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Tina, the best: le 5 canzoni che hanno segnato la sua carriera

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie e che hanno lasciato un’ impronta indelebile nel mondo della musica. Questo mese è dedicato a Tina Turner, che proprio qualche giorno fa ha compiuto 81 anni. Ripercorriamo le tappe più significative della sua carriera, attraverso le 5 canzoni che l’hanno resa celebre in tutto il mondo.

Una donna che ha fatto della sua vita un capolavoro, ottenendo premi su premi, riconoscimenti mondiali e grandi rivincite personali.

Anna Mae Bullock è il suo vero nome, ma tutti la conoscono come Tina. Una voce soul e rock da paura (che ha mantenuto intatta per oltre 5 decenni), un’ indomabile criniera leonina e tanta tenacia e determinazione: sono questi gli ingredienti che hanno reso Tina Turner l’artista più longeva del rock mondiale. La sua vita è paragonabile a un giro di montagne russe, fatto di salite impervie ma anche di discese a tutta forza. Nel 2018 ha compiuto 60 anni di carriera, celebrata anche con l’uscita di una nuova biografia. Per questo numero di Discovery Woman abbiamo deciso di ripercorrere le tappe più significative della sua lunga carriera, attraverso le 5 canzoni che hanno segnato ogni decennio.

A Fool in Love (1960)

Per la prima volta Little Ann incide un singolo in pieno stile soul insieme a Ike, che diverrà suo marito solo qualche anno dopo. E per la prima volta compare quello che diverrà il suo nome ufficiale, Tina Turner – anche se il brano viene inciso come Ike & Tina Turner. – Con A Fool in Love esplode il successo, Little Ann inizia a diventare celebre e il suo carisma è talmente trascinante che Ike fatica a tenerla a bada.

What’s Love Got to Do with It (1984)

Dopo aver inanellato un successo dopo l’altro ed essere salita in cima alle classifiche statunitensi (sempre affiancata dall’ingombrante presenza di Ike), per Tina inizia la discesa verso il baratro. La crisi culmina nel 1978, quando i due si separano ufficialmente. Tina è libera sentimentalmente e musicalmente, eppure la sua carriera non riesce a ingranare. Deve accontentarsi di qualche serata sporadica nei locali di Las Vegas, e diventa una valletta fissa nel varietà del sabato sera di Rai Uno (all’epoca Rete 1) Luna Park, condotto da Pippo Baudo. Ma nel 1980 viene notata da Roger Davies, il manager di Olivia Newton-John. E la sua carriera riparte alla grande, sia negli Usa che in Europa: la canzone What’s Love Got to Do with It, contenuta nell’ album Private Dancer (1984) diventa la prima e unica numero 1 in classifica negli Stati Uniti, cosa che le fa vincere un Grammy Award. La carriera di Tina riparte con un cambio look che rispecchia in pieno i canoni della donna moderna: audace, sicura di sé e determinata a riprendersi tutto quello che le appartiene.

The Best (1989)

Basta un pizzico di fortuna per diventare famosi. Ma per diventare delle vere e proprie icone immortali serve talento, impegno e passione. Tutto questo Tina ce l’ha, e quando compie 50 anni lo dimostra al mondo intero con The Best, probabilmente il singolo più celebre della Turner. Ha 50 anni ma non li dimostra affatto. E’ più in forma che mai, e anche la sua voce sembra ancora più libera e potente. Con questo brano avviene ufficialmente la consacrazione: Tina Turner è la rocker più famosa al mondo.

GoldenEye (1995)

Negli anni 90 Tina prosegue la sua carriera musicale, affiancandola anche a quella di attrice e scrittrice. Nel 1995 Bono e The Edge (chitarrista degli U2) scrivono per lei GoldenEye, canzone che diverrà la colonna sonora di James Bond. Il singolo scala tutte le classifiche in Europa e negli Usa, al punto che i dj, Dave Morales e Dave Hall, realizzano per lei due versioni remix che riportano il brano in classifica.

When the Heartache is Over (2000)

Dopo due decenni di successi, Tina ha ancora il vento in poppa e diventa l’esempio per tutte le donne mature alla soglia del 2000. La sua carriera è inarrestabile, tanto che nel febbraio del 2000 appare come guest star nella fortunata serie televisiva Ally McBeal . Tina recita insieme al cast nel ruolo di se stessa e lancia uno degli ultimi singoli di successo When the Heartache is Over. Le prime note del brano ricordano chiaramente Believe di Cher: e infatti, il brano è prodotto dallo stesso team, che grazie alla magnetica voce di Tina raggiunge di nuovo le vette più alte della classifica pop e dance mondiale.

Ora, però, tocca a te: quale tra queste canzoni di Tina Turner è la tua preferita?

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Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa: l’esordio di Vanbasten

L’esordio di questo giovane cantautore romano in realtà ha una genesi piuttosto singolare. Carlo Alberto Moretti, in arte Vanbasten, inizia a fare musica a 22 anni. Prima era un calciatore, ma per amore della musica inizia a scrivere canzoni e ne mette insieme un bel po’, prima di decidere che è arrivato il momento di pubblicarle.

“Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” raccoglie una buona parte di quella produzione, intessuta di basi new wave e con un’attitudine decisamente punk. Un album che contiene 10 brani, rappresentativi di un immaginario fatto di periferie, amori, ferite, violenza, sconfitte, voglia di rivincita e di riscatto, in cui è l’esigenza di descrivere la realtà a guidare la narrazione.

Il percorso artistico di Vanbasten lo ha condotto su strade musicali collaterali e anarchiche. Dal rap, al punk, fino alla scrittura di testi e musica: ogni fase della sua formazione ha seguito un percorso proprio, che è stato il preludio di questo disco tanto atteso.

In Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa parli principalmente di vite di periferia e delle difficoltà quotidiane che, proprio in periferia, sono enormemente amplificate. Cos’è cambiato per te da quando hai scritto quelle canzoni? Da quando vivo le periferie l’unico grande cambiamento che ho visto è stato con il Covid. Non è mai cambiato nulla, c’è sempre stato una sorta di immobilismo, un problema atavico che con il Covid si è solo amplificato. Probabilmente, rispetto al passato, oggi la periferia è anche più inglobata, perché con il motorino ci si sposta facilmente. Io sono cresciuto a San Basilio, dove è cresciuto anche mio padre; ma tra i miei e i suoi racconti ti accorgi che sì, la periferia è cambiata in questi 40 anni, ma lo ha fatto in peggio. Prima era più romantica come forma; oggi, semplicemente, chi ha meno va più lontano.

Ci vuole coraggio a esordire in un periodo storico così incerto, oppure per te non era più possibile aspettare che il disco uscisse in un altro momento? Direi che il coraggio in questo periodo ce l’hanno tutti gli infermieri…ma per quanto riguarda me, ho considerato che questo fosse il momento migliore per far uscire il disco. Senza essere ipocrita, io faccio parte di un sottobosco di artisti, e questo momento in cui “il tempo si è fermato” per me ha rappresentato un vantaggio, perché ho pensato di fare uscire un disco che già da tempo avevo lì; nel frattempo, ho anche la possibilità di crearmi già lo stacco per prepararmi a cose nuove.

Nella foto della cover del disco hai deciso di mettere una tua foto da piccolo. Com’è nata l’idea? Ho avuto il piacere di essere seguito da Valerio Bura per tutto ciò che riguarda l’immagine; ma poi è nata l’idea di fare questa copertina, che alla fine ha realizzato la mia ragazza che fa l’illustratrice. Il mio desiderio era quello di avere una copertina che rispecchiasse l’anima del disco, canzoni che avevo scritto già da tempo e alle quali sono molto legato. Non volevo una cover necessariamente cool, ma qualcosa di sincero. Quindi, lei mi ha detto che avrebbe provato a fare qualcosa che forse mi sarebbe piaciuto. E devo dire che ci ha preso in pieno.

“A metà degli anni 90, mio padre mi aveva regalato una maglietta dell’Olanda, quelle magliette sportive fatte con quella specie di acrilico che, se non stavi attento, facevi la fine del vestito ridotto a un filo, come nella pubblicità della Martini. Io scendevo a giocare con questa maglietta sotto casa; nessuno sapeva il mio nome, ma tutti mi chiamavano Vanbasten.

Crescendo mi è rimasto il soprannome: Carlo Vanbasten”

Quando hai iniziato a capire che la musica era la tua strada? Il momento in cui ho cominciato a capire che volevo fare musica di base è stato quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni. Ho sempre scritto per gli altri, mai per me, e quando vedevo che quello che facevo portava beneficio alle persone accanto a me, mi sono visto un po’ come un medico cyber-punk, dato che suonavo principalmente punk. Iniettare una dose di autostima attraverso le canzoni mi affascinava troppo, perché ho capito che poteva diventare una cosa molto personale che mi faceva stare bene.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali e quelli che invece hai nella vita? Il mio è stato un percorso un po’ anarchico. Ho avuto una formazione musicale particolare, perché mi sono reso conto del mio potenziale solo verso i 22 anni. Al liceo ero affascinato dalla musica ma la vedevo come una cosa da sfigati, perché mi facevo influenzare da tutta quella fascia di pischelli che entravano a scuola con la chitarra e me la facevano prendere a male. Finita l’onda liceale, verso i 18-19 anni ho cominciato ad avere frontali continui con la New Wave, in particolare con Joy Division e Ian Curtis. Ma sicuramente anche il cantautorato italiano è stato fondamentale, una continua scuola per tutti quelli che vogliono fare questo mestiere. Per quanto riguarda i punti di riferimento nella vita per me bastano i miei genitori. Sono anche un amante di Pavese, Pasolini, tutti quei pionieri letterari che avevano anche una forma carismatica fisica.

Tra tutte le canzoni del disco qual è quella che per te è stata più difficile scrivere? Sparare sempre. Quella canzone, a differenza di tutte le altre, l’ho scritta perché ne volevo una per me, un mio inno. L’ho cominciata una mattina, per caso, nel periodo in cui avevo da poco iniziato a uscire con quella che è la mia attuale ragazza. Non avevo dormito molto e ho buttato giù solo i primi accordi. L’ho terminata dopo tantissimo tempo ed è diventata la canzone che mia madre mi chiedeva di cantarle sempre, quando era in ospedale. Il titolo, invece, è nato grazie a Carolina, una bambina autistica alla quale la mia ragazza faceva ripetizioni. Siccome le faceva ascoltare anche le mie produzioni, un giorno Carolina ha chiesto: “Mi fai sentire Sparare sempre?” E da quel momento è diventato il titolo definitivo.

Cosa provi adesso che quelle “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” sono finalmente uscite? Ancora lo sto provando, perché le ho covate talmente tanto che adesso, secondo me, il processo di rilascio è un po’ lungo. Ma ti posso dire che è figo, è una sensazione indescrivibile.

Ascolta “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” su Youtube e Spotify. Segui Vanbasten su Facebook e Instagram.

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Tra fuoco e neve: “Superpoteri” è il nuovo videoclip di Saverio D’Andrea

Il cantautore torna con una canzone d’amore estratta dal suo album di esordio “Anatomia di una colluttazione”. A fare da sfondo la Sicilia e l’Abruzzo, per raccontare il viaggio di un uomo nella sua anima.

È ufficialmente disponibile su YouTube il videoclip di Superpoteri, brano tratto dall’album d’esordio Anatomia di una colluttazione di Saverio D’Andrea, uscito per Isola Tobia Label e acquistabile sul sito web dell’etichetta – anche in copia fisica – e sui digital stores.

La canzone racconta di un amore puro e sincero, nel quale non si ha paura di mostrarsi per quel che si è, ma si cresce e ci si accetta anche nelle proprie fragilità, che diventano anzi un valore aggiunto. Il sentimento diventa quindi un viaggio dentro sé stessi, attraverso le terre dell’anima. Quelle terre rivivono concretamente nell’ambientazione del video, che è stato girato, per la regia di Emanuele Torre, in Sicilia e Abruzzo.

A fare da scenario sono i megaliti dell’Argimusco e la riserva naturale orientata dei laghetti di Marinello nel Messinese e l’altopiano innevato di Campo Imperatore nell’Aquilano. La scelta dei luoghi richiama in particolare il contrasto tra fuoco e neve, elementi citati nel testo del brano soprattutto per simboleggiare le avversità che possono essere superate, con spirito di condivisione, attraverso appunto l’amore.

Il lancio del videoclip è stato preceduto dall’iniziativa “Superpoetry”, un originale countdown di 15 giorni sulle pagine social di Saverio, con 15 poesie scelte da persone a lui care, pensando a Superpoteri ( ecco il link alla raccolta completa su Facebook). Il nome del contest altro non è che l’anagramma del titolo della canzone.

foto di scena a cura di Emanuele Torre

A proposito del brano, ecco cosa pensa Saverio D’Andrea: “Superpoteri è quella che può essere considerata la mia prima vera canzone d’amore. La scrissi di getto, in un pomeriggio estivo strano col cielo quasi giallo e fuori dal tempo, in cui avevo bisogno di staccarmi da quello che avevo intorno per immergermi in un’emozione forte che stavo vivendo e che aveva urgenza di essere tradotta in parole e musica. Fu un atto liberatorio, catartico. Come le altre tracce dell’album Anatomia di una colluttazione, questo brano si lega all’idea di quello sguardo profondo su sé stessi che si rivela indispensabile per far funzionare le cose in due e con gli altri in generale. Anche la scelta di un arrangiamento minimale e di un cantato quasi sussurrato non è casuale: tutto concorre infatti alla narrazione di un sentimento che dà voce all’essenziale e che lava via il superfluo per veicolare un messaggio d’amore universale. Superpoteri racconta della voglia di seguire i propri sogni restando l’uno vicino all’altro sempre, del desiderio di arricchirsi abbracciando le differenze, è il ritratto di un amore che attraverso il sacrificio e la dedizione finisce per fortificare un legame che va oltre la vita e la morte e che resiste al tempo e allo spazio. Persino le imperfezioni diventano mattoncini per edificare nuove possibilità di crescita, diventa semplice imparare a chiedere aiuto e trovare il coraggio di mostrarsi per ciò che si è, per quanto complessi. Questi concetti vengono riproposti anche nel videoclip, dove non è una narrazione realistica a scandire le scene, ma piuttosto il linguaggio scelto è pensato per descrivere un mondo di suggestioni nel quale il simbolismo delle immagini e dei colori fa da impalcatura al messaggio centrale delle parole del testo ”.

VIDEOCLIP

Il videoclip di Superpoteri è stato diretto da Emanuele Torre – che ha curato anche le riprese insieme a Lorenzo Cascone – e vede come protagonista assoluto lo stesso Saverio D’Andrea. A fare da sfondo la Sicilia e l’Abruzzo, regioni scelte per simboleggiare i due elementi contrapposti del fuoco e della neve, evocati nel testo della canzone e richiamati dai colori e dalle caratteristiche di questi luoghi. In particolare, i set siciliani sono stati allestiti nel sito naturalistico e archeologico dell’Argimusco e nella riserva naturale orientata dei laghetti di Marinello, entrambi nel Messinese, mentre il paesaggio innevato presente in alcune scene è quello dell’altopiano di Campo Imperatore, nell’Aquilano. Filo conduttore del video è l’idea del viaggio, soprattutto metaforico, che il cantautore compie in gran parte a piedi nudi, scoprendo luoghi nuovi, con lo sguardo dritto verso l’orizzonte fino a farsi aperto e pronto al cambiamento. La resa dei concetti espressi dalle immagini è enfatizzata anche dal montaggio dei frames, che in alcuni passaggi ricordano la visione di un caleidoscopio. Nel suo percorso inoltre, l’artista s’imbatte in alcuni simboli rappresentativi legati al testo della canzone, come ad esempio l’astronave di cartone e il cuore che viene avvicinato allo specchio, quest’ultimo a suggerire il desiderio di mettersi a nudo esponendo alla vista di sé stesso e dell’altro tutte le proprie fragilità.

Segui Saverio D’Andrea su Facebook, Instagram e YouTube.

Qui trovi invece il link all’ intervista al cantautore, per la rubrica Rising Sounds.

La recensione di Parco Gonzo, l’EP d’esordio de I Casini di Shea

Si definiscono “le scimmie dell’underground italiano”, perché non hanno regole. Ma in realtà, I Casini di Shea una regola ce l’hanno: far esplodere gli strumenti, scatenando l’inferno.

Ebbene si, chi pensa di trovarsi di fronte al solito trio di recente formazione ( praticamente un anno fa) senza né arte, né parte, rimarrà deluso. I Casini di Shea sono incandescenti e la potenza vocale e strumentale di questa band non può lasciare indifferenti. O li ami, o li odi.

Parco Gonzo è il loro primo EP, uscito lo scorso 25 settembre e anticipato dal singolo Sostanze, un brano ipnotico con un videoclip ironico e disturbante, dove immagini pubblicitarie, scene distorte di film e sequenze animate si susseguono al ritmo incalzante della prepotente batteria di Simone Buoncompagni.

La voce e la chitarra di Mauro Mariotti sono degne eredi della migliore tradizione punk e hardcore, ma è il basso di Andrea Marcellini a dare il colpo di grazia, scandendo la ritmica di un pezzo che si accende sempre di più verso il finale, fino a scoppiare con un urlo potente e liberatorio.

Insomma, se non si fosse capito, I Casini di Shea non sono adatti a chi è debole di cuore. Il loro è un rock alternativo davvero cattivo, capace di risvegliare i morti.

Un esordio con il botto: tre tracce, tre piccoli gioielli, che ci fanno presagire un futuro d’oro per questi ragazzi di Ancona. Con Parco Gonzo dimostrano di avere un’identità musicale ben delineata e molta classe da vendere. Anche a chi questo genere lo suona da molto più tempo.

Ascolta il disco su Spotify e segui I Casini di Shea su su Facebook e Instagram.

E tu, hai già ascoltato Parco Gonzo? Cosa ne pensi dell’ EP d’esordio dei Casini di Shea? Scrivici il tuo parere in un commento, per noi è importante!

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Coming Very Soon: le uscite di Novembre con AC/DC, Smashing Pumpkins e Whitesnake

Lasciamoci alle spalle ottobre e diamo il benvenuto al mese più rock dell’anno! Proprio così: novembre si preannuncia come un mese all’insegna del rock e dell’hard rock, con nuove uscite davvero promettenti e riedizioni di album e concerti dal vivo di alcuni dei più grandi nomi del rock mondiale. Siete pronti? Prendete carta e penna e segnate queste date in agenda!

Iniziamo con un ritorno a sorpresa: il 13 novembre gli AC/DC lanceranno Power Up, il loro diciassettesimo album (già anticipato dal singolo Shot In The Dark). Una buona notizia per chi temeva che, dopo “Rock Or Bust” (2014), il futuro del gruppo fosse ormai arrivato al capolinea.

E a proposito di grandi band: non potevamo non segnalarvi l’uscita della seconda parte della trilogia “Red, White and Blues Trilogy”. Parliamo dei Whitesnake, che il 6 novembre ritornano con Love Songs, la seconda raccolta di successi che mescola le migliori hit del passato, negli anni tra il 1987 e il 2011 (eh si, tra queste c’è anche Is This Love?)

Il 13 novembre vi segnaliamo anche l’uscita di Jewel Box di Elton John, che ritorna con un cofanetto di ben 8 cd contenenti demo, rarità e pezzi editi ma poco conosciuti. Una vera e propria scatola del tesoro, che sarà disponibile anche in versione digitale.

Ora passiamo in rassegna le tantissime riedizioni di album e concerti dal vivo, perché c’è davvero da impazzire! Ecco le uscite più attese di questo novembre:

  • David Bowie, Metrobolist ( aka The Man Who Sold the World) – 6 novembre
  • The Cranberries, No Need to Argue: Expanded Edition – 13 novembre
  • Eric Clapton, Crossroads Guitar Festival 2019 – 20 novembre
  • Pink Floyd, Delicate Sound of Thunder – 20 novembre
  • Dream Theater, Distant Memories. Live in London – 27 novembre

Imperdibile anche la riedizione di Colpa d’Alfredo: eh si, il terzo album del Blasco compie 40 anni! Per celebrare quest’importante anniversario, il 27 novembre sarà finalmente disponibile l’edizione speciale rimasterizzata (che è già in preorder) con un cofanetto deluxe da collezione, in edizione limitata.

Ma non è finita qui. Concludiamo in bellezza con una notizia che aspettavamo da settembre: il 27 novembre sarà finalmente il turno degli Smashing Pumpkins, che ritornano con un nuovo lavoro in studio. Cyr è un doppio album di 20 tracce che Billy Corgan ha definito come “una follia distopica”. E noi, non vediamo l’ora di ascoltarlo e intraprendere questo viaggio musicale insieme a loro!

Queste erano le uscite di novembre, un antidoto contro la noia e l’apatia del mese più lungo dell’anno. Ci sono altri dischi che vi piacerebbe segnalarci? Scriveteci!

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The Zen Circus annuncia l’uscita del nuovo album di inediti

S’intitola “L’ULTIMA CASA ACCOGLIENTE” il nuovo album di inediti di THE ZEN CIRCUS, in uscita il prossimo 13 novembre e da ora disponibile per il preorder e presave. L’album sarà pubblicato in versione CD e LP. Del formato vinile sarà realizzata anche una speciale edizione colorata a tiratura limitata con card autografata in esclusiva per Amazon.

Qui trovi il link al preorder e presave del disco

Unicamente tramite l’acquisto del CD dal sito di Mondadori Store, sarà possibile accedere ad evento esclusivo online e partecipare ad un meet and greet virtuale con la band.

“L’ultima casa accogliente” è stato anticipato dal singolo e video “Appesi alla Luna”, un brano che ha ricevuto da subito l’ottimo riscontro da parte di critica e pubblico ed è entrato direttamente nelle principali playlist digitali.

Il nuovo disco arriva a due anni di distanza dal precedente album di inediti “Il fuoco in una stanza”, un lavoro che ha consacrato The Zen Circus come una delle realtà più apprezzate e seguite del panorama musicale italiano attuale.

Da concertista classica a rocker di successo: intervista a Micol Arpa Rock

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie del mondo della musica. Questo mese abbiamo intervistato Micol Arpa Rock, artista vulcanica, dalla personalità travolgente.

Da concertista classica a busker, fino a diventare una rocker di successo: lei stessa si definisce un’anomalia nel mondo della musica. Rifiutata dai locali, per alcuni anni Micol suona in strada e diventa la regina di Piazza Navona. Il passaparola e la sua bravura la portano in tv e da quel momento inizia una carriera da rocker con la sua band, da sempre sognata e desiderata.

Tra novembre e dicembre uscirà il suo nuovo album Play, composto da ri-arrangiamenti di brani rock famosi, insieme a canzoni inedite. Un mix di suoni e contaminazioni di genere visibile già in Freestyle, il primo singolo estratto dall’album.

Il 7 dicembre sarà in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma per presentare il nuovo disco. In attesa di vederla esibirsi con la band su uno dei più importanti palchi della capitale, le abbiamo chiesto di raccontarci la sua incredibile storia. Mettetevi comodi: siamo sicure che vi lascerà davvero a bocca aperta!

Sei l’unica musicista al mondo che è riuscita a suonare Stairway to Heaven in chiesa. Come ci sei riuscita? Ho suonato Stairway to Heaven nella cattedrale di Catanzaro e pensa che il parroco non ha mai voluto che ci fossero concerti in chiesa. Prima di me gli avevano proposto Carmen Consoli, ma lui si era rifiutato categoricamente. Quando gli hanno proposto me, come ha sentito che suonavo l’arpa ha accettato subito, ma penso che non conoscesse i brani del mio repertorio. Fatto sta che lui era presente al concerto e la cattedrale era piena: fu davvero un grande successo, ma credimi, avevo tremato prima di suonare lì, perché temevo si alzasse dicendomi che quel brano non andava bene…in ogni caso è andata!

Quando è nata la tua passione per l’arpa? La prima volta che ho visto un’arpa avevo 3 anni. Mia madre mi aveva portato a vedere il balletto de Il lago dei cigni in teatro a Genova, nella mia città, ma io, anziché guardare le ballerine, guardavo l’arpa nella buca dell’orchestra: nella mia mente avevo già deciso di volerla suonare. Ovviamente, essendo molto piccola, nessuno credette a questa cosa, ma ho insistito talmente tanto, che alla fine ho iniziato con il pianoforte a 5 anni, perché ero considerata troppo piccola per l’arpa. Finalmente, a 8 anni, ho iniziato seriamente con lo studio di questo strumento e a 10 mi sono iscritta in conservatorio. Ho concluso gli studi a 18 anni: sono stata l’unica in Italia a diplomarmi così presto, non era mai accaduto prima!

Dopo il diploma hai iniziato subito la tua carriera di concertista classica, ma poi hai abbandonato tutto per intraprendere una carriera da solista. Come sei arrivata a questa decisione? Appena diplomata sono stata subito scelta per suonare nell’Orchestra Giovanile Italiana e nell’ Orchestra Luigi Cherubini, diretta dal maestro Riccardo Muti. Poi sono cresciuta e ho iniziato a lavorare nelle orchestre classiche italiane, ma si trattava di contratti a progetto che non mi garantivano uno stipendio fisso. Inoltre, dai miei 18 ai 27 anni, non è mai stato bandito un concorso per poter entrare come stabile in un’orchestra; però io avevo bisogno di lavorare in maniera fissa con la musica! Per cui mi sono trovata in un momento di smarrimento, perché suonavo a contatto con realtà importanti ma non vedevo di fronte a me un futuro certo. Quindi ero stufa di questa situazione e ho iniziato ad ascoltare quello che coltivavo dentro di me, cioè diventare una solista di musica rock. Sognavo grandi palchi, di avere una band e di avere un pubblico giovane di fronte a me. Ma, soprattutto, sognavo di suonare tante note, cosa che in orchestra non è possibile, perché hai una parte da rispettare insieme agli altri strumenti. Quindi in quel momento ho scelto di diventare una busker, un’artista di strada, e di vivere suonando i miei arrangiamenti.

Come hai avuto l’idea di fare gli arrangiamenti dei brani rock? In realtà ho sempre scritto musica e arrangiato brani miei. Ho iniziato con quello che sentivo in radio, principalmente musica pop. Quando andavo a propormi nei locali di Roma chiedendo di suonare, nessuno mi voleva, quindi ho deciso di esibirmi in strada per farmi conoscere in qualche modo; e da lì c’è stato un grande passaparola, fino a quando sono stata notata da due importanti critici musicali rock. Mi invitarono nella loro trasmissione, ma suonando pop non sapevo bene che cosa proporre. Decisi allora di suonare Firth of Fifth dei Genesis che è stato il mio primo arrangiamento di rock progressive e da quel momento è nata Micol Arpa Rock.

Chi è Micol Arpa Rock? Un casino. Un gran casino! Io mi sento un’esplosione, bisogna stare attenti perché sono un caos, un concentrato di energie pronte a esplodere. Cambio le carte in gioco sempre, evado, è difficile starmi dietro: ho i coriandoli in testa, è tutto un gran carnevale nella mia testa.

“Ho dato un calcio a tutte le regole e sono finalmente diventata me stessa. Bisogna avere il coraggio di essere sempre se stessi e di lottare per inseguire i propri sogni. A chi mi diceva “ma dove vuoi andare andare con quell’arpa?” ho dimostrato di avere il fuoco dentro. Ora faccio quello che ho sempre sognato di fare”

Ricordi la prima volta che hai suonato in strada? Certo, ed è stata una scena rocambolesca! La prima volta che ho suonato in piazza è stato nella piazzetta di San Teodoro, in Sardegna, dove ero in vacanza. Mi ero portata dietro una piccola arpa celtica e una sera, per caso, decido di mettermi a suonare in pubblico. Scelgo questa piccola stradina in pieno centro storico ma all’inizio mi va tutto malissimo. Lì era tutto pieno di bancarelle e di fronte a me ce n’era una di crepes e piadine: la proprietaria mi è letteralmente venuta addosso, urlandomi di andare via. Era arrabbiatissima, perché la gente, anziché fermarsi da lei, preferiva ascoltare me. Ne è nata una lite furibonda, sedata da un vigile che, per farmi esibire, mi ha portato in una stradina poco più su. Ovviamente anche lì si è bloccato tutto, c’era un caos assurdo, perché la gente si fermava ad ascoltare ancora più di prima. Dopo due ore di concerto sono tornata in camera mia, ho contato le monete che avevo racimolato e letto tutti i biglietti e le frasi che mi avevano lasciato le persone: è stato in quel momento che mi è venuta l’idea di trasformare tutto questo in un lavoro.

C’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto? C’è sempre questo momento! Purtroppo io vivo in modo altalenante, quando sono sul palco è tutto perfetto, ma quando non sono sul palco non ho modo di esprimermi e mi butto molto giù. Tante volte penso di mollare tutto, ma poi rinsavisco e dico a me stessa: ma che cavolo dici? Per arrivare fino a qui c’è stata davvero una grande lotta di sopravvivenza, anche nei confronti della società che non accettava che facessi quello che facevo. Sai quante volte mi hanno detto ma perché non vai a lavorare? All’inizio nessuno credeva in questo progetto e ricordo anche i brutti momenti trascorsi quando ho fatto la licenza per esibirmi in strada. Piangevo sempre! Spesso altri artisti non volevano che mi esibissi nelle loro vicinanze e volevano mandarmi via…insomma, non è stato per niente facile. Ma non ho mai mollato.

Due settimane fa Chris Martin ha condiviso una tua esibizione tra gli highlights del suo profilo Instagram. Cosa hai pensato quando lo hai visto? Ma non ci potevo credere! Gli ho scritto subito per ringraziarlo e l’ho invitato il 7 dicembre a vedere il mio concerto all’Auditorium Parco della Musica.

E a proposito di grandi artisti, c’è qualcuno in particolare con il quale ti piacerebbe suonare? Bruce Springsteen! Mi piace volare alto…

Sei l’unica arpista rock in Europa. Sei l’unica musicista che è riuscita a suonare Stairway to Heaven in un luogo sacro. Hai persino inventato un cubo per poter suonare in piedi…cosa dobbiamo aspettarci da te prossimamente? Che diventi l’unica nel mondo! In realtà non esiste un’altra Micol Arpa Rock o, perlomeno, non ne ho la certezza, ma aldilà del fatto se esiste o meno un’altra musicista che fa quello che faccio io, posso dirti che gli arrangiamenti sono soltanto miei, non li ho mai scritti e di conseguenza sono personali. Per cui, aspettiamoci grandi cose, mi sento positiva!

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“Folle volo”: concept musicale dai toni epici

Il progetto prende vita da un collettivo musicale e ripercorre le vicende dei personaggi più significativi dell’Odissea, indagandone i sentimenti in chiave umana e contemporanea

Da Omero a Itaca, passando per Dante. Ecco il progetto discografico Folle Volo, pubblicato da Isola Tobia Label e disponibile sul sito web dell’etichetta oltre che nei principali digital stores. L’uscita è accompagnata dal videoclip del brano Kalypso, realizzato con le illustrazioni dell’artista Lemeh42.

Folk opera un po’ rock, punteggiata da elettronica, influenze jazz e blues, l’album ci trasporta con le sue note negli animi dei personaggi più significativi dell’Odissea, visti in una chiave del tutto inedita e molto lontana da come siamo stati abituati a vederli fra le pagine del poema omerico.

L’idea nasce da un collettivo musicale di varia che prende il nome di Folle Volo, fondato circa 8 anni fa dal chitarrista Victor Mazzetta, dal cantautore Danilo Di Giampaolo e dal batterista Eddi Bordi, con la successiva collaborazione, fra gli altri, della cantante Paola Ceroli e del chitarrista Stefano di Matteo. La band include musicisti di varia estrazione (classica, jazz, popular music), ciascuno con esperienze e ispirazioni artistiche differenti che, dopo un lungo percorso di elaborazione e confronto, sono confluite nel progetto discografico del quale condividono il nome, ispirato alle parole fatte pronunciare da Dante a Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno della Commedia:

«e volta nostra poppa nel mattino / de’ remi facemmo ali al folle volo».

Una scelta non casuale, poiché le figure del mito greco vengono letteralmente rovesciate e stravolte nel loro punto di vista. E se Penelope si trasforma quasi in una femme fatale che si lascia tentare dalle lusinghe dei Proci, arrivando perfino a innamorarsi di Anfinomo, Ulisse affianca alla sua proverbiale astuzia le doti di seduttore appassionato. Anche Antinoo, il Ciclope, Kalypso, le Sirene, Nausicaa mostrano il loro lato umano, confrontandosi con le debolezze e le fragilità del proprio essere. Circe invece, servendosi di ammalianti parole accompagnate da atmosfere musicali caraibiche e studiate allitterazioni, invita a godersi i piaceri della vita.

Il senso di questo viaggio epico assume quindi contorni nuovi, ai quali viene dato particolare risalto attraverso la scelta di suoni musicali e lessicali che contribuiscono a creare pathos durante l’ascolto dei 12 brani della tracklist.

Quando questo progetto è nato, ormai circa otto anni fa – raccontano i Folle Volo – si trattava solo di una comunità di musicisti, cresciuti in ambienti musicali lontani e diversi che cercavano un modo per poter tradurre in note una forte amicizia personale e una fortissima sintonia di intenti e visioni della realtà artistica che li circondava. Senza un vero e proprio obiettivo e senza un canovaccio da seguire, per mesi, ci siamo limitati ad incontrarci per parlare di musica, strumenti alla mano. Nel tempo, questi incontri sono diventati più frequenti e da semplici riunioni di amici, si sono trasformati in un vero e proprio laboratorio musicale. Quando tutto il materiale musicale ha finalmente iniziato a prendere forma – proseguono poi – abbiamo cercato storie e figure che potessero contenere idee così lontane e così vaste. Ecco quindi che la nostra scelta è ricaduta sull’Odissea. E se inizialmente ci è sembrato di indossare panni più grandi dei nostri, come quando da bambini si gioca a fare gli adulti con le scarpe dei genitori, ci siamo invece poi accorti che dietro alla grandezza dei miti classici, non si nascondeva altro che il tentativo di spiegare e raccontare delle semplici storie di uomini e di donne. In breve tempo, alla stessa maniera di chi osserva la superficie di uno stagno torbido schiarirsi dopo la pioggia, abbiamo rivisto nelle storie di eroi ed eroine antiche, le nostre storie e le storie degli uomini che ci circondano, ritrovando in loro le stesse piccolezze, meschinità, gelosie, tradimenti e delusioni di tutti i giorni. Ci siamo allora permessi di ‘cucire’ le nostre storie addosso agli eroi omerici. Perché in realtà siamo convinti – concludono infine – che gli uomini e le storie che li riguardano, di questo o di altri tempi, di queste e di altre terre, siano sempre uguali. Nella loro sorprendete unicità”.

SKY Arte presenta “Indie Jungle”

In onda dal 17 ottobre alle 20.30 un viaggio nella musica indie italiana con 12 concerti dal vivo

Gli autori della musica indie italiana si raccontano attraverso speciali interviste e si esibiscono in esclusive session musicali per Sky Arte. La musica dal vivo ha un nuovo approdo: INDIE JUNGLE, il nuovo programma di approfondimento musicale, che propone 12 puntate monografiche per altrettanti concerti. Esclusive serate alla scoperta delle sonorità e delle storie degli artisti coinvolti, attraverso un accurato racconto che rende questi live anche dei veri e propri mini documentari.

In onda su Sky Arte da sabato 17 ottobre alle ore 20.30, sarà disponibile anche on demand e in streaming su NOW TV. La puntata integrale sarà inoltre visibile in streaming sul video portale di Sky, per tutta la settimana successiva alla messa in onda.

INDIE JUNGLE è un format dedicato al mondo dei live e propone sullo schermo l’esperienza di un intero concerto dal vivo. In questo momento storico, in assenza di eventi live, infatti, il programma è stato concepito come un momento di condivisione a distanza. Una nuova occasione per artisti e spettatori per vivere la musica. Uno spazio in cui nomi della scena italiana realizzano una speciale performance dedicata al pubblico, che purtroppo non potrà godere dei concerti dal vivo per diverso tempo ancora.

Frah Quintale sarà il protagonista della prima puntata, in onda il 17 ottobre su Sky Arte

Protagonisti di INDIE JUNGLE saranno: Frah Quintale, Fulminacci, Calibro 35, Coma Cose, La Rappresentante di Lista, Gazzelle, Ghemon, Eugenio in via di Gioia, Colapesce e Dimartino, Selton, Lucio Corsi, Lucio Leoni. Straordinarie voci che rappresentano, per qualità ed eterogeneità, un importante spaccato della musica attuale.

INDIE JUNGLE è un programma ideato e scritto da Massimiliano De Carolis e Fabio Luzietti, prodotto da ERMA PICTURES in collaborazione con Sky Arte, ATCL e Spazio Rossellini. È in onda dal 17 ottobre su Sky Arte (canale 120 e 400 di Sky) e sarà disponibile on demand e in streaming su NOW TV. Visibile anche sul video portale di Sky.

5 biografie musicali imperdibili

“Leggete tante biografie. Una sola non è sufficiente. Per non inguaiarsi bisogna beccare la biografia giusta. Solo che non puoi mica sapere prima qual è quella che fa al caso tuo. È per questo che bisogna leggerne tante. Leggetene e regalatene agli amici, potreste fargli un grosso favore” Gianni Minà

La letteratura e la musica viaggiano a braccetto: noi ragazze di Smells Like Queen Spirit siamo delle accanite lettrici, nonché divoratrici di buona musica. Quindi, cosa c’è di meglio di una biografia musicale? L’autunno è il periodo ideale per leggere un buon libro durante i tuoi pomeriggi di relax. Eppure, trovare un libro che faccia proprio per te, non è mica un’impresa facile! Ecco perché abbiamo deciso di consigliarti ben 5 biografie musicali imperdibili:

1. Just Kids, Patti Smith, 2010

Just Kids è il libro di memorie di Patti Smith, nel quale l’artista racconta in prima persona tutte le vicende legate alla sua tormentata relazione con il fotografo Robert Mapplethorpe, scomparso prematuramente nel 1989 (ne abbiamo parlato anche nel primo appuntamento di Discovery Woman che puoi leggere qui). Ma Just Kids non è solo un’autobiografia: è il racconto di un’epoca di rivoluzioni sociali e culturali che avrebbero condizionato profondamente gli anni a venire. E’ il racconto di una New York colorata e decadente, di fine anni 60, dove un incontro fortuito avrebbe segnato in maniera indelebile il destino di due ragazzi, poco più che ventenni, che resteranno per sempre “solo ragazzi”.

2. Bowie. La biografia: 1947-2016, Wendy Leigh, 2017

Ambiguo, sensuale, geniale. Tra confessioni, aneddoti e rivelazioni, tutta la verità sull’enigma David Bowie. Questa biografia, l’unica aggiornata agli avvenimenti più recenti, contiene un inserto con le foto personali del Duca Bianco. L’autrice ha raccolto 75 interviste con amici e persone vicine a Bowie, rivelando le sue caleidoscopiche avventure sentimentali, gli eccessi e le amicizie – a volte vere, a volte controverse- con gli altri musicisti, come Lennon e Jagger. Questo libro è un vero ritratto pubblico e privato di un artista camaleontico, che ha rivoluzionato non solo la musica, ma anche la moda e l’idea di identità sessuale.

3. Born to run, Bruce Springsteen, 2016

La stesura, durata 7 anni, dimostra quanto sia stato difficile per il Boss mettersi a nudo e svelare dettagli personali della sua vita privata, messa nero su bianco e a disposizione di chiunque. Eppure Bruce riesce perfettamente nel suo intento: dalle pagine trasudano esperienza, sentimento, dolore, privazioni ma anche successo e gioie, dimostrando che, solo con una forte dedizione e volontà, è possibile raggiungere qualsiasi obiettivo.

4. My Love Story. L’autobiografia, Tina Turner, 2018

Tina Turner si racconta in maniera onesta e sincera, lasciandosi andare a una riflessione profonda sul senso della vita. In My Love Story Tina mette a nudo le sue fragilità di donna e di artista, rivelando sia i momenti più esaltanti della sua carriera, sia la caduta nel baratro della depressione, a causa di un marito manipolatore e violento. Una lettura intensa e fortemente motivante, dal quale emerge l’immagine di una grande donna, una rockstar che ha saputo sempre rialzarsi e reinventarsi, nonostante tutto. (Parleremo nuovamente di Tina Turner in Discovery Woman di novembre!)

5. Clapton. Autobiografia, Eric Clapton, 2007

Autobiografia di una leggenda del rock, una vita sotto i riflettori che somiglia a un giro di montagne russe. Quella di Eric Clapton è la storia di un sopravvissuto, segnata da successi intramontabili, eccessi e tragici lutti, come la scomparsa del figlio Conor avuto da Lory Del Santo. Ma è anche una storia di amicizia e passione, come quella con George Harrison, interrotta in seguito al matrimonio burrascoso con Pattie Boyd, la prima moglie di Harrison (musa di “Layla”).  Una lettura entusiasmante dove Clapton svela se stesso, senza filtri né pudori. Una lettura che è un farmaco per l’anima.

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