindi ho deciso di esibirmi in strada per farmi conoscere in qualche modo; e da lì c’è stato un grande passaparola, fino a quando sono stata notata da due importanti critici musicali rock. Mi invitarono nella loro trasmissione, ma suonando pop non sapevo bene che cosa proporre. Decisi allora di suonare Firth of Fifth dei Genesis che è stato il mio primo arrangiamento di rock progressive e da quel momento è nata Micol Arpa Rock.

Chi è Micol Arpa Rock? Un casino. Un gran casino! Io mi sento un’esplosione, bisogna stare attenti perché sono un caos, un concentrato di energie pronte a esplodere. Cambio le carte in gioco sempre, evado, è difficile starmi dietro: ho i coriandoli in testa, è tutto un gran carnevale nella mia testa.

“Ho dato un calcio a tutte le regole e sono finalmente diventata me stessa. Bisogna avere il coraggio di essere sempre se stessi e di lottare per inseguire i propri sogni. A chi mi diceva “ma dove vuoi andare andare con quell’arpa?” ho dimostrato di avere il fuoco dentro. Ora faccio quello che ho sempre sognato di fare”

Ricordi la prima volta che hai suonato in strada? Certo, ed è stata una scena rocambolesca! La prima volta che ho suonato in piazza è stato nella piazzetta di San Teodoro, in Sardegna, dove ero in vacanza. Mi ero portata dietro una piccola arpa celtica e una sera, per caso, decido di mettermi a suonare in pubblico. Scelgo questa piccola stradina in pieno centro storico ma all’inizio mi va tutto malissimo. Lì era tutto pieno di bancarelle e di fronte a me ce n’era una di crepes e piadine: la proprietaria mi è letteralmente venuta addosso, urlandomi di andare via. Era arrabbiatissima, perché la gente, anziché fermarsi da lei, preferiva ascoltare me. Ne è nata una lite furibonda, sedata da un vigile che, per farmi esibire, mi ha portato in una stradina poco più su. Ovviamente anche lì si è bloccato tutto, c’era un caos assurdo, perché la gente si fermava ad ascoltare ancora più di prima. Dopo due ore di concerto sono tornata in camera mia, ho contato le monete che avevo racimolato e letto tutti i biglietti e le frasi che mi avevano lasciato le persone: è stato in quel momento che mi è venuta l’idea di trasformare tutto questo in un lavoro.

C’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto? C’è sempre questo momento! Purtroppo io vivo in modo altalenante, quando sono sul palco è tutto perfetto, ma quando non sono sul palco non ho modo di esprimermi e mi butto molto giù. Tante volte penso di mollare tutto, ma poi rinsavisco e dico a me stessa: ma che cavolo dici? Per arrivare fino a qui c’è stata davvero una grande lotta di sopravvivenza, anche nei confronti della società che non accettava che facessi quello che facevo. Sai quante volte mi hanno detto ma perché non vai a lavorare? All’inizio nessuno credeva in questo progetto e ricordo anche i brutti momenti trascorsi quando ho fatto la licenza per esibirmi in strada. Piangevo sempre! Spesso altri artisti non volevano che mi esibissi nelle loro vicinanze e volevano mandarmi via…insomma, non è stato per niente facile. Ma non ho mai mollato.

Due settimane fa Chris Martin ha condiviso una tua esibizione tra gli highlights del suo profilo Instagram. Cosa hai pensato quando lo hai visto? Ma non ci potevo credere! Gli ho scritto subito per ringraziarlo e l’ho invitato il 7 dicembre a vedere il mio concerto all’Auditorium Parco della Musica.

E a proposito di grandi artisti, c’è qualcuno in particolare con il quale ti piacerebbe suonare? Bruce Springsteen! Mi piace volare alto…

Sei l’unica arpista rock in Europa. Sei l’unica musicista che è riuscita a suonare Stairway to Heaven in un luogo sacro. Hai persino inventato un cubo per poter suonare in piedi…cosa dobbiamo aspettarci da te prossimamente? Che diventi l’unica nel mondo! In realtà non esiste un’altra Micol Arpa Rock o, perlomeno, non ne ho la certezza, ma aldilà del fatto se esiste o meno un’altra musicista che fa quello che faccio io, posso dirti che gli arrangiamenti sono soltanto miei, non li ho mai scritti e di conseguenza sono personali. Per cui, aspettiamoci grandi cose, mi sento positiva!

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“Folle volo”: concept musicale dai toni epici

Il progetto prende vita da un collettivo musicale e ripercorre le vicende dei personaggi più significativi dell’Odissea, indagandone i sentimenti in chiave umana e contemporanea

Da Omero a Itaca, passando per Dante. Ecco il progetto discografico Folle Volo, pubblicato da Isola Tobia Label e disponibile sul sito web dell’etichetta oltre che nei principali digital stores. L’uscita è accompagnata dal videoclip del brano Kalypso, realizzato con le illustrazioni dell’artista Lemeh42.

Folk opera un po’ rock, punteggiata da elettronica, influenze jazz e blues, l’album ci trasporta con le sue note negli animi dei personaggi più significativi dell’Odissea, visti in una chiave del tutto inedita e molto lontana da come siamo stati abituati a vederli fra le pagine del poema omerico.

L’idea nasce da un collettivo musicale di varia che prende il nome di Folle Volo, fondato circa 8 anni fa dal chitarrista Victor Mazzetta, dal cantautore Danilo Di Giampaolo e dal batterista Eddi Bordi, con la successiva collaborazione, fra gli altri, della cantante Paola Ceroli e del chitarrista Stefano di Matteo. La band include musicisti di varia estrazione (classica, jazz, popular music), ciascuno con esperienze e ispirazioni artistiche differenti che, dopo un lungo percorso di elaborazione e confronto, sono confluite nel progetto discografico del quale condividono il nome, ispirato alle parole fatte pronunciare da Dante a Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno della Commedia:

«e volta nostra poppa nel mattino / de’ remi facemmo ali al folle volo».

Una scelta non casuale, poiché le figure del mito greco vengono letteralmente rovesciate e stravolte nel loro punto di vista. E se Penelope si trasforma quasi in una femme fatale che si lascia tentare dalle lusinghe dei Proci, arrivando perfino a innamorarsi di Anfinomo, Ulisse affianca alla sua proverbiale astuzia le doti di seduttore appassionato. Anche Antinoo, il Ciclope, Kalypso, le Sirene, Nausicaa mostrano il loro lato umano, confrontandosi con le debolezze e le fragilità del proprio essere. Circe invece, servendosi di ammalianti parole accompagnate da atmosfere musicali caraibiche e studiate allitterazioni, invita a godersi i piaceri della vita.

Il senso di questo viaggio epico assume quindi contorni nuovi, ai quali viene dato particolare risalto attraverso la scelta di suoni musicali e lessicali che contribuiscono a creare pathos durante l’ascolto dei 12 brani della tracklist.

Quando questo progetto è nato, ormai circa otto anni fa – raccontano i Folle Volo – si trattava solo di una comunità di musicisti, cresciuti in ambienti musicali lontani e diversi che cercavano un modo per poter tradurre in note una forte amicizia personale e una fortissima sintonia di intenti e visioni della realtà artistica che li circondava. Senza un vero e proprio obiettivo e senza un canovaccio da seguire, per mesi, ci siamo limitati ad incontrarci per parlare di musica, strumenti alla mano. Nel tempo, questi incontri sono diventati più frequenti e da semplici riunioni di amici, si sono trasformati in un vero e proprio laboratorio musicale. Quando tutto il materiale musicale ha finalmente iniziato a prendere forma – proseguono poi – abbiamo cercato storie e figure che potessero contenere idee così lontane e così vaste. Ecco quindi che la nostra scelta è ricaduta sull’Odissea. E se inizialmente ci è sembrato di indossare panni più grandi dei nostri, come quando da bambini si gioca a fare gli adulti con le scarpe dei genitori, ci siamo invece poi accorti che dietro alla grandezza dei miti classici, non si nascondeva altro che il tentativo di spiegare e raccontare delle semplici storie di uomini e di donne. In breve tempo, alla stessa maniera di chi osserva la superficie di uno stagno torbido schiarirsi dopo la pioggia, abbiamo rivisto nelle storie di eroi ed eroine antiche, le nostre storie e le storie degli uomini che ci circondano, ritrovando in loro le stesse piccolezze, meschinità, gelosie, tradimenti e delusioni di tutti i giorni. Ci siamo allora permessi di ‘cucire’ le nostre storie addosso agli eroi omerici. Perché in realtà siamo convinti – concludono infine – che gli uomini e le storie che li riguardano, di questo o di altri tempi, di queste e di altre terre, siano sempre uguali. Nella loro sorprendete unicità”.

SKY Arte presenta “Indie Jungle”

In onda dal 17 ottobre alle 20.30 un viaggio nella musica indie italiana con 12 concerti dal vivo

Gli autori della musica indie italiana si raccontano attraverso speciali interviste e si esibiscono in esclusive session musicali per Sky Arte. La musica dal vivo ha un nuovo approdo: INDIE JUNGLE, il nuovo programma di approfondimento musicale, che propone 12 puntate monografiche per altrettanti concerti. Esclusive serate alla scoperta delle sonorità e delle storie degli artisti coinvolti, attraverso un accurato racconto che rende questi live anche dei veri e propri mini documentari.

In onda su Sky Arte da sabato 17 ottobre alle ore 20.30, sarà disponibile anche on demand e in streaming su NOW TV. La puntata integrale sarà inoltre visibile in streaming sul video portale di Sky, per tutta la settimana successiva alla messa in onda.

INDIE JUNGLE è un format dedicato al mondo dei live e propone sullo schermo l’esperienza di un intero concerto dal vivo. In questo momento storico, in assenza di eventi live, infatti, il programma è stato concepito come un momento di condivisione a distanza. Una nuova occasione per artisti e spettatori per vivere la musica. Uno spazio in cui nomi della scena italiana realizzano una speciale performance dedicata al pubblico, che purtroppo non potrà godere dei concerti dal vivo per diverso tempo ancora.

Frah Quintale sarà il protagonista della prima puntata, in onda il 17 ottobre su Sky Arte

Protagonisti di INDIE JUNGLE saranno: Frah Quintale, Fulminacci, Calibro 35, Coma Cose, La Rappresentante di Lista, Gazzelle, Ghemon, Eugenio in via di Gioia, Colapesce e Dimartino, Selton, Lucio Corsi, Lucio Leoni. Straordinarie voci che rappresentano, per qualità ed eterogeneità, un importante spaccato della musica attuale.

INDIE JUNGLE è un programma ideato e scritto da Massimiliano De Carolis e Fabio Luzietti, prodotto da ERMA PICTURES in collaborazione con Sky Arte, ATCL e Spazio Rossellini. È in onda dal 17 ottobre su Sky Arte (canale 120 e 400 di Sky) e sarà disponibile on demand e in streaming su NOW TV. Visibile anche sul video portale di Sky.

5 biografie musicali imperdibili

“Leggete tante biografie. Una sola non è sufficiente. Per non inguaiarsi bisogna beccare la biografia giusta. Solo che non puoi mica sapere prima qual è quella che fa al caso tuo. È per questo che bisogna leggerne tante. Leggetene e regalatene agli amici, potreste fargli un grosso favore” Gianni Minà

La letteratura e la musica viaggiano a braccetto: noi ragazze di Smells Like Queen Spirit siamo delle accanite lettrici, nonché divoratrici di buona musica. Quindi, cosa c’è di meglio di una biografia musicale? L’autunno è il periodo ideale per leggere un buon libro durante i tuoi pomeriggi di relax. Eppure, trovare un libro che faccia proprio per te, non è mica un’impresa facile! Ecco perché abbiamo deciso di consigliarti ben 5 biografie musicali imperdibili:

1. Just Kids, Patti Smith, 2010

Just Kids è il libro di memorie di Patti Smith, nel quale l’artista racconta in prima persona tutte le vicende legate alla sua tormentata relazione con il fotografo Robert Mapplethorpe, scomparso prematuramente nel 1989 (ne abbiamo parlato anche nel primo appuntamento di Discovery Woman che puoi leggere qui). Ma Just Kids non è solo un’autobiografia: è il racconto di un’epoca di rivoluzioni sociali e culturali che avrebbero condizionato profondamente gli anni a venire. E’ il racconto di una New York colorata e decadente, di fine anni 60, dove un incontro fortuito avrebbe segnato in maniera indelebile il destino di due ragazzi, poco più che ventenni, che resteranno per sempre “solo ragazzi”.

2. Bowie. La biografia: 1947-2016, Wendy Leigh, 2017

Ambiguo, sensuale, geniale. Tra confessioni, aneddoti e rivelazioni, tutta la verità sull’enigma David Bowie. Questa biografia, l’unica aggiornata agli avvenimenti più recenti, contiene un inserto con le foto personali del Duca Bianco. L’autrice ha raccolto 75 interviste con amici e persone vicine a Bowie, rivelando le sue caleidoscopiche avventure sentimentali, gli eccessi e le amicizie – a volte vere, a volte controverse- con gli altri musicisti, come Lennon e Jagger. Questo libro è un vero ritratto pubblico e privato di un artista camaleontico, che ha rivoluzionato non solo la musica, ma anche la moda e l’idea di identità sessuale.

3. Born to run, Bruce Springsteen, 2016

La stesura, durata 7 anni, dimostra quanto sia stato difficile per il Boss mettersi a nudo e svelare dettagli personali della sua vita privata, messa nero su bianco e a disposizione di chiunque. Eppure Bruce riesce perfettamente nel suo intento: dalle pagine trasudano esperienza, sentimento, dolore, privazioni ma anche successo e gioie, dimostrando che, solo con una forte dedizione e volontà, è possibile raggiungere qualsiasi obiettivo.

4. My Love Story. L’autobiografia, Tina Turner, 2018

Tina Turner si racconta in maniera onesta e sincera, lasciandosi andare a una riflessione profonda sul senso della vita. In My Love Story Tina mette a nudo le sue fragilità di donna e di artista, rivelando sia i momenti più esaltanti della sua carriera, sia la caduta nel baratro della depressione, a causa di un marito manipolatore e violento. Una lettura intensa e fortemente motivante, dal quale emerge l’immagine di una grande donna, una rockstar che ha saputo sempre rialzarsi e reinventarsi, nonostante tutto. (Parleremo nuovamente di Tina Turner in Discovery Woman di novembre!)

5. Clapton. Autobiografia, Eric Clapton, 2007

Autobiografia di una leggenda del rock, una vita sotto i riflettori che somiglia a un giro di montagne russe. Quella di Eric Clapton è la storia di un sopravvissuto, segnata da successi intramontabili, eccessi e tragici lutti, come la scomparsa del figlio Conor avuto da Lory Del Santo. Ma è anche una storia di amicizia e passione, come quella con George Harrison, interrotta in seguito al matrimonio burrascoso con Pattie Boyd, la prima moglie di Harrison (musa di “Layla”).  Una lettura entusiasmante dove Clapton svela se stesso, senza filtri né pudori. Una lettura che è un farmaco per l’anima.

Vuoi suggerirci altre biografie interessanti? Lasciaci un commento!

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Coming very soon: le uscite di ottobre con Bruce Springsteen, Travis e tante riedizioni speciali

Come di consueto ci congediamo dal mese che sta per terminare e diamo il benvenuto a quello nuovo con Coming Very Soon, la nostra rubrica con il meglio delle nuove uscite musicali. Ottobre sarà un mese ricchissimo di nuovi album, grandi ritorni e riedizioni speciali. Pronti a scoprire cosa ci aspetta?

Il nuovo album dei Bon Jovi, Bon Jovi 2020 (del quale vi avevamo già parlato in un Coming Very Soon precedente perché previsto per lo scorso maggio), uscirà il 2 ottobre. Questo margine di tempo ha dato la possibilità al frontman Jon Bon Jovi di comporre altre due canzoni che sono state incluse nel disco e che rispecchiano pienamente il clima dei mesi scorsi. Il brano Do What You Can parla della lotta al Covid-19 ed è il singolo che accompagna l’uscita dell’album, mentre American Reckoning è una canzone di protesta per la morte di George Floyd e a supporto del movimento Black Lives Matter. Escono lo stesso giorno anche Melanie C, album omonimo dell’ex Spice Girl, e la compilation The Rarities di Mariah Carey, una raccolta di brani mai pubblicati e rarità che sicuramente sarà molto apprezzata dai fan.

Per la gioia di tutti gli amanti dell’indie rock made in UK, il 9 ottobre ritornano i Travis con il nuovo album 10 Songs. Si tratta del nono album in studio per la band scozzese, anticipato dai singoli A Ghost e Valentine. Restiamo nel Regno Unito e restiamo nell’ambito dell’indie rock, solo un pò più glam, perché il 16 è il turno dei The Struts e del loro terzo album Strange Days, anticipato dal singolo omonimo, un’insolita e sorprendente collaborazione con niente poco di meno che mr. Robbie Williams! Esce invece il 23 ottobre Song Machine, Season One: Strange Times, settimo album nonché interessantissimo progetto della band virtuale Gorillaz. Il disco raccoglie una serie di singoli e video musicali realizzati in collaborazione con artisti appartenenti ai generi più disparati, dal punk rock al synth-pop, passando per l’elettronica e la bossa nova.

Ora passiamo a lui, il disco più atteso non solo del mese ottobre, ma di tutto il 2020. Stiamo parlando del nuovo album di Bruce Springsteen che ritorna con Letter to you, 12 tracce incise insieme alla E Street Band. Letter to you esce a poco più di un anno da Western Stars ed è il ventesimo album del boss. Anticipato dal singolo omonimo, l’album contiene nove tracce scritte da Bruce nell’ultimo anno e tre brani, Janey Needs a Shooter, If I Was the Priest e Song for Orphans, composti negli anni settanta e mai incisi prima.

Infine compiono gli anni proprio questo ottobre una serie di album che hanno segnato la storia del rock di un periodo a cui tanto siamo affezionate, quello a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Preparatevi a delle speciali riedizioni di Hybrid Theory dei Linkin Park che compie vent’anni, (What’s the Story) Morning Glory degli Oasis che ha ormai un quarto di secolo, All the Right Reasons dei Nickelback che ne compie ‘solo’ quindici e, dulcis in fundo, All That You Can’t Leave Behind degli U2 che spegne venti candeline. Feeling old yet?

Queste erano le uscite di ottobre che, siamo sicure, renderanno l’arrivo dell’autunno un po’ meno traumatico. Ci sono altri dischi che vi piacerebbe segnalarci? Scriveteci!

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Buon compleanno, Sugar! 5 curiosità su Zucchero Fornaciari

65 anni, 60 milioni di dischi venduti e una carriera costellata di successi internazionali: brindiamo a uno dei volti più affermati della musica, il bluesman italiano Zucchero Fornaciari

Bono Vox lo ha definito “voce da vecchio whisky”, ma Zucchero Fornaciari è questo, e anche di più.

La sua ricetta del successo prevede Pop, Blues, Funky, Gospel e Soul mescolati alla maniera “Sugar”, mentre parla di libidine e passione, libertà e maleducazione. Un artista unico nel suo genere che, nonostante abbia avuto una partenza in sordina, è riuscito a spingersi oltre i confini nazionali e ad avere successo in tutto il mondo.

Per questo motivo, in occasione del suo compleanno, abbiamo deciso di brindare ai 65 anni del Cappellaio Matto con il nostro personale contributo: ecco 5 cose che non sapevi di Zucchero Sugar Fornaciari.

1)E’ stato l’unico artista italiano a essersi esibito nello storico concerto di Woodstock

Dopo 25 anni dal primo grande concerto, Zucchero è stato l’unico artista italiano a esibirsi sul palco di Woodstock 94. Insieme a lui Joe Cocker, Red Hot Chili Peppers e Peter Gabriel.

L’edizione passò alla storia con il nome di Mudstock (“mud” ingl. “fango”) a causa del maltempo: un forte acquazzone colse tutti di sorpresa, mentre si stavano esibendo i Green Day. I fan, impazziti, iniziarono una battaglia di fango con gli artisti, che dovettero lasciare il palco prelevati da un elicottero.

2)Ha una collezione di più di 400 cappelli

Una passione, quella per i copricapi eccentrici, che Zucchero ha coltivato sin da piccolo, sulla scia del nonno Roberto. I cappelli sono diventati il suo personale segno di riconoscimento e dietro ognuno di essi si cela una storia: ne ha uno che proviene direttamente dal set di Gangs of New York, mentre un altro è addirittura appartenuto a Bob Dylan negli anni 70.

3)La sua prima chitarra aveva le corde realizzate con il filo da pesca

Ovviamente suonava malissimo, ma quella chitarra è stato uno dei primi contatti che ha avuto con la musica. In un’intervista Zucchero ha ammesso di aver fatto ricorso allo stesso stratagemma del filo da pesca, per far suonare gli ukulele durante un concerto a Cuba.

4)Quando ha conosciuto Eric Clapton è rimasto in mutande

Il giorno in cui ha conosciuto Eric Clapton, Sugar lo ricorda benissimo: indossava dei pantaloni di pelle nera e a Eric erano piaciuti subito. Era bastato un sincero apprezzamento, per far sì che Zucchero se li sfilasse per donarglieli. Da quel momento sono diventati amici.

5)English is good, “Maccheroni English” is better

Per le sue canzoni fa sfoggio di un suo personale tipo di inglese, che Zucchero ha soprannominato “Maccheroni English”: inizialmente Sugar cantava in inglese, ma su suggerimento di Miles Davis e di Eric Clapton ha cominciato a cantare esclusivamente in italiano. Per questo, il suo inglese è molto “maccheronico” e spesso si diverte a inserire nelle canzoni parole che non esistono.

E tu, conosci qualche altra curiosità o stranezza che riguarda Zucchero? Faccelo sapere in un commento! Se ti è piaciuto questo articolo seguici anche sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

“Music” di Madonna compie 20 anni!

Sono trascorsi 20 anni da quando la regina del pop mondiale ha pubblicato il suo ottavo album in studio, anticipato dall’ omonimo singolo “Music”

Era il 18 settembre del 2000 e Madonna, come sempre, faceva scuola con un album da record e un videoclip che ha fatto storia. Parliamo di Music, uscito nell’agosto del 2000 e seguito da altri due singoli di successo, Don’t Tell Me e What It Feels Like for a Girl.

Madame Ciccone si presentava in una limousine tutta oro, per le strade di Los Angeles, con uno strepitoso look da cowgirl: al collo catene d’oro massiccio e gli immancabili stivali camperos a punta, che entravano prepotentemente di diritto nella moda.

Già, perché Madonna è l’unica donna al mondo che riesce a dominare le classifiche, a dettare moda e a trasformare memorabili gaffe in oro colato. Come faccia, resta ancora un mistero, ma intanto Music rappresenta ancora oggi una pietra miliare nella discografia degli anni 2000:

Disco di platino e disco d’oro in 5 nazioni

4 milioni di copie vendute dopo 10 giorni dalla pubblicazione

3 milioni di copie vendute negli Stati Uniti

15 milioni di copie vendute nel mondo

1° posto nella classifica di 25 Paesi

5 nomination ai Grammy Awards

452° posto nella lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone

Acclamato dalla critica come un album sperimentale e fortemente innovativo, Music segna un passaggio importante tra gli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio: Madonna intraprende una direzione nuova, con una musica più commerciale, fatta di suoni costruiti al computer e ammiccanti ballerine in bikini (che diventeranno una costante nei videoclip di musica dance). Memorabile è la parte centrale del videoclip, dove Madonna si trasforma in un personaggio animato, che distrugge le insegne dei palazzi riportanti il nome delle sue canzoni più celebri del passato.

Spazio al nuovo, quindi, sempre a colpi di tacco. Ma non solo! Anche il nostro modo di fruire la musica sarebbe presto cambiato: da un approccio analogico, a uno “quasi” digitale, Madonna aveva previsto tutto, a conferma che una star non insegue i tempi, ma li anticipa. Sempre.

E da pochi giorni Madonna ha anche rivelato che dirigerà un film ispirato alla sua vita, con la sceneggiatura di Diablo Cody, vincitrice dell’Oscar per il film Juno. Noi, però, nell’attesa di decretare se il film sarà un successo o meno, brindiamo ai 20 anni di Music: buon compleanno!

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Buon Compleanno Queen Bey! La carriera di Beyoncé in 10 tappe

In occasione del suo trentanovesimo compleanno, dedichiamo il Discovery Woman di settembre a colei che rappresenta la diva per eccellenza, Beyoncé Knowles. Con la sua voce inconfondibile e potentissima, la tigre di Houston ha lasciato un segno indelebile nella musica e nella cultura pop. Con classe e fierezza si è sempre fatta portavoce, sul palco e giù dal palco, di temi politici e non ha mai avuto paura di esprimere le sue opinioni o il suo dissenso, ispirando intere generazioni. Per questi motivi è universalmente riconosciuta come la regina, Queen Bey. Riassumere la sua carriera non è impresa semplice, ma noi ci abbiamo provato e abbiamo deciso di racchiuderla in dieci tappe, secondo noi, fondamentali.

  1. Le Destiny’s Child, ovvero il gruppo femminile che ha venduto di più in tutta la storia della musica
    Le straordinarie doti canore di Beyoncé emergono già nei primi anni di vita e a soli 8 anni fa parte del gruppo Girl’s Tyme, dalle cui ceneri nasceranno le Destiny’s Child. Le componenti non sempre vanno d’accordo e la formazione cambia diverse volte, ma nonostante ciò il gruppo, nella seconda metà degli anni Novanta, riesce a conquistare il mondo intero. Say my name, Jumpin’ Jumpin’, Independent Women (colonna sonora del film Charlie’s Angels) e Survivor sono solo alcuni dei loro grandi successi. Nel 2001 il progetto viene messo da parte per permettere alle componenti Beyoncé, sua cugina Kelly Rowland e Michelle Williams di avviare una propria carriera solista, per poi essere ripreso nel 2004, anno in cui esce il loro ultimo album Destiny Fulfilled. L’album è seguito da un ultimo, memorabile tour.
  2. Un esordio da record: Crazy in Love
    Il 20 maggio 2003 esce Crazy in Love (interpretata con il futuro marito Jay-Z), il primo singolo estratto da Dangerously in Love, primo album da solista di Beyoncé. Valutare quanto sia stato effettivamente grande l’impatto culturale di questo brano, ripetutamente certificato platino in un gran numero di paesi occidentali, è impossibile. Numerosi critici musicali e riviste hanno collocato Crazy In Love tra i brani più significativi degli anni Duemila, tra cui Rolling Stones. La rivista mette infatti Crazy in Love al terzo posto, aggiungendo che lo squillo di trombe all’inizio del brano non era un’introduzione, bensì un’annunciazione, quella della nuova regina del pop (qui potete trovare la classifica completa).
  3. Listen, to the song here in my heart…
    Come dimenticare la performance da pelle d’oca del brano Listen nel film Dreamgirls? L’amatissimo brano di Beyoncé fa parte della colonna sonora di questo film del 2006, adattamento di un musical omonimo di Broadway risalente al 1981 e incentrato sulla storia del gruppo vocale femminile degli anni sessanta The Supremes (del quale faceva parte Diana Ross). Fanno parte del cast anche Jamie Foxx, Eddie Murphy e Jennifer Hudson. Beyoncé interpreta Deena Jones, personaggio ispirato a Diana Ross. L’interpretazione le valse due nomination ai Golden Globe, una per Migliore Attrice e una per Miglior Canzone Originale (per Listen).
  4. Un album in tempi record: B-Day
    Sono soltanto tre le settimane in cui B-Day è stato pensato, arrangiato e registrato. Le riprese di Dreamgirls sono appena terminate e Beyoncé afferma di non essere mai stata così piena di idee ed energia creativa. Il disco esce il 4 settembre del 2006, giorno del venticinquesimo compleanno di Beyoncé. E’ un successo strepitoso, tant’è che i singoli estratti sono ben 6 (Déjà Vu, Ring the Alarm, Irreplaceable, Beautiful Liar – insieme a Shakira, Get me Bodied e Green Light). Con questo album si consolida l’immagine di Beyoncé come regina del pop, ma anche la coppia Beyoncé & Jay-Z. I due infatti duettano nuovamente nel singolo che fa da traino al disco, Déjà Vu.
  5. Il balletto di Single Ladies
    Tre donne schierate con addosso un body nero, le immagini in bianco e nero, la mano che si muove seguendo il ritmo. Probabilmente si tratta del video musicale più semplice e evocativo allo stesso tempo, sicuramente uno dei più riprodotti, copiati e parodiati di sempre. Single Ladies (Put a Ring on it) è un brano tratto dall’album del 2008 I Am…Sasha Fierce che, neanche a dirlo, è l’ennesimo successo (ricordiamo i singoli If I Were a Boy, Halo e il riuscitissimo duetto con Lady Gaga, Video Phone). Manca ancora un bel po’ alla fine del decennio, ma è già chiaro che è Beyoncé l’artista femminile che nel periodo 2001-2010 ha avuto più brani in top ten ed è rimasta per più settimane alla posizione numero 1 delle classifiche.
  6. Chi manda avanti il mondo? Le ragazze!
    Dopo una pausa durata un anno, Beyoncé torna nell’aprile del 2011 con un brano in cui non le manda affatto a dire e che anticipa l’uscita dell’album 4. Who Run the World? (Girls) è un brano grintoso che celebra la forza delle donne in un modo tutt’altro che scontato. Incredibile la sua performance ai Billboard Music Awards del 2011, quando le fu assegnato il Millenium Award. La performance coinvolse 100 ballerini, un gigantesco schermo interattivo e fuochi d’artificio, roba che quattro luglio, spostati. Who Run the World? (Girls) rappresenta una svolta politica per Beyoncé, che includerà sempre più nel suo modo di fare musica temi come l’emancipazione delle donne e degli afroamericani. Intanto trova anche il tempo di collaborare con la Casa Bianca, in particolare con la first lady Michelle Obama, per diverse iniziative sociali.
  7. L’album a sorpresa e On The Run Tour
    C’é davvero bisogno di sbattersi con la promozione di un album quando ti chiami Beyoncé? A quanto pare no, non c’è bisogno. L’album in questione, intitolato semplicemente Beyoncé, è in effetti molto più di un album. Si tratta di un visual album, composto da 14 brani e 17 clip. Esce la notte tra il 12 e il 13 dicembre 2013 su i-Tunes e, nonostante sia stato pubblicato praticamente ad anno finito, riesce comunque a diventare in meno di venti giorni il decimo album più venduto del 2013, grazie a successi come Drunk in Love, Pretty Hurts, XO e Partition. I brani di questo album saranno al centro di On the Run Tour, lo spettacolare tour da 110 milioni di dollari di incassi che Beyoncé mette in piedi insieme a suo marito Jay-Z.
  8. Formation e l’esibizione al Super Bowl
    Il 6 febbraio 2016 Beyoncé lancia su Tidal un brano intitolato Formation, con il quale si esibisce, il giorno dopo, durante l’Halftime Show del Super Bowl (che vede quell’anno anche la partecipazione di Bruno Mars e dei Coldplay). Formation è stata definita da un giornalista di Rolling Stones come una canzone assolutamente necessaria in tempo di Black Lives Matter. E’ un brano potente che ruota intorno ai temi del black pride, dell’eredità culturale degli afroamericani e del razzismo. L’esibizione al Super Bowl suscita varie polemiche, poiché la coreografia nell’insieme ricorda la rivoluzione afroamericana delle Black Panthers che ha avuto luogo nel corso degli anni Settanta e Ottanta. Formation anticipa l’uscita del monumentale album Lemonade (sul quale scriveremo un articolo più approfondito in occasione del quinto anniversario) e dello spettacolare Formation World Tour.
  9. Homecoming, A film by Beyoncé
    Prendete una performance spettacolare di Beyoncé, ovvero quella di Coachella nel 2018. Prendete tutti i retroscena, dalla progettazione delle coreografie al duro lavoro delle prove. Prendete una Beyoncé, solitamente estremamente riservata, che si mostra umana, fragile e provata dalla fatica mentre prepara lo show (e tra l’altro non si è ancora ripresa del tutto dal parto dei suoi due gemelli, avvenuto solo qualche mese prima). Joe Coscarelli del New York times ha descritto Homecoming come uno sguardo al concerto ‘intimo e approfondito’, come ‘la strada emotiva dal concetto creativo a un movimento culturale’. Il film, ideato e creato in collaborazione con Netflix, ha ricevuto un plauso universale. Se non l’avete visto vi consigliamo di rimediare subito.
  10. La colonna sonora de Il re Leone e Black is King
    Nel luglio del 2019 è uscito il remake de Il re Leone e Beyoncé si è cimentata nel doppiaggio del personaggio di Nala e nell’interpretazione del brano Spirit, parte della colonna sonora del film. I brani che compongono la colonna sonora di questa nuova versione de Il Re Leone sono racchiusi all’interno di The Lion King: The Gift, curato e prodotto da Beyoncé, al quale hanno partecipato anche numerosi artisti africani.
    Il 19 giugno 2020 Beyoncé pubblica Black Parade, un brano con il quale intende commemorare la fine della schiavitù dei neri negli Stati Uniti. La data di uscita del brano non è casuale: il 19 giugno, o Juneteenth, è proprio il giorno in cui si celebra la fine dei soprusi sui neri ed è stata istituita proprio in Texas, dove Beyoncé è nata. Black Parade assume un significato ancora più profondo perché pubblicata poco dopo l’assassinio di George Floyd e nel clima di protesta che ne è derivato. I proventi vengono destinati alle piccole imprese di proprietà di afroamericani. Ma l’attivismo di Beyoncé sulle tematiche del movimento Black Lives Matter non finisce qui. Il 31 luglio scorso è uscito infatti Black is King, che è allo stesso tempo un film e una versione visual dell’album The Lion King: The Gift. Il progetto, interamente ideato e diretto da Beyoncé, è stato acclamato dalla critica per regia, design dei costumi, soggetto e soprattutto per le tematiche culturali trattate.

    Riassumere la carriera di un’artista così attiva su tanti fronti non è semplice, ma abbiamo fatto del nostro meglio. In quale fase e in quali vesti l’hai apprezzata di più? Scrivicelo qua sotto, oppure seguici sui nostri social. Ci trovi su Facebook, Instagram e Twitter.



5 canzoni spettacolari di How I Met Your Mother

Fan di How I Met Your Mother, ci siete? Vi chiamiamo a raccolta! Oggi, infatti, parleremo di 5 canzoni del nostro show preferito e che non dimenticheremo mai. Siete pronti a canticchiarle con noi? Via!

1) Mix di Marshall

Possiamo ammetterlo? Il personaggio di Marshall Eriksen è il prototipo dell’uomo dei sogni. Dolce, attento, devoto, brillante. Ma anche l’uomo dei sogni può avere i suoi momenti imbarazzanti (o geniali!).

Ogni fan di HIMYM si troverà di tanto in tanto a canticchiare il mix Best Night Ever + Cat Sitting for Lily’s Mum + Cat’s Funeral.

Chi ha voglia di un po’ di crème brûlée-lée-lée-lée-lée?

2) Barney Stinson is Awesome!

Ognuno di noi dovrebbe avere un jingle auto-promozionale, per tirarsi un po’ su in quei momenti grigi in cui non crede in sé stesso. E dovrebbe farlo seguendo l’esempio di Barney Stinson!

Barney Stinson, that guy’s awesome!

3) Bangity-Bang!

Hot stuff, gente. Come celebrare elegantemente con gli amici una conquista sentimentale? Ma cantando Bang-Bang-Bangity Bang! Diventa un motivo ripetuto nel corso della serie, e tutti noi abbiamo sognato di cantarlo con un banjo a nostra volta. C’è anche una versione di questo brano chiamata Soul Bang, correte a sentirla su Spotify!

4) You just got slapped

Cantata da un toccante Marshall e da un toccato Barney in una versione al pianoforte, You just got slapped viene anche interpretata dai Boyz II Men in chiave soul alla fine dell’episodio “Slapsgiving 3: Slappointment in Slapmarra” (e14s09). Curiosità: questo episodio è interamente ispirato alla saga di Kill Bill di Quentin Tarantino. Lo sapevate?

5) Let’s go to the mall!

Robin Sparkles ci ha fatto andare in visibilio durante tutte le sue apparizioni. Let’s go to the mall! è stato il primo di una serie di brani indimenticabili che ci hanno fatto ridere a crepapelle, fino alle lacrime con l’ultimo momento di Robin Daggers (P.S. I Love You).

Le trovate tutte su Spotify!

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Che fine hanno fatto #4 – Sugarfree

Per questo Che fine hanno fatto? di piena estate, l’ultimo prima della pausa di agosto, vi portiamo nel luogo dove tutti ora vorremmo essere (io per prima, che sto scrivendo questo articolo sotto il cielo perennemente coperto di Rotterdam). Vi portiamo nella nostra splendida Sicilia e già che ci siamo prendiamo la navetta fino ad arrivare al 2005, l’anno in cui un gruppo catanese, nascosto dietro ad un nome inglese, diventa la band rivelazione dell’anno, grazie a un brano pop-rock sull’amore che diventa ossessione, mania, bisogno viscerale. Ovviamente stiamo parlando degli Sugarfree e della loro famosissima Cleptomania!

Gli Sugarfree muovono i primi passi nel circuito dei pub catanesi e inizialmente suonano soprattutto cover di canzoni rock degli anni cinquanta e sessanta. Ben presto vengono notati dalle reti televisive locali e la loro popolarità aumenta a dismisura. L’ascesa comincia con l’incontro con il produttore Luca Venturi e un contratto con Warner Music Italy firmato nell’ottobre del 2004. Il frontman della band, Matteo Amantia, fa il suo ingresso negli Sugarfree solo a contratto già firmato, dopo che frontman originario aveva lasciato la band per problemi personali. Di lì a poco verrà registrato il fortunato brano Cleptomania, scritto dall’autore di Gela Davide Di Maggio e arrangiato dalla band stessa. Cleptomania resterà al primo posto delle classifiche per ben cinque settimane e nella top five per 22 settimane, superando le 60.000 copie vendute e diventando disco di platino.

Il primo album degli Sugarfree, Clepto-manie, esce il 6 maggio 2005 e ancora in prevendita diventa già disco d’oro. Il disco è anticipato dal singolo Cromosoma che la band catanese porta sul palco del Festivalbar 2005. Il Clepto-manie Tour porta la band in giro per lo stivale fino alla fine dell’anno e le sue tappe segnano un successo dopo l’altro. Gli Sugarfree accedono al palco più importante, quello dell’Ariston, nel febbraio 2006. Partecipano al Festival di Sanremo numero 56 con Solo lei mi dà, emozionante brano sulla vita dopo la fine di una relazione. In seguito alla partecipazione al Festival, Clepto-manie viene pubblicato in una nuova versione contenente sia il brano sanremese che l’inedito Inossidabile, con il quale la band partecipa al Festivalbar 2006.

Il 2008 è un anno pienissimo per i ragazzi di Catania, che lo inaugurano con una fortunata collaborazione cinematografica. Il brano Scusa ma ti chiamo amore fa infatti da colonna sonora all’omonimo film tratto dal romanzo di Federico Moccia e diventa uno dei singoli più venduti dell’anno. Gli Sugarfree trascorrono un’altra estate in giro per l’Italia con Aspettando Argento Tour e a settembre esce il secondo album in studio Argento, anticipato da singolo Splendida, già scelto per accompagnare i titoli di coda del film Blind Dating di James Keach, nella sua versione in italiano. Segue a questa collaborazione un mini tour negli Stati Uniti.

Il 2009 è un anno di crisi: il frontman Matteo Amantia abbandona gli Sugarfree per tentare un’avventura da solista (il suo primo disco, Matteo Amantia, esce nell’aprile 2011) e viene sostituito da Alfio Consoli. La stessa cosa accade con il chitarrista Luca Galeano che viene sostituito da Salvo Urzì. Va via anche il tastierista Vincenzo Pistone e non viene sostituito, così la band prosegue in una formazione a quattro. Nonostante il caos di questo periodo la band riceve, nell’agosto del 2009, il premio dell’Italian Fanclub Music Award. I cambiamenti non impediscono agli Sugarfree nemmeno di proseguire nei loro tour. Saranno infatti protagonisti del L’Origine Tour nel 2009 e del In Simbiosi Tour nel 2010. In Simbiosi è anche il titolo del loro terzo disco, il primo della nuova formazione. Vengono estratti i singoli Regalami un’estate e Amore nero.

Il 2011 è l’anno di Famelico, quarto album in studio pubblicato il 6 maggio, anticipato dal singolo Lei mi amò, scritto da Fortunato Zampaglione, già autore del brano sanremese Solo lei mi dà. Ad ottobre, dopo il consueto tour estivo che porta il nome dell’album uscito a maggio, ricevono a Bagnara il Premio Mia Martini speciale. Questa stabilità appena ri-conquistata non durerà a lungo, perché nell’estate del 2012 anche il chitarrista Salvo Urzì decide di lasciare il gruppo. I membri restanti, a questo punto solo tre, decidono di non coinvolgere altri membri fissi e di proseguire comunque con il progetto Sugarfree, concentrandosi soprattutto sui live in giro per l’Italia. Ad accompagnarli nelle tappe dei vari tour, a partire dal 2013, anche il nuovo brano Pura e Semplice.

A sorpresa, nel dicembre 2014, anche il novello frontman Alfio Consoli lascia il gruppo. Il 2015 si apre quindi con un grande ritorno, quello del frontman con il quale gli Sugarfree erano diventati famosi, Matteo Amantia. Nessun nuovo disco in vista per la band, ma una serie di singoli che li accompagnano nei loro live, un’abitudine mai smessa. Nel 2016 esce Ti amo a Milano, nel 2017 Le tue favole e Non basta stare insieme.

Ma dove sono gli Sugarfree oggi? La formazione è, più o meno, tornata ad essere quella degli inizi. Oltre al frontman Matteo Amantia, gli altri superstiti sono Carmelo Siracusa al basso e Giuseppe Lo Iacono alla batteria. Ma c’è dell’altro: il gruppo ha ripreso i contatti sia con il produttore che gli ha permesso di muovere i primi passi, Luca Venturi, sia con Davide di Maggio, autore del loro primo grande successo Cleptomania. Il nuovo singolo degli Sugarfree (in collaborazione con Serena De Bari), uscito a fine 2019, è il frutto di questi ritorni e legami mai spezzati e si intitola, appunto, Frutta. L’instabilità alla base della formazione del gruppo ha sicuramente minato in modo importante la loro produttività nel corso dell’ultimo decennio, ma dobbiamo riconoscere che i componenti sono riusciti a tenersi stretta e a mantenere coerente la loro immagine sempre romantica, appassionata e vagamente anni settanta. Continuiamo a tenere d’occhio gli Sugarfree, hanno sicuramente ancora molto da raccontarci.

Speriamo che questo pieno di nostalgia vi basti fino a settembre! Questo era infatti l’ultimo ‘Che fine hanno fatto’ prima della pausa estiva. Torneremo a settembre cariche di idee e nuovi spunti!

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“Per essere felici” secondo Marina Rei

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle donne della musica. Questo mese abbiamo intervistato Marina Rei: a 25 anni dall’uscita dell’omonimo primo album in italiano, l’artista romana torna con un nuovo importante disco di inediti, a celebrare una lunga carriera e un percorso artistico che l’ha portata ad affermarsi come una delle poche polistrumentiste e autrici del nostro panorama musicale, una performer unica nel suo genere.

A sei anni di distanza da Pareidolia (2014) Marina Rei torna con Per essere felici (et. Perenne), un album di 8 inediti anticipati dal singolo Dimenticarci. Per l’occasione abbiamo intervistato Marina, che durante la lunga e piacevole chiacchierata non ha avuto minimamente paura di mettersi a nudo e di svelare le sue fragilità di donna e di artista, legate soprattutto alla genesi del disco.

E’ per questo che abbiamo deciso di dedicare Discovery Woman di luglio a Marina Rei, una donna determinata e coraggiosa che ha fatto della sua fragilità un punto di forza: potevamo non chiederle la sua ricetta Per essere felici?

Com’è nato quest’album? Nasce dalla mia necessità di rimettermi a scrivere, e di farlo bene. E’ stato un viaggio durato 6 anni, nei quali scrivevo e andavo in giro per i tour. Però poi non ero mai completamente soddisfatta, e quindi riscrivevo ancora… diciamo che è stato partorito dopo tanto, tanto tempo! Ho trovato molti momenti di difficoltà, perché cercavo di capire come fare per scrivere al meglio; e ti assicuro che non è stato facile.

Per essere felici per te è una dichiarazione di intenti o un punto d’arrivo al quale sei approdata? Sicuramente una speranza e un punto di consapevolezza: io non mi sento mai arrivata, anzi a volte sono fin troppo autocritica ed esigente con me stessa. Per essere felici è il punto chiave di questo disco, perché le scelte che si fanno nella vita e quelle che ho fatto durante il mio percorso artistico sono state delle scelte difficili, che mi hanno portato a rinunciare a molte certezze e altrettante comodità, per intraprendere invece un cammino che non sapevo dove mi avrebbe portato. Sapevo che era necessario farlo per me, ma non avevo idea a cosa sarei andata incontro e quali difficoltà avrei dovuto fronteggiare. Ma ciò che mi ha dato la forza di continuare è stata la volontà di essere me stessa fino in fondo.

A quale consapevolezza sei arrivata oggi? Riconosco di essere una persona talentuosa ma questo non basta, perché se fai questo lavoro ti devi sempre confrontare con gli altri: nel momento in cui capisci che l’importante è essere se stessi fino in fondo, allora, forse, puoi dire di essere “felice”, anche se la felicità è qualcosa di molto breve e bisogna faticare tanto per esserlo.

Tra le canzoni di questo album ce n’è una che per te è stata particolarmente difficile scrivere? Lo sono state tutte. Forse quella che è venuta più di getto è stata Dimenticarci, ma le altre sono state tutte più difficili, perché ho cercato davvero di mettermi a nudo e di far emergere quei sentimenti e quei pensieri che spesso e volentieri trascuriamo, per timore di scatenare in noi delle reazioni dolorose.

foto di Simone Cecchetti

L’uscita dell’ album era inizialmente prevista in primavera, ma hai dovuto rimandare tutto a quest’estate. Come hai vissuto il periodo del lockdown? Avevo programmato l’uscita del disco prima del lockdown quindi all’inizio ero disperata, non sapevo bene cosa fare. Poi pian piano è subentrata l’accettazione e infine l’attesa, nella speranza che potesse cambiare presto qualcosa. Avrei potuto aspettare ancora per l’uscita del disco, ma sarebbe stato come lasciare in sospeso un discorso troppo a lungo. Ho preferito, come al solito, l’amore per la musica, anziché l’organizzazione studiata a tavolino. Oggi è ancora tutto molto incerto, ma sono felice di poterlo presentare il 1 agosto a Rosolina Mare (RO) per il premio Amnesty e il 7 settembre alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Nella tua musica hai sempre dato spazio all’universo femminile, e anche in Per essere felici troviamo due ritratti di donne: in Bellissimo, una madre che comprende e affianca; in Comunque tu, una figlia che si distacca da una figura paterna importante, per andare avanti con la propria vita. Quanto di Marina c’è in queste due figure? Tutto direi! Diciamo che il sentimento doloroso del distacco c’è in entrambe le canzoni ma è interpretato da due punti di vista differenti. Alla base, però, c’è sempre questo taglio del cordone ombelicale, un passaggio delicato e doloroso ma che diventa necessario per crescere e andare avanti.

Nei ringraziamenti hai citato Riccardo Sinigallia che hai definito tuo mentore; e in questo nuovo lavoro si avverte la tua volontà di dare spazio alla voce e a un tipo di scrittura più intimo ed essenziale. E’ stato Sinigallia a guidarti verso questa scelta? Riccardo è il mentore di molti, un punto di riferimento del cantautorato italiano molto importante. Lo conosco da più di 25 anni e durante la scrittura del disco mi ha dato molto coraggio nei momenti in cui ero più demoralizzata. Mi ha sempre detto di non mollare e di scrivere quello che volevo dire senza girarci troppo intorno: avere qualcuno che ti da forza, quando ti senti debole, è molto importante e per questo gliene sarò sempre grata.

Ti piacerebbe tornare sul palco del Festival di Sanremo? Certamente! Prima di Sanremo avevo un bagaglio di esperienze in inglese e come vocalist in dischi alternativi. Ma il palco del Festival è stata la mia prima grande esperienza in italiano, un’occasione che non avrei mai immaginato. Ci tornerei con la canzone giusta e Per essere felici, secondo me, era la canzone giusta: quest’ anno avevo tentato di proporla al Festival e purtroppo è stata scartata, ma in ogni caso avevo già progettato l’uscita del disco. Quindi ti dico che andarci “tanto per” non ne vale la pena, ma tornare con la canzone giusta, perché no!

Nel panorama musicale odierno trovi ci sia qualche artista che ti ricorda la Marina del passato? In verità ce n’è più di una e questo mi fa molto piacere! A volte me lo dicono, mi scrivono dicendomi “sembra te”, “sembra che canti tu!”, e in effetti ci sono dei riferimenti chiari. Ma alla fine mi fa piacere, anche se non ti farò nomi!

Hai sperimentato tanti generi e modi di fare musica. Cosa hai in serbo per il futuro? Quale futuro? Il mio futuro è ADESSO, questo disco! Dopodiché se ne parlerà tra altri sei anni! (scoppiamo a ridere entrambe). Devo fare un tour, suonarlo, promuoverlo… insomma IL MIO FUTURO è questo disco!

Quest’anno celebri i 25 anni di carriera. Qual è la lezione più importante che ti ha lasciato la musica? La dedizione alla musica e il duro lavoro ripagano sempre, anche se non come ti aspetti… ma in ogni caso la musica ti ripaga sempre per ciò che fai.

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5 canzoni di Scrubs che non dimenticheremo mai

Scrubs – Medici ai primi ferri è una serie statunitense diventata iconica, andata in onda all’inizio degli anni 2000 e terminata nel 2010. Uno dei punti di forza di questo show, oltre alla brillante interpretazione del team di attori capeggiato da Zach Braff nei panni del medico specializzando John “JD” Dorian, è sicuramente identificabile nella colonna sonora, una delle migliori in assoluto.

Noi di Smells Like Queen Spirit, amanti delle serie tv e della musica, abbiamo selezionato 5 canzoni che tra tutte, legate alle scene che accompagnavano, ci hanno fatto piangere a dirotto, di gioia o di tristezza.

5) How to Save a Life – The Fray

Nell’episodio ll mio pranzo, il ventesimo della quinta stagione, assistiamo ad uno dei momenti emotivamente più potenti dell’intera serie. Un errore medico causa la morte di tre pazienti con organi trapiantati a partire da un corpo infetto da rabbia. Alla morte di tutti i malati, il Dottor Cox, uno dei personaggi assolutamente più belli e meglio costruiti nella storia della televisione, ha un devastante crollo psico-fisico. Mentre le scene tragiche si susseguono tra le camere dell’Ospedale Sacro Cuore, in sottofondo a scatenare tutte le nostre lacrime, c’è How To Save a Life, della band The Fray. Quelle vite non vengono salvate, mentre JD, il protagonista della serie, tenta di ripescare dalla depressione il suo mentore afflitto, che non perdona sé stesso e chiude l’episodio con il viso stravolto dal dolore.

4) Superman – Lazlo Bane

La sigla di Scrubs è un inno alla vita dell’uomo comune, di chi vorrebbe ma non può, di chi sente il cappio della quotidianità intorno al collo e a volte non riesce proprio a sopportarne il peso. Il verso divenuto famoso in tutto il mondo, I can’t do this all on my own/No, I know, I’m no Superman, ha descritto in maniera dolorosamente perfetta lo stato d’animo che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella sua vita.

Curiosità: Superman dei Lazlo Bane fa parte anche di un’altra colonna sonora. Potete ascoltarla anche come sottofondo al film The Tao of Steve (Jenniphr Goodman, 2000).

3) Hey ya! – The Blanks (Outkast Cover)

Dovranno perdonarci gli Outkast, ma una delle cose che accomuna tutti noi fan di Scrubs è sicuramente preferire all’originale la versione di Hey ya! re-interpretata dalla band del nostro Ted (Sam Lloyd), The Blanks, nella quindicesima puntata dell’ottava stagione, La mia anima in fiamme (parte 2).

L’ukulele, le scene ambientate alle Hawaii, i colori, le armonie ritrovate e le riflessioni, per non parlare della confessione di JD che ammette, finalmente, di amare Elliott più di Turk, ci hanno fatto piangere ed emozionare.

2) Winter – Joshua Radin

Scrubs, dalla prima all’ultima stagione, ha tenuto alti i momenti comici senza però trascurare quelli anche molto cupi. È un simbolo senza fronzoli della vita reale, ed è forse questo che l’ha sempre differenziata dalle altre serie tv, perlomeno, per la vicinanza con situazioni assolutamente verosimili o nelle quali, comunque, è piuttosto naturale immedesimarsi.

Quando si perde per sempre qualcuno che si ama, la mente può giocare brutti scherzi. Può negare che qualcosa di così estremamente brutale sia accaduto davvero. Può creare diversivi emotivi, estraniarsi dalla realtà.

È quello che accade nella quattordicesima puntata della terza stagione di Scrubs, Il mio disastro, quando Cox perde il suo migliore amico, Ben. Mentre Winter di Joshua Radin suona in sottofondo, Cox ride e nega di trovarsi al funerale di Ben, immagina di parlare con lui, e quando una semplice domanda, Dove crede che siamo?, gli viene posta, ecco che crolla l’illusione, e le lapidi del cimitero vengono introdotte nella scena che si chiude poi con la funzione e i presenti, vestiti di nero.

1) The Book of Love – Peter Gabriel

L’ultima fantasia di JD, che chiude la puntata finale, ci mostra tutti i suoi sogni, dal matrimonio con Elliott a toccanti momenti vissuti con Turk, e i loro bambini divenuti adulti. A completare la bellezza e la perfezione di questo frammento, The Book of Love, un brano di Peter Gabriel che potrebbe essere tranquillamente considerata tra le più belle canzoni sul vero amore mai scritte. La ascoltiamo, coi suoi archi, le parole di devozione, mentre le scene dei desideri e dei sogni di JD scorrono sul suo viso come diapositive di filmini domestici, che forse un giorno saranno veri. Di quei filmini che ognuno di noi ha a casa da qualche parte, e ogni tanto riguarda, per rivedere chi c’era ed ora non c’è più, per ricordare com’era, per capire sé stesso e sognare come sarà.

E chi dice che non accadrà? Chi può dire che le mie fantasie non si avvereranno, almeno questa volta?

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Rising Sounds: Daniele Isola, samurai milanese del cantautorato italiano

Rising Sounds è la rubrica di SLQS dedicata agli artisti emergenti!

Daniele Isola è un cantautore milanese che circa sei anni fa pubblicò il suo primo singolo. Oggi lavora al suo terzo album e da poco è uscito il videoclip del suo ultimo singolo, Samurai.

Ci siamo incontrati (senza mascherina, ma su Skype) e abbiamo chiacchierato un po’. Ecco a voi la nuova fiammante intervista di Smells Like Queen Spirit per la rubrica Rising Sounds.

Ciao Daniele. Come stai e come hai vissuto questo periodo un po’ strano?

Bene, dai. Per ora! (Ride) In realtà, a parte un primo momento in cui sono rimasto in casa per forza di cose, ho ripreso a lavorare in studio, così dopo qualche settimana ho più o meno ripreso un ritmo abbastanza normale. Ovviamente, le dinamiche in casa sono cambiate, ti ritrovi chiuso dentro anche durante il tempo libero. Io vivo a Milano, e mi piace molto questa città, ma quando non hai più tutto quello che Milano ti offre rimane poco, e quindi ti ritrovi a vivere in un contesto, quello di casa tua, che neppure offre granché. Anche perché magari non molti a Milano hanno un terrazzo grande o comunque spazi giganti in casa in cui poter vivere. Mi sono trovato a fare delle valutazioni su come e dove vivere, rispetto a quello che potrà succedere da qui in avanti, che è abbastanza un’incognita.

Si potrebbe dire, quindi, che questa quarantena ti ha portato a fare una rivalutazione del passato e del futuro?

Sì, assolutamente sì.

Parliamo un po’ di te: com’è nato il desiderio di cantare e scrivere pezzi tuoi?

Beh, in realtà da subito! Da piccolo, quando ho iniziato a mettere le mani su pianoforte e chitarra, in maniera molto ingenua, mi veniva da riprodurre delle cose mie piuttosto che le proposte degli insegnanti. E quindi anche da bambino mi piaceva trasferire le mie emozioni e quello che pensavo in musica, e questa cosa poi nel tempo ha preso una sua forma di espressione che continuo a portare avanti.

Quindi si può dire che il tuo sia stato un percorso molto naturale.

Sì, a molti magari viene naturale riprodurre canzoni degli altri, anche in maniera fedele, e la riproduzione diventa il loro percorso. Invece per me era diverso, mi veniva più naturale scrivere qualcosa di mio.

Chi sono i tuoi artisti di riferimento, sia italiani che internazionali?

Essendo il mio percorso abbastanza lungo, gli artisti di riferimento negli anni sono cambiati. Per fare dei nomi nell’ambito italiano, sicuramente Vasco Rossi, Battisti, Daniele Silvestri, Bersani, Cremonini. Ma in realtà cerco sempre di ascoltare tante cose diverse, sono completamente fan di tutto quello che fa Mike Patton! Uno degli ultimi concerti che ho visto è stato proprio il suo. Al di là dei riferimenti che magari si rispecchiano di più nel genere che poi faccio, credo e spero che tutta la curiosità che ho nell’ascoltare cose diverse in qualche modo si rifletta anche nella mia musica.

Oltre ad avere un grande panorama di artisti di riferimento, quindi, ci sono anche diversi generi musicali a cui ti ispiri?

Sì, e questa era ed è tuttora una mia difficoltà. A me piace che il brano prenda un suo percorso indipendentemente dal genere. E questo confonde l’ascoltatore che invece, magari, ha bisogno di un’identità più precisa. Quindi lavoro anche per evitare di essere troppo dispersivo. Anche se a me piacerebbe poter sperimentare e fare cose diverse, mi rendo conto che non è sempre semplice da parte di chi ascolta seguirti in un percorso troppo vario.

Ti dirò, trovo che sia molto bello e molto interessante lasciare spazio alla creatività.

Certo, però sono cose che devi anche conquistarti nel tempo. Prima ho parlato di Cremonini, ma per esempio anche Jovanotti, sono nomi del panorama italiano che possono permettersi di fare un pezzo molto classico, da pianoforte e voce, ed arrivare ad uno elettronico che fa ballare, tuttavia hanno costruito una credibilità che gli ha consentito di avere al seguito un pubblico disposto a stargli dietro in questi loro salti.

È comunque molto bella da parte tua questa volontà di conciliare l’attenzione degli ascoltatori con la tua identità di artista. Non è molto semplice, ma è importante che ci sia anche questo venirsi incontro.

Così come poi è bello anche sperimentare, fare cose diverse.

 Ho alcune cose da chiederti riguardo alla tua musica. Da Eremita, il tuo primo singolo uscito sei anni fa, all’ultimo, Samurai, quant’è cambiato Daniele Isola-cantautore?

È uscito un bel po’ di tempo fa! (Ride) Cos’era, il 2013? Come cantautore sono cambiato abbastanza. Diciamo che Eremita è stato il primo passo di una mia proposta al pubblico cercando di strutturare un progetto. È stato proprio il primo seme, l’inizio. Non avevo ben chiaro dove mi avrebbe portato tutto questo, ma soprattutto mi ci è voluto del tempo. Nel 2013 ho preso coscienza del fatto che volevo costruire un progetto. Anche Samurai, a modo suo, è una ripartenza. Eremita e Samurai sono legate, in qualche modo. Tra l’altro, non ci avevo pensato, ma si potrebbe fare un parallelo tra le figure dell’eremita e del samurai, che hanno aspetti simili, perlomeno nella proposta. Ora mi è un po’ più chiaro dove sto andando, anche se poi ogni volta che scrivo o produco, quello che mi aiuta è l’esperienza fatta, ma le idee chiare e la precisione della direzione finale non ci sono mai.

È stato facile trovare spazio nel mercato discografico italiano? Com’è stato il tuo percorso?

Innanzitutto, bisognerebbe vedere se esiste ancora un mercato discografico italiano!

Bella risposta.

Partiamo dal presupposto che di musica ce n’è tantissima e la gente ha bisogno di musica. Chiaramente, quindi, un mercato a cui rivolgersi c’è. Però, parlando di mercato discografico nello specifico, di dischi di repertorio ormai se ne fanno pochi. Anche i pezzi che funzionano non sono tanti, almeno quelli che vanno avanti negli anni. Si può parlare più di cose stagionali, e passata la stagione arriva il pezzo nuovo e va avanti così. Per cui io faccio tendenzialmente quello che più mi rappresenta, e che esprima le mie emozioni, senza pensare troppo allo spazio che posso ricavare nel mercato. Nel tempo, ho avuto la fortuna di trovare un’etichetta che per ben due dischi mi ha seguito e mi sta seguendo, e mi aiuta molto, però ecco, le cose che funzionano secondo me non pensano mai troppo al mercato a cui si rivolgono. Le cose più importanti sono il progetto ed il lavoro che ci sono dietro. Per fare un esempio, una delle ultime cose che ha funzionato tantissimo in questi anni è stata la produzione di Calcutta. Chi prima di lui avrebbe mai pensato ad una riuscita così grande di un progetto simile?

Verissimo! Abbiamo già parlato di Eremita e Samurai, ma tra i tuoi pezzi, tutti, ce n’è qualcuno che preferisci, o li ami tutti allo stesso modo?

Sono tutti figli della stessa mamma, ma sicuramente c’è un pezzo del mio primo disco che s’intitola Vertigine, che è ancora il pezzo con cui chiudiamo sempre i live. È una canzone che piace di più quando la suono nella versione chitarra e voce, ma nella mia testa suona sempre come quella prima registrazione del primo disco, più energica. Quella versione è piaciuta anche di meno, non è stata nemmeno un singolo, non ha avuto una sua vetrina, per così dire, ma è sicuramente un pezzo a cui sono molto legato.

È questo un momento storico nel quale si parla molto dell’inclusione e dell’accettazione di corpi diversi dal canone standard nelle arti visive. La mia domanda è: definiresti anche la scelta di presentare diversi tipi di fisicità femminile nel videoclip di Samurai come espressione di un messaggio bodypositive?

Sì. La scelta di questo videoclip è stata proprio quella di usare tre personaggi che a modo loro fanno un parallelo, dal mio punto di vista, col samurai per l’espressione della forza. La scelta è stata cercata, e molto in linea coi tempi che stiamo vivendo.

Hai mai portato la tua musica fuori dai confini nazionali?

Non c’è mai stata occasione, ma sicuramente è una delle cose che mi piacerebbe fare. Spero che in futuro possa capitare!

 C’è qualche città in particolare in cui ti piacerebbe suonare?

Me ne vengono in mente talmente tante che mi trovo costretto a risponderti di no! (Ride) Cantando in italiano magari ti ritrovi a rivolgerti per lo più agli italiani all’estero, ma in generale suonare all’estero indica anche confronti con realtà diverse. Quindi sarebbe molto stimolante.

Di tutta la storia, del tuo percorso, c’è qualcosa che rifaresti, o che non rifaresti?

Dei passi falsi, probabilmente, li avrò commessi, ma fanno tutti parte di un percorso e di dinamiche che mi hanno portato ad un risultato di cui sono contento. Non ho dei crucci su cui mi trovo a rimuginare (Ridiamo entrambi). Per quanto riguarda cose che mi piacerebbe ripetere, ci sono state esperienze live, sul palco, piene di emozioni così belle che vorrei poterle rivivere in futuro durante situazioni simili.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Cercare di riuscire ad avere sempre del tempo per dare sfogo alla mia passione, alle esigenze che ho quando faccio musica. Ma prima di ogni cosa, tornare a suonare dal vivo. Un sogno nel cassetto collettivo. È sicuramente una cosa che mi manca molto.

Hai già dei progetti futuri?

Ho del materiale da cui abbiamo preso Samurai e il prossimo singolo che uscirà a breve, e vorrei aggiungerne altro a cui dare la forma di un disco. Sarà il lavoro dei prossimi mesi, è abbastanza pianificato per quanto possibile. Conto di arrivare all’autunno con la maggior parte del lavoro fatto.

Beh, che dire! In autunno allora ci risentiremo per parlare del nuovo disco?

Volentieri, volentieri. (Ridiamo)

L’intervista è finita! Vuoi dire qualcosa ai tuoi futuri lettori ed ascoltatori?

La caccia ai followers è sempre aperta! (Ridiamo entrambi) Se avete voglia di cercarmi, su Spotify o altro, vi aspetto a braccia aperte!

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20 anni di tormentoni estivi: 2011/2015

Rieccoci con il nostro consueto appuntamento dei venerdì estivi, quello con la storia dei tormentoni che hanno accompagnato le estati italiane. Dopo il viaggio dal 2000 al 2005 e quello dal 2006 al 2010, oggi è la volta del periodo 2011 – 2015. Si tratta di anni cruciali per la trasformazione digitale. L’ascesa degli Youtubers è ormai inarrestabile, si fa strada tra gli job titles anche quello di influencer (supportata dalla crescente importanza del social network fotografico Instagram), gli smartphones diventano ufficialmente un’estensione del nostro braccio. La trasformazione digitale coinvolge anche il mondo della musica: siamo ufficialmente nell’era dello streaming e il carburante di questi cambiamenti sono colossi della tech come lo svedese Spotify. Ma quali erano i pezzi che d’estate riempivano le nostre playlist preferite? Scopriamolo insieme!

✦ 2011
Impressionante il numero di hit sfornate quell’estate, molte frutto di collaborazioni. Adam Levine e Christina Aguilera ci entusiasmano con Moves Like Jagger, Pitbull e Jennifer Lopez rispondono con On The Floor, remix a sua volta di un altro tormentone, la Lambada. Jovanotti e Michael Franti fanno il botto con Sound of Sunshine, mentre di nuovo Pitbull, stavolta insieme a Ne-Yo, domina in radio con Give Me Everything. Regine dei party sono Danza Kuduro di Don Omar e Lucenzo e ovviamente Party Rock Anthem di LMFAO. Direttamente dal Brasile arrivano Michel Telò con Ai Se Eu Te Pego e Maria Gadu con la delicata Shimbalaie, dalla Romania invece arriva Alexandra Stan con Mr. Saxobeat. Shakira appare Rabiosa e Rihanna si cala perfettamente nei panni di un’assassina in Man Down. Top tormentone: ovviamente The Lazy Song di Bruno Mars. Più che un brano, uno stato d’animo.

✦ 2012
Il fascino delle canzoni brasiliane colpisce ancora. Stavolta l’Italia canta Tchê tcherere tchê tchê insieme a Gustavo Lima in Balada. Nei villaggi vacanze si ballano Ma Chérie di Dj Antoine e i vari remix del brano (tremendo) del Pulcino Pio. Payphone dei Maroon 5 in collaborazione con Wiz Khalifa e Summer Paradise dei Simple Plan insieme a Sean Paul faranno da colonna sonora ai tanti amori nati nella bella stagione. Ricordiamo anche la maliziosa Whistle di Flo Rida e la bellissima Somebody That I Used To Know di Gotye. Endless Summer di Oceana fa da sigla agli Europei di calcio e la cantiamo sperando settembre arrivi il più tardi possibile. Top tormentone? L’irresistibile Call Me Maybe di Carly Rae Jepsen.

✦ 2013
Un’estate piena di successi italiani quella del 2013. Romantica per Max Pezzali con L’Universo Tranne Noi, spensierata per Emma Marrone con Dimentico Tutto e divertente per Levante con Alfonso. Tra le più ballate, Applause di Lady Gaga, Burn di Ellie Goulding e Get Lucky dei Daft Punk. Katy Perry ci sprona a fare di meglio con Roar e gli Icona Pop insieme a Charlie XCX urlano al mondo che, anche se tutto va male, I don’t care, I Love It. In rotazione perenne Blurred Lines di Robin Thicke, I’m in Love di Olà e Just Give Me a Reason di P!nk. Ritorna anche David Guetta, che insieme a Ne-Yo e Akon dà vita al brano dance Play Hard. Top tormentone: Wake Me Up di Avicii, un brano che parla di gioventù, di errori e di speranza.

✦ 2014
E’ un’estate all’insegna dei good vibes grazie alla contagiosa Happy di Pharrel Williams. L’olandese Mr. Probz canta le onde del mare in Waves e il cielo estivo diventa A Sky Full Of Stars grazie ai Coldplay. Calvin Harris sceglie di chiamare la sua hit semplicemente Summer e Nico & Vinz si chiedono Am I wrong? Sia è da brividi in Chandelier e Katy Perry è a dir poco ipnotica, vestita da Cleopatra, nel video di Dark Horse. In Italia dominano le radio Cesare Cremonini con la splendida Logico e il sempre romantico Francesco Renga con Vivendo Adesso. Sam Smith implora Stay With Me, mentre il talento di Stromae, che canta Tous le Memes, ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Top tormentone: Bailando di Enrique Iglesias. C’è chi ammette di averla ballata almeno una volta e c’è chi mente.

✦ 2015
L’estate del 2015 habla decisamente español. Andiamo tutti pazzi per El Mismo Sol di Alvaro Soler e El Perdón di Enrique Iglesias e Nicky Jam. Tra gli artisti italiani, J Ax pubblica l’orecchiabile Maria Salvador insieme a Il Cile, Cesare Cremonini ritorna con Buon Viaggio (Share the Love) e Everytime dei campani The Kolors è ovunque tra radio e spot pubblicitari. Menzione speciale per Jovanotti e la sua L’estate Addosso. In discoteca si danza a ritmo di Lean On dei Major Lazer e Dj Snake, ma anche di Want To Want Me di Jason Derulo. Super catchy Cheerleader di Omi e Worth It delle sensualissime Fifth Harmony. Top tormentone: Roma-Bankok, la tratta più famosa dell’estate, frutto dell’inaspettata e azzeccatissima collaborazione tra Giusy Ferreri e Baby K.

Cosa ve ne pare di questi brani? Ce ne sono altri che secondo voi avremmo dovuto includere nella nostra carrellata? Fatecelo sapere! Smells Like Queen Spirit vi dà appuntamento a venerdì prossimo per riascoltare i tormentoni estivi degli ultimi cinque anni.

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5 canzoni classiche napoletane diventate leggenda!

La musica classica napoletana è diventata nel corso degli anni un marchio italiano che unisce gli abitanti di tutte le regioni, dal profondo Sud all’estremo Nord del Bel Paese. Sviluppatasi nel corso dell’’800 fino al secondo dopoguerra, ha prodotto un repertorio vasto e ricchissimo.

Chiunque, prima o poi, nel corso della vita si ritrova a cantare alla tavola di un matrimonio una canzone nata nel cuore di Partenope pur non conoscendone le parole! Noi di Smells Like Queen Spirit abbiamo pensato a 5 titoli di canzoni classiche napoletane secondo noi imperdibili, e che non possono mancare nel repertorio di ogni italiano (ed ogni amante dell’Italia, in generale)!

1) Te voglio bene assaje

…e tu non pienze a me!

L’anno di nascita di questo brano è convenzionalmente considerato il 1839, infatti la sua origine ha dato vita a non poche speculazioni. Qualcuno ne riconosce come autore il poeta Raffaele Sacco, altri invece Gaetano Donizetti. I racconti portano questo brano da Napoli a Parigi, e ancora in Norvegia, per un ritorno in Italia nel 1956 con l’orchestra di Pippo Barzizza.

Da molti studiosi di storia della musica viene addirittura considerata la prima vera e propria canzone classica napoletana, che ha dato il via alla lunga lista che arricchisce il repertorio di questo genere. Cantato dalle massaie della città campana, è stato il primo brano della musica napoletana d’autore a partecipare alla gara canora della festa di Piedigrotta, ai tempi, evento prestigioso e attesissimo.

2) Funiculì Funicolà

Di pizzerie con questo nome ne abbiamo viste in tutti i Paesi da noi visitati! E scommettiamo che potete dire lo stesso anche voi lettori.

Ma chi ha scritto il brano forse più famoso della canzone napoletana? La risposta è: il giornalista Giuseppe Turco, nel 1880. A musicarla col motivo che viene in mente a chiunque non appena si leggono quelle due paroline è stato invece Luigi Denza.

L’ispirazione per questa canzone risale al 1879, anno in cui venne inaugurata la prima funicolare del Vesuvio, mezzo modernissimo, per l’epoca, che avrebbe consentito a chiunque di raggiungere la cima del famigerato vulcano.

Fun Fact: Esiste una versione in lingua olandese intitolata Jajem, divenuta una specie di canzone tradizionale dei Paesi Bassi, al punto che ogni anno viene suonata a Scheveningen, l’Aia, il primo di gennaio, mentre migliaia di folli corrono mezzi nudi sulla spiaggia per fare il primo bagno (gelato) nel mare del Nord.

3) Era de Maggio

Una canzone d’amore struggente e malinconica, ad oggi interpretata da nomi nazionali ed internazionali: Roberto Murolo, Mina, Noa, Mika. Si percepisce il dolore dell’addio e la volubilità del tempo, degli amori giovanili.

La canzone nacque da una poesia di Salvatore Di Giacomo, scritta nel 1885, messa in musica dal Maestro Mario Pasquale Costa.

4) O’ Sole Mio

Una canzone napoletana finita su Billboard Hot 100? Ce l’abbiamo, ed è proprio O’ Sole Mio. Incisa da Elvis Presley in inglese, col titolo di It’s now or never, resta in prima posizione dopo il lancio pubblico per cinque settimane. Il brano spopola in tutto il mondo negli anni ’60, ma la sua storia, come potete immaginare, è un po’ più datata.

Il testo risale infatti al 1898, firmato da Giovanni Capurro. La composizione musicale invece fu opera di Eduardo Di Capua.

Le origini di questa canzone si vocifera siano collegate alla reginetta di bellezza Anna Maria Vignati-Mazza.

Ma sapevate che il brano è ancora sotto copyright? Resterà infatti proprietà della casa discografica Bideri fino al 2042!

5) ‘O surdato ‘nnammurato

Che? Riusciamo quasi a vedere i non-campani (e forse anche qualche campano!) storcere il naso.

Non ne avete mai sentito parlare? Beh, vi sorprenderemo!

Questo è il titolo del brano che notoriamente viene riconosciuto come Oje vita, oje vita mia!, vero e proprio timbro di riconoscimento di Napoli, della sua città, e della sua squadra calcistica che, nel 2013, ha dichiarato questo brano, in una versione rivisitata, il proprio inno ufficiale.

Nelle celebrazioni da Roma in giù è un vero e proprio must, si festeggia cantando a squarciagola il ritornello di questa canzone. Le sue origini? 1915. L’autore del testo è Aniello Califano, la composizione musicale è invece firmata da Enrico Cannio.

O’ surdato ‘nnamurato è arrivata sul palco di Sanremo nel 2011, interpretata da Roberto Vecchioni, ma tra gli altri, hanno prestato la voce a questa canzone anche Enzo Jannacci e Massimo Ranieri.

E voi, le conoscevate tutte vero?

Fatecelo sapere in un commento, e magari suggeriteci come ampliare la nostra lista. Quali altre canzoni classiche napoletane sono imperdibili, secondo voi?

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20 anni di tormentoni estivi: 2000/2005

C’è stato un tempo in cui le nostre estati erano scandite dalla pubblicità del cornetto Algida, dalle suonerie improbabili per i Nokia 3310 e dal Festivalbar. Megan Gale turbava il sonno degli italiani sulle note di Maria nel celebre spot della Omnitel che intanto vendeva miliardi di Summer Card, dando la possibilità a noi adolescenti di inviare centinaia di SMS al ragazzo o alla ragazza del momento. Avreste mai pensato che un giorno avremmo provato nostalgia per tutto questo?

Noi di Smells Like Queen Spirit Mag abbiamo deciso di farvi fare un tuffo nel passato e di dedicare quattro articoli ai tormentoni estivi degli ultimi vent’anni, iniziando dagli anni che vanno dal 2000 al 2005. Siete pronti? Il viaggio ha inizio!

2000
Abbiamo detto addio al walkman e dato il benvenuto ai cd, che iniziavano timidamente a farsi largo sulle bancarelle. Quell’anno ci siamo scatenati con Billy More sulle note di Up&Down, siamo stati sedotti dal timbro di voce di Tom Jones con la sua Sex Bomb e abbiamo rockeggiato con i Bon Jovi urlando It’s My Life. E se vi dico Vamos a bailar? Paola e Chiara hanno tenuto testa a Depende degli Jarabe De Palo, mentre il romano Piotta conquistava le classifiche italiche con La mossa del giaguaro.
Top tormentone? La banana, Dos Morenos.

2001
I balli di gruppo in salsa latina diventavano dei must di stagione, creando tormentoni celebri come Candela di Noelia. La minuta Kylie Minogue invece era decisa a mantenere il primato in classifica durante tutto l’anno con Can’t get you out of my head (ovvero la la la). Perché dopotutto, una regola base del tormentone è creare una hit con parole semplici e immediate . E di certo Valeria Rossi lo aveva capito benissimo, visto il successo ottenuto con il suo primo singolo Tre parole. Ma quell’ anno eravamo in fissa anche con La mia signorina di Neffa e Boy Band dei Velvet.
Top Tormentone? http://www.mipiacitu, Gazosa.

2002
In Italia, mentre Gianluca Grignani si inimicava i fan con una delle sue peggiori canzoni, L’aiuola, Tiziano Ferro diventava sempre più amato e popolare con la hit estiva Rosso Relativo. Ja sei namorar dei Tribalistas era la mia preferita, ma non disprezzavo la cantante colombiana Shakira che si faceva sempre di più largo, a colpi di fianchi, sulle note di Whenever Wherever.
Top tormentone? Sicuramente Asereje delle Las Ketchup, la canzone più nonsense di sempre.

2003
È stato l’ anno in cui Francesco Facchinetti si faceva chiamare Dj Francesco e andava allo sbaraglio cantando La canzone del capitano con una kitchissima bandana da pirata. Oltreoceano le cose non andavano meglio… vi ricordate Dj Bobo con Chihuahua? Ma per fortuna c’erano gli Jarabe De Palo con Bonito.
Tenetevi forte per il top tormentone: Obsesion degli Aventura. Il male.

2004
I Blue cantavano in italiano la dolcissima A chi mi dice ma a farci scatenare ci pensava lui, Caparezza, con Vengo dalla luna. L’ urlatrice bionda e occhialuta, Anastacia, cantava Left Outside Alone e Luca Dirisio ci invitava alla Calma e sangue freddo. Is It ‘cos I’m cool? era la domanda fissa di Mousse T. , ma come dimenticare la censurata Fuck it di Eamon, di cui esiste anche la versione italiana!
Top tormentone? Dragonstea Din Tei di Haiducii.

2005
Quell’ anno furono davvero tantissimi i tormentoni radiofonici: Estate dei Negramaro si aggiudicò il titolo di canzone da gita scolastica, ma anche Semplicemente degli Zero Assoluto era una delle più amate. In Italia spopolavano gli Sugarfree con Cleptomania e tutti impazzivano per Jovanotti e la sua Tanto tanto tanto. I Negrita cantavano Rotolando verso sud e tra le hit estive più amate c’ era Juanes con La camisa negra.
Top tormentone? Qui non ho avuto dubbi. Il posto d’ onore va a Daddy Yankee con Gasolina, un brano che di fatto non ha mai smesso di essere un tormentone.

E ora tocca a voi: quale altra hit estiva di quegli anni ricordate con affetto e nostalgia? Venerdì prossimo passeremo in rassegna gli anni che vanno dal 2006 al 2010.

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Che fine hanno fatto #3 – Zero Assoluto

Se siete nati intorno al 1990 e siete stati adolescenti all’alba del nuovo secolo è abbastanza improbabile che i vostri primi piccoli problemi di cuore non siano stati condizionati dalla visione di uno degli innumerevoli film di Federico Moccia, o magari dalle canzoni degli Zero Assoluto, che talvolta facevano parte proprio della colonna sonora dei suddetti film. È proprio a questo duo romano che dedichiamo il Che fine hanno fatto di questo mese: ricostruiamo la storia del loro successo e scopriamo cosa fanno oggi Matteo e Thomas!

Il loro sodalizio comincia sui banchi del famoso Liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove i giovani Matteo Maffucci e Thomas De Gasperi si incontrano e, accomunati dalla passione per la musica rap, decidono di lavorare a un progetto comune. Per Matteo la musica era già pane quotidiano: suo padre è stato infatti direttore del Festival di Sanremo per circa un ventennio, dal 1982 al 2000. La prima canzone di Thomas e Matteo è parte di una compilation dal titolo Nati per rappare e contiene già un riferimento al nome del progetto che li porterà al successo: si intitola infatti In due per uno zero. Il vero brano d’esordio risale però al 1999 ed è Ultimo capodanno, in collaborazione con il rapper Chef Ragoo. Il video vede protagonisti i calciatori della Roma, compreso il capitano Francesco Totti.

All’inizio degli anni duemila pubblicano alcuni singoli di discreto successo (Come voglio, Magari meno, Tu come stai) e un album, Scendi, del 2004. La vera e propria ascesa del duo comincia quando diventano conduttori della trasmissione Terzo piano, interno B su Hit Channel (oggi RTL 102.5 television). Dalla tv passano alla radio e conducono Suite 102.5, in prima serata dalle 21 alle 24 su RTL 102.5, rimanendo alla conduzione fino al 2008. La loro popolarità nell’ambiente radiofonico e musicale è ormai inarrestabile e nel 2005 esce il singolo Semplicemente che rimarrà in classifica per ben trenta settimane.

Nel 2006 partecipano al Festival di Sanremo nella categoria Gruppi con Svegliarsi la mattina, brano con il quale gli Zero Assoluto accedono alla finale (quell’anno solo otto canzoni su trenta sarebbero finite in finale). Svegliarsi la mattina è il singolo più venduto in Italia nel 2006 e diventa triplo disco di platino. Si aggiudica due dischi di platino anche il singolo successivo, Sei parte di me, con il quale gli Zero Assoluto vincono il premio rivelazione dell’anno al Festivalbar. Il duo è ormai amatissimo in Italia e nel 2007 si prepara a una preziosa collaborazione internazionale, quella con la cantante Nelly Furtado che incide con i due ragazzi romani il brano di grande successo All Good Things (Come to an End). Si esibiscono con la Furtado anche in una delle serate del festival di Sanremo 2007, al quale partecipano con la canzone Appena prima di partire, classificatasi nona. La canzone verrà incisa anche in inglese, insieme alla Furtado, con il titolo Win or Lose, destinata al mercato francese e tedesco.

I successi Semplicemente, Svegliarsi la mattina e Sei parte di me fanno parte dell’album Appena prima di partire, uscito il 2 marzo 2007 e diventato disco di platino con oltre 100.000 copie vendute. Tre brani di quest’album, ovvero Seduto qua, Semplicemente e Quello che mi davi tu vengono inseriti nella colonna sonora nel film Scusa ma ti chiamo amore, tratto dall’omonimo romanzo di Federico Moccia. Il 2009 è un altro anno pieno di highlights per il duo romano: esce infatti, ad aprile, Sotto una pioggia di parole – Appunti disordinati di un disco, il loro primo libro scritto in forma di diario, ma soprattutto esce a maggio il loro terzo album in studio, Sotto una pioggia di parole, che diventa ben presto disco d’oro ed è anticipato dal brano tormentone Per dimenticare. Gli altri singoli estratti sono Cos’è normale e Grazie.

Nel 2010 vengono scelti nuovamente da Federico Moccia per la colonna sonora di un film, stavolta di Scusa ma ti voglio sposare. Negli anni duemiladieci pubblicano ben tre album, ma con nessuno di questi il duo riesce a eguagliare il successo di Appena prima di partire e Sotto una pioggia di parole. Nel 2011 esce l’album Perdermi, anticipato dal singolo Questa estate strana, mentre nel 2014 esce Alla fine del giorno, trainato dai singoli All’improvviso e Adesso basta. Nel 2016 gli Zero Assoluto tornano al festival di Sanremo con il brano Di me e di te, eliminato prima della finale. Di me e di te è anche il titolo del loro sesto album in studio, uscito un mese dopo la fine del Festival.

E’ proprio dall’uscita di Di me e di te che gli Zero Assoluto sono spariti dalla circolazione. In questi anni Thomas e Matteo hanno infatti dato la priorità ad altri progetti, in entrambi i casi nel mondo del digitale. Matteo ha fondato la One Shot Agency, un’agenzia che segue youtuber, instagrammers e affini, ma anche cantanti (ad esempio Alessio Bernabei). Matteo è anche uno scrittore e ha pubblicato nel 2018 il libro Rivoluzione Youtuber, sogni e affari, le star del web si raccontano. Thomas ha invece fondato Mkers, una società sportiva per e-sporters, ovvero giocatori professionisti di videogiochi. Nonostante si stiano dedicando ad altro, gli Zero Assoluto non hanno rotto con il loro passato da popstar né con la musica e questo emerge dal loro profilo Instagram sul quale sono molto attivi. I due non perdono occasione di sottolineare il legame ancora forte con la musica e annunciano persino di avere progetti per il futuro. Non ci resta che attendere pazientemente il loro ritorno!

Direi che anche oggi abbiamo fatto il pieno di nostalgia! Quale artista ti piacerebbe fosse il protagonista del prossimo Che fine hanno fatto? Faccelo sapere!

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Nina

Questo mese abbiamo deciso di dedicare Discovery Woman, la nostra rubrica sulle donne che hanno rivoluzionato il mondo attraverso la loro musica, a Nina Simone, una donna che ha utilizzato tutte le sue energie per gridare al mondo che equità significa giustizia. Black lives matter.

Eunice Kathleen Waymon nasce a Tryon, nella Carolina del nord. La bambina è la sesta di otto fratelli afroamericani. La passione per la musica è il motore che muove i suoi primi passi, e quelli delle sorelline. Le bambine ben presto iniziano a cantare in chiesa ogni settimana, si fanno chiamare Waymon Sisters.

Eunice cresce, il suo talento è sempre più evidente. Così, inizia a prendere lezioni di piano. Lezioni che vengono finanziate dalla comunità nera di Tryon, che la sosterrà economicamente anche in un secondo momento, e cioè quando il talento di Nina la condurrà a New York per completare la sua formazione musicale. Suona nei locali, canta mentre si accompagna al pianoforte, ispirandosi alle atmosfere già cantate da Billie Holiday. A New York conosce il jazz, e se ne innamora. A New York nascerà un’artista immortale, il giorno in cui Eunice Kathleen Waymon deciderà di cambiare il suo nome in quello che verrà scolpito nella pietra incrollabile del tempo. Nina Simone.

Perché, Simone? Perché Eunice era una ragazza piena di passione, brillante, acculturata, e decise di crearsi un nome d’arte omaggiando Simone Signoret, attrice e scrittrice francese, che amava alla follia. 

Nel 1958 debutta con il suo primo album, Little Girl Blue, la sua fama cresce. Nel 1960, la voce di Nina Simone è arrivata oltreoceano. I suoi singoli sono dei successi incontrastati nel Regno Unito e non solo: anche in Belgio e Paesi Bassi, Stati non anglofoni, le classifiche vengono dominate da questa ragazza nera di Tryon.

Ma mentre la sua carriera musicale decolla, c’è qualcosa che scatta dentro di lei. Era una bravissima pianista classica. Perché non è riuscita a fare successo come tale?

Il motivo recondito è nello specchio, e adesso diventa visibile più che mai.

Nina Simone è una ragazza americana che sognava di diventare una concertista classica. Ma essere una ragazza americana nera è sigillo di una regola scontata, una regola imprescindibile, una regola per cui il colore della tua pelle arriverà sempre prima di te e in qualche modo ti pregiudicherà.

E Nina se ne accorge. Se ne accorge per il sangue che, ancora negli anni ’60, viene versato, per gli afroamericani che vengono uccisi, per il suo sogno non realizzato appieno. La decisione è inevitabile: la sua musica parlerà per chi non può farlo e domanderà giustizia per un’equità che non c’è.

I testi da lei scritti sono espliciti, invitano alla rappresaglia anti-razzista. In Mississippi Goddamm denuncia il quadruplice omicidio di ragazze morte in un attentato a sfondo razziale. Old Jim Crow esprime tutta la crudeltà di un sistema vivo e vegeto che si millanta superato e che invece si strascicherà ancora per molti anni. L’impegno di Nina Simone diventa il suo obiettivo principale. Si avvicina alle posizioni di Malcolm X, del Black Power. Stringe un’amicizia proficua con l’attivista e drammaturga nera Lorraine Hansberry, scrittrice del romanzo A Raisin in the Sun, romanzo in cui si racconta battaglia legale della famiglia della scrittrice combattuta aspramente contro le leggi di segregazione razziale, a Chicago.

Persona dalla vastissima cultura, Nina Simone decide di reinterpretare anche voci del teatro. Attraverso Pirate Jenny, da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, infatti, Nina dipingerà la protagonista del racconto come una donna che incita alla rivolta contro il sistema razzista.

Constatato lo scarso interesse delle forze speciali americane, FBI e CIA, nel risolvere le problematiche relative alle sperequazioni razziste, Nina decide di lasciare gli Stati Uniti, anche se questo abbandono comporta anche un allontanamento dalle scene per qualche tempo. Vivrà alle Barbados prima, e poi in Liberia, Egitto, Turchia, e persino in Europa. Vivrà infatti anche nei Paesi Bassi e in Svizzera.

Torna a farsi sentire per un breve periodo di tempo, e nel 1978 pubblica l’album Baltimore, con un omaggio ad un brano di Randy Newman, musicista noto per i suoi testi satirici e graffianti, oltre che per le sue colonne sonore (è infatti l’autore della nota colonna sonora che anima la saga disneyana Toy Story –Sì, sto proprio parlando di Hai un amico in me!). Si ritira a vita privata nuovamente fino a quando Chanel, negli anni ’80, utilizza un suo brano come sottofondo per uno spot: My Baby Just Cares For Me. La traccia era ormai vecchia di trent’anni, ma rispolverarla si dimostra una mossa vincente: ecco che Nina Simone ritorna in testa e senza troppo sforzo in cima alle classifiche europee di Gran Bretagna, Paesi Bassi, Svizzera, Austria e Francia. I suoi dischi sono richiesti e ristampati a migliaia.

Nina allora decide di riprende a fare musica, e il nuovo album viene celebrato con un’ode al suo ritorno Nina’s Back, che viene rilasciato nel 1989, seguito quasi immediatamente da Live&Kickin, album di musica dal vivo registrato a San Francisco.

Durante la sua incredibile vita, si è sposata due volte, ha avuto una figlia. È stata vittima di discriminazioni, abusi, ha perso il suo compagno nel 1980, C.C. Dennis, ammazzato da un criminale.

È morta a Carry-le-Rouet, in Francia, nel 2003. L’ha portata via un tumore al seno, dopo una lunga ed estenuante lotta. L’ennesima della sua vita.

Il suo ultimo desiderio era farsi cremare, perché le sue ceneri potessero essere sparse in Africa. La terra da cui i suoi antenati furono strappati, per essere condotti altrove, dove sarebbero stati schiavi, e da schiavi sarebbero passati ad indesiderati, emarginati, segregati.

Nina Simone trascorse tutta la sua vita battendosi perché la giustizia trionfasse. Purtroppo è morta prima che il suo sogno, quello di Martin Luther King, quello di tutti gli altri attivisti neri che combatterono al suo fianco, fosse realizzato.

Il nostro dovere, in quanto amanti della musica, in quanto amanti dell’arte, del bello, è perseguire e combattere ancora per quel sogno, che è il sogno di tutti. Senza giustizia, non c’è libertà.

Le vite dei neri contano. Contavano allora e contano adesso.

E Nina Simone, questo, lo sapeva molto bene.

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Buon compleanno Matt Bellamy! 5 curiosità sul frontman dei Muse

Matt Bellamy è il primo volto che mi viene in mente quando penso alla definizione di frontman. E’ un performer impeccabile, eccentrico quanto basta, dotato di grande carisma e di immenso talento. Nasce a Cambridge il 9 giugno del 1978 e cresce nella contea del Devon, nel sud dell’Inghilterra, dove ancora bambino impara a suonare il pianoforte e la chitarra. La storia dei Muse è saldamente intrecciata a quella della sua vita: i primi passi del gruppo risalgono già al 1994, quando un Matt Bellamy sedicenne decide di trasformare la sua band di liceali, i Rocket Baby Dolls, in un progetto più professionale che prenderà il nome di Muse. I ventisei anni di attività della band sono un tripudio di spettacolari performance e audaci sperimentazioni, che portano la band ad attraversare e fare propri una serie di generi musicali, dal rock alternativo alla musica elettronica, passando per la musica classica e il rock più progressivo.

Oggi, nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno, celebriamo questo grande performer e vi sveliamo cinque curiosità su di lui. Siete pronti a scoprirle?

  1. E’ un chitarrista strepitoso. Il diciannovesimo miglior chitarrista di sempre secondo il sito di news musicali britannico Gigwise. Per i lettori di Total Guitar, il riff di Plug in Baby è il tredicesimo miglior riff di sempre e la rivista, nell’edizione del gennaio 2010, l’ha eletto persino chitarrista del decennio, definendolo l’Hendrix della sua generazione. Anche BBC Radio 6 segue questa linea e proclama Bellamy miglior chitarrista degli ultimi trent’anni.
  2. Bellamy detiene il Guinness Word Record per numero di chitarre distrutte in tour. Il record di 140 è stato stabilito durante l’Absolution Tour, svoltosi tra il 2003 e il 2004.
  3. E’ un grande fan di Jeff Buckley, a cui da sempre si ispira soprattutto per quanto riguarda l’uso della voce e l’estensivo uso del falsetto, con il tempo diventato uno dei suoi tratti distintivi. Ha recentemente acquistato la leggendaria chitarra Fender Telecaster che Buckley utilizzò per registrare l’iconico album Grace. Bellamy ha in mente di utilizzarla per la registrazione del prossimo album in studio dei Muse.
  4. Fa parte, come bassista, di una band tributo ai Beatles, The Jaded Hearts Club, della quale fanno parte anche Miles Kane e Graham Coxon.
  5. E’ molto legato all’Italia. Bellamy ha avuto una relazione, durata ben nove anni, con una psicoterapeuta italiana; insieme a lei ha vissuto per quattro anni sul lago di Como, a Moltrasio. La sua proprietà fu messa in vendita dopo la fine della relazione, avvenuta nel 2010, ma il cantante rimane molto legato al nostro paese. Ha fondato a Moltrasio anche il Bellini studio, lo studio di registrazione dove fu registrato anche The Resistance, l’album dei Muse uscito nel 2009.

Cosa ne pensi di Matt Bellamy? Conoscevi queste curiosità su di lui?

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Rising Sounds: Due Chiacchiere (online) con Valentina Polinori

Rising Sounds è la rubrica di SLQS dedicata agli artisti emergenti!

Valentina Polinori è una giovane cantautrice romana. Ha pubblicato da poco il suo secondo album, “Trasparenti”, di cui ha scritto testi e musica. Per gli amanti di Björk, Meg ed Elisa sarà amore al primo ascolto. La voce di Valentina è dolce, sognante, e le sue parole scorrono con incisione e delicatezza.

Cliccate qui per ascoltare il suo singolo “Bosco”.

La nostra chiacchierata è fissata per le 11 in punto di un lunedì mattina molto speciale per il nostro Paese, l’Italia sta iniziando a piccoli passi la sua ripresa.

Ma ecco che i mezzi digitali, sui quali abbiamo affidato ogni momento dei passati due mesi, ci abbandonano, e dopo qualche goffo ed inefficace tentativo di lotta titanica ed achabiana con la tecnologia, finalmente l’allegra suoneria di Skype ci informa che non tutto è perduto.

Valentina ride, e nel giro di pochi attimi da una banale, e forse un po’ freddina, intervista, si passa ad una chiacchierata esplorativa, che, proprio come le sue canzoni, lascia entrare in un mondo familiare e allo stesso tempo tutto nuovo.

Come stai, Valentina?

Mah, devo dire che adesso sto piuttosto bene. Certo, sono stati dei mesi difficili, ma sono assolutamente in ripresa. Ho vissuto la quarantena da sola, quindi devo ammettere che è stato un po’ impegnativo. Adesso però sto rivedendo tutte le persone a me vicine ,quindi sono molto contenta.

Iniziamo a parlare di musica. Ci sono per caso degli artisti italiani, o anche internazionali, a cui ti ispiri?

Non parlerei tanto di ispirazione. Ascolto moltissima musica, tanti cantautori. Forse recentemente, rispetto al passato, ascolto un po’ meno musica italiana, ma tra i miei preferiti sicuramente ci sono i cantautori classici italiani, come Dalla, o Samuele Bersani. Negli ultimi tempi anche Colapesce, e cantautori indie, come Gazelle. Non so se li definirei punti di riferimento, ma tutti gli artisti che sento sono parte del mio mondo.

Quindi anche i tuoi gusti musicali spaziano molto.

Assolutamente. Dall’hip-hop al jazz, al rock!

Riusciresti a scegliere un tuo artista preferito?

Oddio! In passato forse ti avrei detto i Daughter, loro mi piacciono molto. Però oggi mi rendo conto che ascolto e amo tanti di quei musicisti che una risposta netta sarebbe difficile!

Adesso parliamo di te come artista. Come nasce un tuo pezzo?

Non c’è un vero procedimento costante. Ci sono delle idee che possono nascere in qualsiasi momento, ovunque mi trovo. E appena posso, ecco che provo a scrivere accordi e melodia. Tendenzialmente, se scrivo prima il testo, forse il processo è più veloce, perché ho già un’idea in mente. Ma è diverso per ogni volta.

Dipende tanto anche dal periodo, in effetti. A volte mi metto lì e scrivo, e altre volte no, è molto variabile.

Com’è stato, invece, il tuo percorso nel mondo della musica?

Ho iniziato da piccolina a studiare pianoforte, e ho fatto un anno di conservatorio da adolescente. Poi, però, ho lasciato e ho iniziato a studiare la chitarra da autodidatta, intorno ai vent’anni. Da lì, ho iniziato a scrivere i pezzi, gradualmente. È iniziato tutto davvero quando mi sono approcciata alla chitarra.

Parliamo del tuo futuro. C’è già qualcosa in programma?

Sì! Sto scrivendo delle cose nuove, e spero di far uscire qualcosa di molto presto a dire il vero. Non so ancora se un disco o qualcosa di singolo. Cerco sempre di tenermi attiva, non mi sono mai fermata. Vi aggiornerò!

La vita tra mondo della musica e mondo esterno alla musica può portare ad esperienze molto diverse. Qual è il ricordo più bello della tua vita tra palco e accademie?

Quando ero all’università ero un po’ meno attiva a livello musicale. Quello che poi è andato a combaciare con la musica per davvero è stato il mio lavoro. A volte è difficile mettere la stessa energia in entrambe le cose, ma devo anche dire che è una gran bella soddisfazione quando alla fine della giornata lavorativa riesco a suonare e dare il massimo. È una sensazione bellissima, quindi penso proprio sia questo.

Hai vissuto in diverse città d’Europa. Ce n’è forse una in cui sei riuscita a sentirti più a tuo agio come artista? Più compresa, musicalmente parlando?

In realtà, ti dirò, Roma offre un ambiente molto ricco. E quindi sì, direi Roma. Scrivendo in italiano è anche più semplice trovare qualcuno che possa comprenderti, non solo per un ascolto superficiale. Ma devo dire che due anni fa mi è capitato di suonare a Vienna, una mia amica mi ha invitato lì per partecipare ad un evento. Ed è stato molto bello, perché spiegavo in inglese di cosa avrebbero parlato i pezzi che poi ho cantato in italiano, e c’è stato un ascolto molto attento, molto particolare. Incredibilmente, fuori dall’Italia, Vienna!

Di tutto il tuo percorso, c’è qualcosa che rifaresti?

Tutto. Non c’è qualcosa di cui mi pento, anzi, a dire il vero forse faccio anche troppo! In fondo, tutte le scelte che ho fatto le ho fatte perché spinta dal desiderio di arrivare ai miei obiettivi. Quindi non ho rimorsi per aver rinunciato a qualcosa, né rimpianti per cose che non rifarei. Tutto mi ha portato là dove volevo andare.

Qual è il sogno nel cassetto di Valentina Polinori-cantautrice?

Continuare a suonare e scrivere il più possibile. Voglio farlo per sempre. Certo, in generale vorrei che la passione restasse viva. Se quella rimane, voglio continuare a suonare.

L’intervista è finita, ma Valentina ha detto una frase che mi ha molto colpito. È il bello degli scambi tra la gente, non sai mai dove possono portarti. Mi prendo un momento, e così, fuori programma, parliamo di passione per la musica e vita reale.

Il concetto di cui hai parlato adesso è molto interessante. “Vorrei che la passione restasse viva”. Per quanto sembri impossibile, infatti, non sempre musica e passione vanno di pari passo. E non tutti suonano per passione. In fondo, è la conseguenza naturale delle cose per chi ha scelto di farne un lavoro diverso da quello di scrittura e produzione di musica inedita.

Beh, lavorare in un altro ambito forse ti permette di mantenere nella musica un’attitudine particolare. Che sia il più possibile positiva. Non voglio crearmi aspettative ingombranti, ma voglio fare quello che mi va di fare. La mia musica è tutta passione, lo faccio per quella. È difficile, ma è il motore fondamentale.

La nostra chiacchierata si conclude sorridendo. È stata una conversazione di quelle che alla fine ti lasciano serenità, perché ci si sente arricchiti. Così io e Valentina ci salutiamo, ritornando al nostro lunedì nelle rispettive città, ringraziando i mezzi digitali per non averci ostacolate dopo i singhiozzi iniziali, e soprattutto aspettando di ascoltare le novità che ci ha promesso, in attesa di poterci incontrare, questa volta di persona, per la prossima intervista.

(Tutte le foto sono di Davide Fracassi)

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Napoli Liberata

9 maggio. Un motivetto fischiettato si è legato inscindibilmente a questa data, ed in qualche modo l’ha resa simbolo di una celebrazione di Napoli, che in quelle poche note ha recuperato la dignità di essere. Per questo, oggi, abbiamo deciso di dedicare un articolo a Liberato, l’anonimo cantante in felpa scura che sta spopolando sul web da ormai tre anni.

Una rosa bianca su sfondo nero. Si firma così, e nessuno ne conosce il volto.

Liberato compare per la prima volta il 14 febbraio del 2017. Cattura l’attenzione di una fascia di ascoltatori, e nel corso di quello stesso anno, mentre i suoi pezzi a poco a poco acquistano una popolarità sempre maggiore, il volto di questo giovane cantante resta un mistero.

Speculazioni sulla sua identità non tardano ad ammassarsi, le correnti di pensiero si spaccano tra loro, alimentate dalla confusione e da abili giochi probabilmente ideati dal management dell’artista: sarà Calcutta? Livio Cori? Esiste davvero Liberato?

Passano i mesi, nessuno lo scopre. Iniziano le esibizioni dal vivo, e durante tutti i suoi concerti Liberato è accompagnato sempre da diversi sosia, che ne impediscono l’identificazione. Persino durante il suo spettacolare ingresso al primo concerto in assoluto, 9 maggio 2018 (e chi scrive, quel giorno, era presente), Liberato raggiunge il palco allestito a Napoli, sul Lungomare, tramite una barchetta, sulla quale però non viaggia da solo: insieme a lui, infatti, ci sono altri cinque “Liberato”, rigorosamente in felpa e a viso coperto.

In un’unica intervista, concessa a Rolling Stones tramite e-mail viene confermato il suo nome e la città natale, Napoli. Tutto qui. L’anonimato viene conservato con aura sacralità.

Ed anche noi di Smells Like Queen Spirit rispetteremo questa sacralità.

Oggi, infatti, non discuteremo del giallo che a tutti i costi mira a smascherare il volto nascosto sotto il cappuccio dell’ormai iconica felpa scura, no. Oggi parleremo del motivo per cui Liberato è essenziale per la rivalutazione di Napoli e della Campania, per la visione sia intrinseca che estrinseca di questa regione.

La storia di Napoli, di glorie storiche passate, di esoterismo e poesia, perde rovinosamente gli splendori antichi a partire dall”800. In seguito all’Unità d’Italia, quelle pagine di fasti si arricchiranno di rovinosi dissesti, organizzazioni e gestioni disastrose, così come un po’ dovunque in tutto il Sud del nostro Paese.

Nell’immaginario comune, Napoli è troppo spesso legata a preconcetti e pregiudizi. C’è crimine, immondizia, c’è paura, povertà. C’è sole, mare, pizza, cuore. Gente retrograda, pigra.

Macchiette che si appiccicano alla nostra provenienza, che delegittimano il diritto di essere individui con le proprie peculiarità.

Certo, purtroppo, queste considerazioni sono radicate un po’ dovunque, sia fuori dai confini campani che al proprio interno.  

Ma perché ne parliamo su un magazine musicale? In che modo Liberato e la sua musica elettronica indie-pop e catchy si legano a questo discorso?

Perché Liberato e la sua musica elettronica indie-pop e catchy hanno restituito a Napoli il rango di città reale. Come?

Testi che recuperano letterature passate e presenti, e che a tratti ricordano le ambientazioni all’interno delle Leggende Napoletane raccolte da Matilde Serao, che raccontano storie magistralmente portate alla vita dai video-clip eccezionali diretti da Francesco Lettieri.

Sullo sfondo di paesaggi magnifici, i personaggi di diversa astrazione sociale ritratti, ora con crudezza, di tanto in tanto volgarità, sopra ogni cosa ostentano una disarmante normalità.

In che modo? Non ritraendo altro che banale, banalissima vita quotidiana.

La vita di chiunque. Dell’uomo comune. Che non è speciale, non è unico, è uno fra tanti.

Ed essere uno fra tanti è un enorme lusso, e a Napoli, ai “personaggi di Napoli”, brutalmente depauperati dell’essere da sé, in funzione dell’essere-in relazione allo stereotipo, questo lusso non era concesso.

Ma Liberato ha cambiato questa condizione.

Perché in quei testi, in quei video-clip, finalmente Napoli smette di essere antologia di stereotipi e riacquista la dignità di una città vera, una città in cui si vive e si ama, si odia, si sbaglia. Scevra dai dettami di chi la vorrebbe una città di assoluta povertà o assoluti sorrisi, di crimini e scippi o sole e mare, questa Napoli fischia, si rivela, mentre il suo menestrello resta a volto coperto, suggellando un’alleanza mirata alla liberazione totale da quei clichés stucchevoli e melensi che ne vedrebbero solo lati positivi o al contrario negativi.

Il potere della musica si manifesta riverberando ed imponendosi anche sull’immaginario comune. È il miracolo dell’arte, e l’arte opera attraverso vie superiori.

Con la sua musica neppure troppo elaborata, non così complessa, non così aulica, Liberato ha liberato Napoli, e noi per questo lo ringraziamo. A volto scoperto.

A nome di tutti i figli di Partenope, quelli vicini e quelli lontani.

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Che fine hanno fatto #1 – Paolo Meneguzzi

Oggi inauguriamo su Smells Like Queen Spirit la più nostalgica delle rubriche. In Che fine hanno fatto parleremo di artisti che hanno riempito i pomeriggi post scuola di noi ragazzine nate intorno al 1990 e che son pian piano spariti dalle radio. Oggi ripercorriamo la carriera di Pablo ‘Paolo’ Meneguzzi, il sex symbol con la faccia da bravo ragazzo da due milioni di dischi venduti che ci faceva sospirare davanti alla Mtv di un tempo, quella dei video musicali, di Scrubs e Total Request Live. 

Non tutti sanno che la carriera dell’artista Ticinese inizia in Cile. Paolo partecipa infatti al Festival Viña del Mar nel 1996 come rappresentante dell’Italia e lo vince, diventando una star della musica sudamericana. Il debutto in Italia avviene soltanto nel 2001, quando Paolo si unisce alle nuove proposte del Festival di Sanremo con il brano Ed io non ci sto più, arrivando settimo. Non è certo un inizio con il botto, ma recupera quella stessa estate vincendo Un disco per l’estate con la canzone Mi sei mancata.

Nel 2002 pubblica il singolo di successo In nome dell’amore, ma è il 2003 l’anno della consacrazione. Il singolo Verofalso monopolizza le radio, stessa cosa che accadrà con Lei è, il brano dedicato a sua madre. Lei è darà anche il nome all’album, il secondo in italiano dopo Un sogno nelle mani. Nello stesso anno prende parte al Vodafone Live Tour organizzato da RTL 102.5 e partecipa assiduamente al Festivalbar, come anche nel 2004. Il 2004 è anche l’anno della seconda partecipazione al Festival di Sanremo, stavolta nella categoria Big, con Guardami negli occhi (prego) che gli vale il quarto posto nella classifica finale. Torna al festival anche nel 2005 con Non capiva che l’amavo. Non arriva in finale, ma il brano riscuote grandissimo successo. Nello stesso anno esce il terzo album Favola al quale Paolo fa seguire un omonimo tour tra Svizzera e Italia.

La quarta partecipazione al festival è nel 2007 con il brano Musica. Arriva settimo, ma ottiene le lodi di Pippo Baudo, che definisce il brano ‘il manifesto del festival’. Musica è anche il titolo del quarto album, uscito a marzo. Partecipa per la quinta e ultima volta al festival nel 2008, classificandosi sesto con il brano Grande, scritta insieme a Gatto Panceri. Segue a questa partecipazione l’uscita del quinto album, Corro via. Qualche mese dopo calca invece un palco internazionale, quello dell’Eurovision, dove rappresenta la Svizzera con il brano Era Stupendo, arrivando in semifinale. Nel 2009, dopo 8 anni di successi in Italia, Paolo decide di concentrarsi di nuovo sul resto del mondo, tentando una conquista del mercato discografico statunitense con l’album Mùsica, per poi tornare al mercato italiano nel 2010 in una nuova veste elettropop. Esce l’album Miami, anticipato da singolo Imprevedibile. Nel 2011 celebra dieci anni di sfolgorante carriera in Italia con una raccolta, Best of: sei amore

Negli anni successivi la visibilità di Paolo diminuisce considerevolmente, ma il cantante non smette di fare musica. E’ attivo nel mercato statunitense e sudamericano, partecipa all’album benefico di Enzo Iacchetti Acqua di Natale e, dopo diversi slittamenti, nel settembre 2013 esce l’album Zero, anticipato dal singolo Fragile. Fragile porta la firma del cantautore Tony Maiello ed è scaricabile in formato digitale già dal settembre del 2012. Fa parte dell’album Zero anche il brano La vita cos’è, al quale hanno collaborato Matt Howe (tecnico di Elton John, Michael Jackson e di Meneguzzi) e Max Marcolini (chitarrista e arrangiatore per Zucchero). Il 2014 vede Paolo impegnato in una serie di tour: comincia con una mini tournée in Cile, prosegue con l’estivo Fantastico Zero Tour in Italia, chiude con un tour in sud America. Nel 2015 si dedica a un progetto diverso, l’apertura della Pop Music School a Mendrisio, suo paese d’origine, non trascurando la scrittura di nuovo materiale, sebbene limitato ad alcuni singoli sparsi: Sogno d’estate (2016), Lunapark (2018) in collaborazione con il rapper ticinese Maxi B, Estate rock & roll (2018) realizzata con il cantautore Simone Tomassini (che in molti ricorderanno solo come Simone), Supersonica (2019).

Il 3 aprile 2020 pubblica sul suo profilo Instagram un video di qualche secondo in cui annuncia l’uscita del suo nuovo singolo Il Coraggio aggiungendo ironico <<non ditelo a nessuno, tanto nessuno ci crede>>. Il video impazza sui social, tra chi crede sia un pesce d’aprile in ritardo e chi commenta i segni del tempo sul suo volto. Paolo oggi ha 43 anni, è padre e ha persino comprato un bar. Appare certamente diverso da come ce lo ricordavamo ma, si sa, il tempo passa per tutti.

Qui potete vedere il video di Il Coraggio, che Paolo ha girato in casa sua insieme a suo figlio Leonardo.

Anche voi canticchiate ancora le canzoni di Paolo? Quali artisti vorreste vedere prossimamente protagonisti della nostra rubrica?

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5 film sulla musica che non puoi non aver visto

(English version below)

Gli incontri tra il mondo della musica e quello del cinema hanno sempre il loro perché. Dopo i documentari musicali da non perdere su Netflix (che potete trovare qui), oggi abbiamo deciso di proporvi cinque film sulla musica che vi faranno cantare ed emozionare. Prendete i pop corn e mettetevi comodi!

Rocketman (2019). Cominciamo questa carrellata con un film da Oscar. Diretto da Dexter Fletcher, Rocketman si é infatti aggiudicato l’ambita statuetta per la miglior canzone con il brano (I’m gonna) Love me again. Si tratta del film sulla vita di Elton John, interpretato magnificamente da Taron Egerton. Il film ripercorre la difficile infanzia di Reginald, l’amore per la musica, l’ascesa e la trasformazione nella rockstar Elton che tutti conosciamo. Ci vengono mostrati anche i lati meno glamour della scalata al successo, come i gravi problemi con la droga che Elton ha dovuto affrontare nei primi anni di carriera. Un ritratto splendido dell’uomo e dell’artista che non potete perdervi.

Yesterday (2019). Come sarebbe il mondo se non fossero mai esistiti i Beatles? Con Yesterday possiamo farci un’idea. Il film ha per protagonista l’aspirante cantautore Jack Malik (Himesh Patel), che in un mondo dove i Beatles non sono mai esistiti é l’unico a sapere le canzoni. Nel cast anche Ed Sheeran, nei panni di sé stesso. Il film si trasforma mano a mano in una commedia romantica dal finale abbastanza prevedibile, ma in compenso riesce nel tentativo di far ridere e di farci riflettere sull’enorme impatto che i Beatles hanno avuto sulla nostra cultura. Anche le interpretazioni di Himesh Patel dei pezzi dei Fab 4 non sono niente male. La regia è affidata a Danny Boyle.

Quando l’amore brucia l’anima – Walk The Line (2005). Questo film, diretto da James Mangold, è basato sulle autobiografie del grande cantante country americano Johnny Cash, interpretato da Joaquin Phoenix. Ripercorriamo la sua vita prima del successo, l’ascesa e la tormentata relazione amorosa con June Carter, interpretata da Reese Whiterspoon che per la sua performance vinse l’Oscar come migliore attrice. La colonna sonora include i brani I Walk the Line, Cry Cry Cry, It Ain’t me Babe – tutti egregiamente interpretate dagli attori.

Ray (2004). Uno splendido ritratto del cantante e pianista statunitense Ray Charles, interpretato da Jamie Foxx che per questo ruolo si aggiudicò l’oscar come migliore attore. Ray Charles purtroppo non riuscì a godersi il film sulla sua vita: Ray uscì infatti a settembre del 2004, solo 4 mesi dopo la morte dell’artista. Una vicenda che ispira, entusiasma e insegna che il talento e la passione non conoscono ostacoli. Regia di Taylor Hackford.

Tommy (1975). Questo film del 1975 diretto da Ken Russell celebra quella che viene considerata la prima opera rock della storia, l’album Tommy dei The Who, uscito nel 1969. Stilisticamente apprezzato per essere un’antologia del cinema inglese degli anni quaranta-settanta, il film vanta inoltre un cast stellare con grandi nomi del mondo della: Jack Nicholson, Elton John, Tina Turner, Eric Clapton, Robert Powell e gli stessi The Who. Il film racconta la difficile vita di Tommy, che ispirò l’album della celebre rockband britannica.

E voi, avete visto questi film sulla musica? Vi sono piaciuti? Quali sono i vostri preferiti?

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5 movies about music that you should absolutely watch

When music and film meet, the result is always pretty fascinating. We have already posted about music documentaries on Netflix that you can’t miss (you can find them here), today we decided to tell you about five movies about music that will make you sing and get emotional. Get yourself some popcorns and sit back!

Rocketman (2019). We would like to start with an Oscar movie. Directed by John Fletcher, Rocketman has been awarded with the precious little statue for Best Song for (I’m gonna) Love me again. This movie is about the life of Elton John, wonderfully played by Taron Egerton. The movie tells the story of his childhood as Reginald, his love for music, his success and the transformation into Elton, the rockstar everybody knows. We also get to see the less glamour sides of success, like the drug problems Elton had to deal with during the first part of his career. A beautiful portrait of the man and the artist that you can’t miss.

Yesterday (2019). What would the world be like if The Beatles never existed? With Yesterday we can get an idea. The film tells us the story of the wannabe singer and songwriter Jack Malik (Himesh Patel) who, in a world where The Beatles never existed, is the only one that knows their songs. It also stars Ed Sheeran, who plays himself. The movie gradually turns into a romantic comedy with an ending that is also pretty predictable, but it sure makes you laugh and it makes you understand that the impact The Beatles have had on our culture is huge. Himesh Patel’s performances of the Fab 4 songs are not bad at all. The film has been directed by Danny Boyle.

Walk The Line (2005). This movie, directed by Hames Mangold, is based on the autobiography of the great American country singer Johnny Cash, played by Joaquin Phoenix. The movie tells us the story of his life before he became popular, his success and the tumultuous love story with June Carter, played by Reese Whiterspoon, who won an Academy Award as Best Actress for this role. The soundtrack includes I Walk the Line, Cry Cry Cry, It Ain’t me Babe – all wonderfully performed by the actors.

Ray (2004). A magnificent portrait of the American singer and pianist Ray Charles, played by Jamie Foxx who won for this performance an Academy Award as Best Actor. Sadly Ray Charles could not enjoy the movie about his life, in fact Ray was released in september 2004, only four months after the artist passed away. An inspiring and exciting story, it teaches us that with enough talent and passion you can overcome anything. Directed by Taylor Hackford.

Tommy (1975). This 1975 movie, directed by Ken Russel, celebrates what is considered to be the first rock opera of history, The Who‘s album Tommy, released in 1969. The film is considered to be a little anthology of the English film between the forties and the seventies and the cast features some great names of the history of music and film: Jack Nicholson, Elton John, Tina Turner, Eric Clapton, Robert Powell and obviously The Who. The movie is about Tommy’s difficult life, which inspired the famous English rockband to create this record.

Have you seen this movie? Did you like them? Which are your favorite?

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Recuperiamo gli Squallor, poeti osceni e contrabbandieri di buon umore

A me piace l’oscenità; mi annoia invece la volgarità, che è cattivo gusto e basta. (…) L’osceno è il sublime. Moana Pozzi

In giorni difficili come questi, la gente si è affacciata al balcone e ha scoperto nuovi modi di condivisione. L’ho visto al Tg. Da nord a sud l’Italia canta il proprio repertorio musicale ma, di sicuro, il video che non vedrete mai al Tg sarà questo

Chi sono gli Squallor?

Milano, 1969. Quattro amici e discografici della CGD Records (etichetta musicale milanese, diventata poi Sugar) una domenica pomeriggio rimangono folgorati da un film che si chiama Il mio amico il diavolo (1967). In una scena del film, l’attore si esibisce cantando -ma senza cantare- su una ipnotica base musicale. Quella combinazione di voce parlata e musica farà scoccare la scintilla che darà vita al progetto Squallor. I quattro amici sono Giancarlo Bigazzi, Alfredo Cerruti, Daniele Pace e Totò Savio. Il loro lavoro è quello di comporre musica e parole per tantissimi artisti, tra i quali ci sono Massimo Ranieri, Mina, Umberto Tozzi, Gianni e Marcella Bella, Caterina Caselli e Loredana Bertè. Insomma, di giorno, una vera scuderia di fuoriclasse bazzica per gli uffici della CGD. Ma i quattro amici vi rimangono anche di sera e spesso si attardano lì anche dopo mezzanotte. Bevono, fumano, chiacchierano. Accendono i microfoni e improvvisano canzoni, senza mai registrarle. Parlano a ruota libera, usano parolacce e volgarità e scimmiottano il pop e la canzone d’autore che essi stessi producono. Un giorno però parte il registratore e si accorgono che quelle esternazioni improvvisate hanno la potenzialità di un disco. Nasce il primo LP Troia a cui ne seguiranno altri 13 fino al 1994, e tutti con titoli espliciti e copertine bizzarre, che alludono al sesso.

Il successo è immenso. Quei dischi vengono venduti alla velocità della luce. Gli Squallor piacciono, ma nessuno sa chi siano veramente, e quell’alone di mistero li rende ancora più accattivanti. In un’ Italia bacchettona che vota la DC è davvero sorprendente il successo dei quattro moschettieri delle “maleparole”. Di giorno gli Squallor sono professionisti integerrimi, di notte calano la maschera e dicono quello che pensano. Tra scherzi telefonici, denunce e rutti gli Squallor sono inarrestabili. La trivialità dei testi e il nonsense sono le basi per feroci attacchi al potere religioso, politico e economico, mentre le melodie, composte da Totò Savio, sono delle vere perle di musica d’autore.

Hanno addirittura varcato i confini dell’Italia con un successo diventato fenomeno europeo, grazie alla cantante belga Ann Christy. In Lussemburgo, Germania, Olanda, Francia e Belgio nel 1974 tutti cantano Bla Bla Bla ma non tutti sanno che a scriverla sono stati gli Squallor, come evidente parodia delle canzoni sentimentali francesi.

E’ difficile spiegare e spiegarsi il successo degli Squallor in una dimensione musicale in cui non esistevano ancora i social network e i reality. La televisione era perennemente al vaglio della censura e del buoncostume -era addirittura vietato pronunciare la parola divorzio!- e le radio non avrebbero mai trasmesso quei testi così sfacciatamente osceni. E nonostante tutto, ci sono riusciti e hanno avuto un grande successo. Sono stati i DJ, che hanno chiuso le loro serate con gli Squallor. Sono state tutte le denunce delle grandi aziende, a fare da promozione agli Squallor. Sono state le musicassette nascoste e vendute in autogrill a fungere da passaparola, nelle macchine degli italiani che le cantavano a memoria -rigorosamente in assenza delle mogli!- Sono stati quei ragazzini di 10 anni, che non capivano quei doppi sensi, ma riuscivano a percepire la filosofia di vita dei quattro contrabbandieri del buon umore pur nell’evidente oscenità di quelle maleparole proibite.

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‘Father of All…’. Il nuovo album dei Green Day ci riporta nel 2004

Uscito lo scorso 7 febbraio, Father of All Motherf*****s (anche conosciuto con il titolo censurato Father of All…) è il tredicesimo album in studio dei Green Day, definito ‘very high energy’ dal frontman della band Billie Joe Armstrong in un’intervista rilasciata a Billboard.

La copertina dell’album ritrae una mano che stringe una granata: è la stessa immagine della copertina di American Idiot, lo straordinario disco del 2004 che ebbe un effetto devastante sulla ragazzina che ero all’epoca – riuscendo infatti a influenzare gran parte dei gusti musicali e delle idee sulla musica che ho ancora oggi. Cosa avrà Father of All… a che fare con American Idiot? E’ possibile che il nuovo disco riprenda a raccontarci la storia che si è interrotta con la nona traccia di American Idiot? C’è speranza di rincontrare St. Jimmy, Whatsername e il Gesù dei sobborghi?

In Father of All… non incontriamo nessun volto familiare ma è chiaro che con certe linee di basso, certe atmosfere e certe tematiche i Green Day abbiano cercato disperatamente di riportarci al lontano 2004 (e in alcuni casi anche agli anni precedenti). Ma vediamo i brani nel dettaglio.

La prima traccia Father of All… è il singolo che nel settembre 2019 ha anticipato l’album. Un pezzo punk in your face cantato in falsetto che ti fa venire voglia di alzarti dalla sedia (è uno dei miei pezzi preferiti quando ho il leg day in palestra). La traccia numero due Fire, Ready, Aim è stata utilizzata per l’apertura della National Hockey League. La frase ‘Ready, Aim, Fire’ è usata come indicazione per i soldati su come usare le armi da fuoco ma il problema, scrivono i Green Day nella descrizione del videoclip della canzone su Youtube, è che nella società di oggi si attacca senza prima pensare. Il tema della critica alla società americana che era iniziato in Warning e che era diventato il fulcro di American Idiot si insinua quindi anche in questo album.

La terza canzone, Oh Yeah! prende titolo e ritornello da Do you wanna touch me? (Oh yeah) di Gary Glitters. Stavolta la critica è rivolta alla società tenuta in pugno dai social media (Everybody is a star\ Got my money and I’m feeling kinda low) e dai problemi legati al sistema scolastico e alla detenzione di armi (I’m just a face in the crowd of spectators\ To the sound of the voice of a traitor \ Dirty looks and I’m looking for a payback\ Burning books in a bulletproof backpack). L’atmosfera si fa più leggera e allegra in Meet me on the roof, brano in cui Billie Joe ritorna adolescente sfigato che ha paura di fare la prima mossa con la ragazza che gli piace. Anche nella traccia successiva, I was a teenage teenager, Billie Joe canta dei sentimenti di odio e inadeguatezza della propria adolescenza (I was a teenage teenager full of piss and vinegar \ Living like a prisoner for haters\ I was a teenage teenager, I am an alien visitor \ My life’s a mess and school is just for suckers), sentimenti che erano stati al centro di album come Dookie e Nimrod.

La settima traccia, Stab you in the heart, è una vera sorpresa ma non ho ancora ben chiaro se è bella o brutta. Si tratta di un pezzo incazzato e rockabilly in cui i Green Day giocano a fare i Beatles e vi assicuro che non riesco a descriverla meglio (ascoltare per credere). Il nono brano, Sugar Youth, ricorda terribilmente il brano She’s a rebel di American Idiot e somiglia vagamente anche a Letterbomb. Ancora una volta Billie Joe si trasforma nell’adolescente senza speranze dei primi album (Like a high school loser \That will never ever, ever, ever fuck the prom queen). Arriviamo finalmente a Junkies on a High, la mia preferita di tutto l’album. E’ un brano dark sul tema della distruzione di sè, un brano che ti rimane nella testa e che francamente c’entra poco con il resto dell’album. La linea di basso è quasi identica a quella di Boulevard of Broken Dreams. La traccia numero undici è Take my money and crawl, un brano innegabilmente catchy e in puro stile Green Day ma che non mi dice molto. Chiude Graffitia, la canzone più impegnata dell’album e più spiccatamente politica sulla situazione di declino nelle città della Rust Belt dovuto alla chiusura delle fabbriche, la questione razziale e la violenza che ne deriva.

Cosa penso di Father of All…? L’energia c’è, ma è un album che corre troppo, arraffa, comprime. Sembra voler dire molto, ma di fatto dice poco. Sembra provare a dirci qualcosa di nuovo, ma quello che sentiamo in fondo lo sappiamo già. E’ un album breve fatto di cose già viste, troppo lontano dal monumentale American Idiot, del quale non può per altro assolutamente essere considerato l’erede o il sequel.

E’ chiaro che la band abbia tentato di racchiudere in questi 26 minuti tutto quello che i Green Day sono stati in American Idiot e prima, ma finisce per mettere insieme una serie di cliché spesso mal amalgamati tra loro, uniti a qualche tentativo di innovazione non perfettamente riuscito. Resta comunque un album piacevole da ascoltare, in cui la band rimane riconoscibile per noi fan che li abbiamo ascoltati e amati a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio.

E voi l’avete ascoltato?

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‘Father of All…’. The new Green Day album takes us back to 2004

Released on February 7th, Father of All Motherf*****s (also known as Father of All…) is Green Day’s thirteenth studio album, described as ‘very high energy’ by frontman Billie Joe Armstrong during an interview with Billboard.

On the cover there’s a hand holding a grenade: it’s the same image that appears on the cover of American Idiot, the extraordinary 2004 record that had a huge impact on the little girl I was at that time – influencing a big part of my taste and my ideas about music. What does Father of All… have to do with American Idiot? Is it possible that this new record someway resumes the story that got interrupted in the ninth track of American Idiot? Can we hope to meet St. Jimmy, Whatsername and Jesus of Suburbia once again?

We meet no familiar faces in Father of All… but it is clear that Green Day has tried to bring us back to 2004 (and in some cases even back to the previous years) by choosing certain bass lines, certain atmospheres and certain themes.
Let’s have a close look at the tracks.

The first track, named Father of All, is the single, released in september 2019, that anticipated the album. It’s a falsetto sung punk song in your face that makes you want to stand up (it’s my personal favourite when I have leg day at the gym). Track number two, Fire, Ready, Aim, has been used for the opening of the National Hockey League. The phrase ‘Ready, aim, fire’ is an instruction given to soldiers on how to use their weapons but the problem, writes Green Day in the video description on youtube, is that today’s society attacks without even thinking. The tale of criticism towards the American society that had started in Warning and that had been at the core of American Idiot is also present in this album.

The third song, Oh Yeah! samples the refrain from Gary Glitters’ Do you wanna touch me? (Oh yeah). The band criticizes the part of society that’s obsessed with social media (Everybody is a star\ Got my money and I’m feeling kinda low) and adresses the problems of the American school system and the consequences of gun detention (I’m just a face in the crowd of spectators\ To the sound of the voice of a traitor \ Dirty looks and I’m looking for a payback\ Burning books in a bulletproof backpack). The atmosphere gets lighter and happier in Meet me on the roof, a song in which Billie Joe gets back to the times when he was a teenage loser and felt anxious about asking the girl out. Also in the following track, I was a teenage teenager, Billie Joe sings about the feelings of hate and inadequacy of his own adolescence (I was a teenage teenager full of piss and vinegar \ Living like a prisoner for haters\ I was a teenage teenager, I am an alien visitor \ My life’s a mess and school is just for suckers), feelings that had been at the core of albums like Dookie and Nimrod.

The seventh track, Stab you in the Heart, is a true surprise, even though I still don’t know if it’s a good or a bad one. It’s an angry, rockabilly song in which Green Day pretend to be The Beatles – and I swear I could not describe it in a better way (listen and you’ll know). The ninth song, Sugar Youth, reminds me a lot of She’s a Rebel from American Idiot but it also sounds a lot like Letterbomb. Once again Billie Joe turns into the hopeless teenage boy of the first albums (Like a high school loser \That will never ever, ever, ever fuck the prom queen). We finally get to Junkies on a High, my favourite song of the entire album. It’s a dark song about self destruction, a song that gets stuck in your head and which, honestly, has nothing to do with the rest of the album. The bass line is almost identical to the one of Boulevard of Broken Dreams. Track number eleven is Take my money and crawl, an undeniably catchy and oh-so-Green-Day song that doesn’t add much to the album. The last song is Graffitia, the most political one of the album, about the situation of decline in the cities of the Rust Belt due the closing of the factories, but it also addresses the racial questions and the violence that derives from them.

What do I think about Father of All…? There is a lot of energy, but it’s an album that runs to much, sneaks and compresses. It sounds like it is trying to say a lot, but it ends up saying too little. It sounds like it is trying to say something new, but all we hear is something we already know. It’s a short album made of things we’ve already seen, too far from the monumental American Idiot of which it cannot be considered a sequel or a heir.

It is clear that the band has tried to enclose in these 26 minutes all that Green Day has been in American Idiot and before, but they end up putting together a series of cliches – often not mixed well at all – together with a couple of innovative attempts that haven’t really worked. Despite all of this, Father of All… is a nice record in which the band is still recognizable for us fans that have been loving them and listening to them between the old and the new millennium.

And you? Have you listened to it?

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1969: come Achille Lauro è diventato il Peter Punk della musica italiana

Stonando una canzone intitolata Rolls Royce sul palco dell’Ariston nel 2019, Achille Lauro consacra la sua fama per il grande pubblico dello stivale. C’è chi lo ama, e chi lo odia: non esistono vie di mezzo per il ragazzo di Municipio III.

Oggi, vi parliamo del suo 1969, l’album che ha stravolto ed elevato la sua carriera e produzione artistica creando un punk targato 2020, tutto all’italiana.

Rolls Royce. La traccia che apre l’album.

Il brano di Sanremo che ha lasciato sbigottita la generazione che guardava la manifestazione esclusivamente per vedere gli artisti invecchiati su quel palco, e che ha sempre guardato con diffidenza alle novità.

Rolls Royce è un calderone che riesce con successo a contenere tutto: sonorità che hanno il sapore di un rock leggero, un testo con riferimenti culturali al genio e alla sregolatezza, al desiderio viscerale di eccesso che accende l’umanità impigliata nel grigiore dei suoi giorni tutti uguali, giorni da cui si ha bisogno di essere salvati. È un brano fresco, ben scritto e ben costruito. E anche se i più puristi tra gli ascoltatori di buona musica non lo avranno apprezzato, ce ne faremo una ragione, e continueremo a dire che a noi è piaciuto, e ci è piaciuto parecchio.

A seguire una ballata sull’amore maledetto, C’est la vie, in cui la donna angelo della tradizione stilnovistica veste i panni di Lucifero in persona. Al centro di questa traccia, la sofferenza acuta del non poter fuggire i propri sentimenti.

Cadillac strizza l’occhio a Rolls Royce, in quanto a tematica, e farà ballare tutti senza riserve. Lo stesso farà Delinquente, che aggiunge anche un giudizio su sé stesso in chiave satirica.

Il quarto brano è Je t’aime, in cui purtroppo per chi recensisce, c’è una collaborazione con Coez. Questo elemento indebolisce notevolmente un brano che aveva il potenziale per essere uno dei migliori dell’intero disco. Esponiamo immediatamente l’elefante nella stanza: l’articolazione delle parole sempre strascicata e tendente alla sparizione dei suoni, tipica di Coez, è parecchio fastidiosa.

Tra gli altri brani che lasciano il segno, è impossibile non nominare quello che dà il nome al disco: 1969.

Brano che Lauro conferma dedicato alla madre. Anche qui sonorità nuove si mischiano a quelle di una grande tradizione culturale di rock. La batteria potente e le chitarre curate da Boss Doms non deludono nemmeno stavolta. La voglia di innovazione è tanta, e funziona. Il 1969 è la data forse più nota per gli amanti della musica. L’anno dell’estate dell’amore, Woodstock, l’anno di Stonewall e di Jim Morrison dietro le sbarre per atti osceni in luogo pubblico, l’anno della morte di Brian Jones, l’anno dell’Apollo 11 e l’anno in cui Neil Armostrong e Buzz Aldrin camminano sulla Luna.  

Roma è invece un brano che ripercorre gli anni difficili dell’adolescenza del ragazzo, descrive con estrema delicatezza il cinismo, il senso di abbandono e di insoddisfazione di chi è stato messo dal destino di fronte alla propria esistenza senza possibilità di replica. È un inno a chi non ce l’ha fatta, da parte di chi invece è riuscito.

L’album è interessante per le sue numerose citazioni religiose, correnti letterarie, musicali e culturali.

È un album di rivalsa, di voglia di esprimere in modo leggero la vastità interiore di un’intera generazione, presente e passata. Di fascinazione nei confronti di epoche lontane.

Demoni dalle sembianze angeliche e necessità di lusso sfrenato si mischiano in questo lavoro assolutamente stravolgente di Achille Lauro, che, con Boss Doms al suo fianco, passa così a scrivere una pagina tutta nuova di musica che non ha genere, non è rock, non è rap, non è trap.

Slegato da ogni convenzione, con l’intento di dare voce anche a chi quella voce l’ha assopita dentro sé, Achille Lauro diventa il Peter Punk di una nuova generazione, tutta italiana, ambiziosa e determinata a riuscire.

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‘Making Movies’ dei Dire Straits compie 40 anni! 5 curiosità su questo disco straordinario

Come vi abbiamo raccontato nel Coming Very Soon dello scorso mese, questo ottobre 2020 è pieno di compleanni straordinari. Oggi vogliamo celebrare un album indimenticabile che domani compie ben quarant’anni: stiamo parlando di Making Movies dei leggendari Dire Straits, uscito il 17 ottobre 1980. Si tratta del primo disco della band riuscito a raggiungere le vette delle classifiche mondiali. Un vero e proprio romanzo in musica capace di farci sentire parte delle vicende narrate nei brani, che sono caratterizzati da atmosfere romantiche e testi che suonano proprio come dei dialoghi. Una macchina del tempo che in poco più di trentasette minuti ci riporta all’alba degli anni ottanta, scivolando sugli inconfondibili accordi di Mark Knopfler.

Prendetevi del tempo per riascoltare questo frammento di storia del rock, noi intanto vi raccontiamo cinque curiosità.

  1. I produttori del disco sono il frontman della band Mark Knopfler e Jimmy Iovine. Knopfler era rimasto così colpito dal lavoro che Iovine aveva fatto con gli album Born to Run e Darkness on the Edge of Town di Bruce Springsteen che lo volle al suo fianco per Making Movies. Iovine ‘prese in prestito’ per il disco il pianista Roy Bittan, membro proprio della E Street band di Springsteen.
  2. Il singolo di maggior successo estratto dall’album è Romeo and Juliet, che con i suoi dialoghi coinvolgenti e iper realistici è da considerarsi, seppur con una trama modificata, quasi un primo adattamento cinematografico della tragedia Shakespeariana, a più di un decennio dell’uscita del primo vero adattamento per il grande schermo (quello firmato Luhrmann). Il brano vede un Romeo sofferente e innamorato di una Juliet che lo tratta, per dirla con le parole del brano, ‘solo come un altro dei suoi affari’. La vicenda è ispirata alla sofferta storia d’amore tra Knopfler e la cantante Holly Vincent: si vociferava che lei avesse usato Knopfler solo per acquisire notorietà.
  3. Secondo Nannini e Ronconi, autori di Le canzoni dei Dire Straits (Editori Riuniti, 2003) il brano Romeo and Juliet presenta molte delle caratteristiche tipiche delle ballad della letteratura inglese – è basato su un dialogo, ha una rigida struttura metrica fatta di strofe di quattro versi in rima baciata, prevede diverse assonanze a allitterazioni, ripetizioni e naturalmente un ritornello.
  4. Per un brano di questo disco, Les Boys, i Dire Straits furono accusati di omofobia. Il brano è la fotografia di un gruppo di omosessuali che frequentano i disco bar in Germania e si guadagnano da vivere sfruttando il loro corpo. Pur non riportando alcun commento esplicitamente omofobo, il brano ritrae gli omosessuali in maniera piuttosto stereotipata.
  5. Making Movies è un disco pieno di riferimenti, sia letterari (come quello a Shakespeare), che musicali (l’iconica intro di Tunnel of Love è un estratto da The Carousel Waltz di Rogers and Hammerstein), che cinematografici (la canzone citata dal Romeo di Knopfler è Somewhere tratta da West Side Story, film del 1961). Ma molti sono anche i riferimenti alla vita di Knopfler, come ad esempio la ‘città spagnola’ che l’innamorato di Tunnel of Love cita nella canzone: si tratterebbe di Spanish City, una fiera situata a Whitley Bay, dove Knopfler andava da bambino e dove sarebbe nata la sua intensa storia d’amore con il rock’n’roll, avendolo ascoltato proprio lì, per la prima volta, ad alto volume.


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5 cose che non sapevi su Sting

Il Re della musica oggi compie 69 anni! E quale modo migliore di festeggiare, se non scoprendo qualcosa di nuovo su di lui? Ecco a voi 5 curiosità su Gordon Sumner che fino ad ora avevate ignorato!

1) Nella testa di Sting
Nel 2009, Sting si è offerto volontario perché un team di neuroscienziati, capeggiato da Daniel Levitin, studiasse tramite risonanza magnetica cosa stesse accadendo nel suo cervello durante i momenti in cui il musicista era intento a cantare o suonare. I risultati dello studio, sono visibili nel documentario The Musical Brain. Sting era molto divertito dall’idea di partecipare all’esperimento, ed è stato molto felice di fungere di cavia per scoprire i segreti del suo cervello.

2) Una scatenata sestina!
Sting ha sei figli, due avuti dalla prima moglie, Frances Tomelty, tutti gli altri avuti dall’attuale moglie, Trudie Styler. Due di loro, Eliot Pauline e Giacomo Luke, sono nati proprio in Italia.
Provenendo da una famiglia di umili origini, ed avendo sempre lavorato duramente, Sting non intende lasciare una cospicua eredità alla prole, ma niente panico! I ragazzi sono in gamba e i loro genitori li sostengono alla grande.

3) Pungiglione canterino
Il vero nome dell’artista è Gordon Matthew Thomas Sumner. Ma da cosa deriva, invece, lo pseudomino col quale è riconosciuto dal mondo intero? Niente di più semplice, Sting, in italiano “pungiglione”, sarebbe stato il soprannome dato al musicista dai suoi amici per via del vestiario, composto in gran parte da magliette a righe gialle e nere, indossate soprattutto durante le performance dal vivo.

4) Una vita tranquilla
Sting ha frequentato l’università di Warwick, ma non ha mai conseguito il titolo accademico. Ha sempre sognato di fare un lavoro tradizionale, ed infatti è stato professore di inglese per un periodo, affiancherà a questo lavoro anche l’insegnamento dell’arte del disegno. Tuttavia, quando nel 1976 fonda i Police, le cose sono destinate a cambiare leggermente il loro corso.

5) Sotto il sole della Toscana
Sting e sua moglie Trudie Styler posseggono una splendida villa in Toscana, Il Palagio, situata nella zona a sud di Firenze. La coppia si è ben presto occupata della produzione di vini, alcuni dei quali portano come nomi: Message in a Bottle, Sister Moon, When We Dance, ed ovviamente, Roxanne, in versione bianca o rossa.

Tu conoscevi queste curiosità? Faccelo sapere!

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