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Le recensioni di SLQS: ’10 Songs’ dei Travis

L’articolo di oggi è dedicato a una band molto sottovalutata in Italia, ma amatissima nel Regno Unito. Stiamo parlando dei Travis, band britpop nata a Glasgow agli inzi degli anni novanta, il cui successo esplode letteralmente grazie a Sing, un brano del 2001 diventato un vero e proprio tormentone. Molti di voi ricorderanno la canzone per l’irriverente video musicale in rotazione su Mtv, in cui le chiacchiere di una formale ed elegante cena si trasformano in rabbiosi lanci di cibo. La band acquisisce visibilità nel Regno Unito, in piena Oasis-mania, con l’album Good Feeling del 1997. Proprio per gli Oasis aprono una serie di concerti e Noel Gallagher si dichiara da subito loro fan. Da allora ad oggi molto è successo: collaborazioni con artisti del calibro di Paul McCartney, tour mondiali da record (quello che seguì l’uscita di The Man Who contava ben 237 date in giro per il mondo!) e naturalmente tanta splendida musica. Il 9 ottobre sono ritornati con l’attesissimo 10 Songs ed io non potevo fare altro che correre ad ascoltarlo.

10 Songs è esattamente come me lo aspettavo. Metterò da parte i tecnicismi, perché credo che il sound di questo disco si possa descrivere perfettamente con un’immagine, quella di un viaggio malinconico verso casa, al caldo nella coupé di un treno mentre fuori fa freddo. Per la prima volta dal 2003 il frontman della band, Fran Healy, assume pieno controllo sui testi e il risultato non delude affatto.

Il disco si apre con Waving at the Window, il cui unico difetto è quello di essere stata messa proprio come prima traccia. E’ senza dubbio il pezzo più forte dell’album, di quelli che per riprenderti dall’ascolto ci metti un po’ (e forse per questo l’avrei vista meglio come ultima traccia). Splendido il pianoforte, splendido il testo che, se hai detto addio a qualcuno almeno una volta nella vita, ti ridurrà lo stomaco a brandelli (All the days without you, I’m gonna wake/ All the plans without me, you’re gonna make/ Give it another chance, give it another go/ Don’t wanna see you waving at the window).

La tracklist prosegue con un duetto, quello con Susanna Hoffs, voce di The Bangles. Il titolo è The Only Thing e la voce calda di Susanna contribuisce sicuramente a dare carattere a questa canzone d’amore che sembra figlia di altri tempi. La traccia numero tre, una delle poche passata dalle radio italiane, si chiama Valentine ed è, con il crescendo che la caratterizza e le sue chitarre insolenti, in netto contrasto con la traccia precedente. Ma è soltanto una parentesi, perché con Butterflies torniamo a sederci nella carrozza del nostro treno per riflettere sulle occasioni che non abbiamo avuto il coraggio di sfruttare, mentre gli anni sono scivolati via (‘Cause you’re still chasing butterflies/ Watching all the years roll by).

A Million Hearts è un altro highlight del disco: ancora una volta è la melodia del pianoforte a farla da padrone e, ancora una volta, si parla di un addio (‘You’re one in a million hearts/ Letting go of you is tearing me apart). A questo punto arriva A Ghost, che a mio avviso non è solo uno dei migliori brani di questo disco ma anche dell’intera discografia dei Travis: se li avete amati agli inizi del secolo in The Man Who e in The Invisible Band, con questo brano tornerete a innamorarvi di loro. Menzione speciale per le linee di basso (alle quali, lo ammetto, sono particolarmente sensibile). Il fantasma del titolo è quello che si riflette nel nostro specchio e che ci costringe a fare i conti con il nostro passato, con quello che abbiamo nascosto, omesso e taciuto (All my past is shoring up/ Beating on my door won’t stop/ Couldn’t lie so I made it up/ And I can’t even say why). A consolarci arrivano le chitarre della dolcissima All Fall Down, che ci ricorda quanto sia ostinato l’amore vero.

La traccia numero otto, Kissing in the wind, è il classico brano che ci si aspetta dai Travis e che riassume un po’ tutti i motivi per cui ci piacciono. Penultima canzone dell’album , Nina’s Song, è una ballad che sembra non appartenere a nessun epoca, di quelle piene ma costruita su un vuoto immenso, quello causato dalla mancanza di un padre. Fran Healy confessa di avere avuto questa canzone dentro di sé per molto tempo, essendo cresciuto soltanto con sua madre. I temi della mancanza, dell’addio, della perdita e del vuoto sembrano attraversare a occhio e croce tutto 10 Songs. Eppure, l’ultimo brano, No Love Lost, pur riprendendo il mood dell’intero disco (complice il pianoforte) sembra lasciarci negli ultimi versi un messaggio di speranza, mettendo da parte tristezze, rabbie e rancori e ricordandoci che sono le circostanze e il tempo, immense rispetto a noi gocce di pioggia, a determinare la nostra traiettoria.

Three drops on a window pane
Just rolling down together
No fear, no regret, no shame
Just under the weather.

E tu hai ascoltato questo disco? Qual è il tuo brano preferito? Lascia un commento e seguici sui nostri social. Ci trovi su FacebookInstagram e Twitter.

Che fine hanno fatto #7 – Intervista a Veronica Rubino (Lollipop)

Credo siamo tutti d’accordo sul fatto che i talent show siano stati il più grande fenomeno televisivo di tutti i tempi. Per la più nostalgica delle nostre rubriche, ovvero l’amatissima Che fine hanno fatto, abbiamo deciso di portarvi agli arbori di questo fenomeno globale. Siamo nel 2001, in Italia non si vedono ancora gli Amici, non si sa ancora cos’è l’ X-Factor, né tantomeno si cerca The Voice e si tenta di dimostrare che Italia’s Got Talent. Insomma, chi vuole fare il cantante di mestiere deve fare ancora la gavetta alla vecchia maniera: armarsi di pazienza, diffondere il più possibile demo e suonare nei posti più improbabili sperando che l’incontro galeotto con il manager di turno possa regalargli il sospirato contratto discografico. Qualcuno ricorderà un certo programma andato in onda nel 2002 chiamato Operazione Trionfo, poi diventato Star Academy, il cui claim era quello di essere il papà di tutti i talent (così come recitato nello slogan promozionale da un giovanissimo Francesco Facchinetti). Eppure, tecnicamente, prima di Operazione Trionfo c’è stato Popstar, il talent nato con l’obiettivo di articolare la risposta italiana alle Spice Girls. Questa risposta si chiamerà Lollipop, girlband dalla carriera breve ma molto, molto intensa, che si scioglie nel 2005 dopo aver messo a segno un successo dopo l’altro tra 2001 e il 2002. Facevano parte del gruppo le giovanissime Dominique Fidanza, Roberta Ruiu, Marcella Ovani, Marta Falcone e Veronica Rubino. Proprio quest’ultima ha accettato di fare quattro chiacchiere con noi, raccontandoci cosa volesse dire far parte delle Lollipop e aver partecipato al primo talent show italiano della storia.

Chi era Veronica prima di cominciare la sua avventura a Popstar?
Ero una ragazza semplice, una diciannovenne di Caserta da poco diplomata al liceo scientifico che stava frequentando il primo anno della facoltà di Giurisprudenza. Non mi ero mai spostata molto e quei primi tragitti in treno, ripresa dalle telecamere di Italia Uno, furono di fatto i miei primi viaggi. Non avevo le idee molto chiare su cosa mi sarebbe piaciuto fare in futuro, ma con buone probabilità sarei diventata avvocato. Intanto cantavo in un gruppo insieme ai miei compagni del liceo, esercitandomi nei garage e esibendomi nei pub della zona.

Come sei arrivata a Popstar?
Mia sorella maggiore adocchiò le scritte sovrimpressione che scorrevano sotto i programmi Mediaset. Si cercavano ragazze che sapessero cantare, ballare e recitare per un nuovo programma chiamato appunto Popstar. Mia sorella mi iscrisse ai casting di nascosto. Io ero piuttosto timida, neanche ci pensavo a fare provini e ad andare in TV! Quando la redazione mi chiamò ero sconvolta. Mia sorella venne con me a tutti i provini. Ricordo il primo, al Teatro Augusteo di Napoli, insieme a tantissime ragazze campane piene di talento che nemmeno sapevano che lo scopo del programma fosse quello di formare una band. Ci chiedevamo cosa sarebbe successo. Non sapevamo ancora bene cosa fosse un reality o un talent show: Saranno Famosi sarebbe arrivato solo l’anno dopo e il Grande Fratello era solo alla prima edizione.

Cosa è successo dopo la proclamazione delle vincitrici di Popstar?
In occasione dell’ultima puntata di Popstar fummo letteralmente investite da un fiume di fan e sostenitori, così i discografici si resero conto che i riflettori potevano spegnersi sul programma, ma di sicuro non sulle neonate Lollipop. Ci proposero di incidere un disco, sull’onda del successo che aveva già avuto il nostro primo singolo Down Down Down, diventato disco di platino. Il nostro primo album, intitolato Popstar, uscì il 1 giugno 2001.

Come avete gestito la fama improvvisa?
Girammo l’Italia con il Tim Tour, il Festivalbar, decine di serate-evento sempre super affollate, nelle discoteche di tutta Italia. Poi avevamo le prove, i video da girare, le trasmissioni televisive. Eravamo letteralmente frastornate e stentavamo a realizzare quello che ci stava accadendo, che ormai eravamo diventate famose. Ci siamo rese conto di tutto solo quando i riflettori si sono spenti del tutto e negli anni successivi allo scioglimento della band.

L’esperienza più bella che hai fatto da Lollipop?
Ogni esperienza fatta in quel periodo è stata bella a suo modo, ma la cosa più incredibile è stata incontrare alcuni dei miei idoli. Una volta le Destiny’s Child si sono esibite al Festivalbar subito prima di noi e io avevo le lacrime dall’incredulità. Dopo la nostra esibizione siamo andate nel loro camerino per scambiare qualche parola e farci delle foto insieme. È stato bellissimo anche incontrare Alicia Keys al Festival di Sanremo e ascoltarla suonare Ave Maria al pianoforte durante le prove. Beyoncé e Alicia Keys sono artiste che seguo ancora oggi, sapere di averle incontrate di persona è incredibile.

Come hanno vissuto le Lollipop il Festival di Sanremo, al quale avete partecipato nel 2002?
Il Festival di Sanremo è bellissimo, faticoso e passa in un lampo. Noi Lollipop non ci siamo arrivate al meglio: la pressione mediatica e psicologica che precede un evento del genere è davvero tanta. Eravamo giovani, inesperte e non eravamo abituate ad esibirci dal vivo. Bisogna infatti tenere presente che eravamo negli anni d’oro del playback e le esibizioni live erano rarissime. Facemmo del nostro meglio con il poco tempo a disposizione per le prove ma l’esibizione, come è noto, non andò benissimo. Il nostro brano Batte Forte fu comunque premiato dal pubblico, ricordo che divenne la suoneria più scaricata di quel periodo.

Immagino non fosse semplice per cinque semi-sconosciute essersi ritrovate spalla a spalla ad affrontare questo mestiere e la notorietà. Com’erano i vostri rapporti?
Non semplici. Eravamo troppo diverse tra di noi. Regioni diverse, mentalità diversa, temperamento diverso. Gli scontri erano, come puoi immaginare, abbastanza frequenti. D’altronde siamo state investite da una fama immensa e sebbene ci abbiano guidate in modo eccellente dal punto di vista artistico, forse avremmo avuto bisogno di un aiuto anche sul piano personale e interpersonale. È facile farsi sfuggire di mano la situazione quando si è così giovani, finendo per creare squilibri nel gruppo nel tentativo di imporsi e far valere il proprio punto di vista.

È per questo che nel 2005 vi siete sciolte?
Ci siamo sciolte perché non andavamo più d’accordo, non riuscivamo più a stabilire dei compromessi. Io, personalmente, avrei voluto evitarlo: mi sentivo investita di una fortuna che chiunque avrebbe voluto avere e che avrei voluto fossimo in grado di gestire, mettendo da parte gli screzi. Ma non ci siamo riuscite.

Però, poi, avete tentato il ritorno…
Esatto. Nel 2013 siamo tornate in quattro (senza Dominique) con il brano Ciao (Reload), prodotto dal dj Mario Fargetta. In seguito anche Roberta ha deciso di abbandonare definitivamente il progetto. Rimaste in tre, abbiamo dato vita nel 2018 al nostro ultimo singolo, Ritmo Tribale (qui il video ufficiale). Io, Marta e Marcella crediamo ancora al progetto e pensiamo non sia giusto abbandonare quel gruppo di affezionati che ancora ci segue. Tra un pò le Lollipop compiranno vent’anni e abbiamo in serbo una sorpresa per i nostri fan, sperando di non essere ancora in lockdown…

L’ultima domanda dell’intervista corrisponde, come sempre, al titolo della rubrica. Che fine hai fatto?
In questi anni ho avuto lavori di ufficio e mi sono occupata di import-export, ho lavorato nel negozio di abbigliamento di famiglia e sono persino diventata mamma di un bambino che adesso ha otto anni. Non ho mai abbandonato la musica: ho continuato a studiare (anche insieme al maestro Pino Perris) e nel 2008 ho fondato, insieme a mio marito e ad altri soci, l’etichetta Deependence Rec. Ci occupiamo anche di eventi musicali, come dj set e eventi live, coinvolgendo giovani e artisti emergenti nel territorio della provincia di Napoli, dove vivo. Al momento siamo in stand-by a causa del covid, ma speriamo di ricominciare quanto prima.

Noi di SLQS siamo molto curiose di scoprire che sopresa ci riservano le Lollipop in occasione del loro ventennale e facciamo un in bocca al lupo a Veronica per tutti i suoi progetti futuri!

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‘And after all…you’re my Wonderwall’. Identikit di un inno generazionale.

È il maggio del 1995 quando gli Oasis si rinchiudono per due settimane nei Rockfield Studios, in Galles, per registrare il loro secondo album, lo straordinario (What’s the Story?) Morning Glory che, uscito il 2 ottobre 1995, li consacrerà come la band inglese di maggior successo degli anni novanta e leader indiscussi del movimento del brit-pop. Il successo è dovuto soprattutto al terzo singolo estratto dal disco, Wonderwall, che proprio oggi compie venticinque anni. Vogliamo perciò ripercorrere la storia di questo brano intramontabile, inno di un’intera generazione, scritto da Noel Gallagher e reso unico dalla vocalità di suo fratello Liam.

Il titolo e il significato del brano conservano ancora oggi un certo mistero ed è forse anche questo a renderlo così amato. Wonderwall significa letteralmente muro delle meraviglie, è una parola volutamente nonsense. In un primo momento Noel dà alla canzone il titolo Wishing Stone, anche questo nonsense, ma ci ripensa perché non soddisfatto di come si inserisce nel ritornello. Sceglie quindi Wonderwall e in questa scelta vi è racchiuso un omaggio a George Harrison che aveva intitolato una sua produzione da solista proprio Wonderwall Songs, raccolta che fece da colonna sonora a un film intitolato proprio Wonderwall, il cui protagonista spiava la donna da lui desiderata attraverso dei buchi sul muro, appunto il muro delle meraviglie. I fratelli Gallagher non hanno mai nascosto la loro profonda ammirazione per i Beatles, parte integrante di tutta la loro produzione che pullula di omaggi e riferimenti ai Fab4. La stessa Wonderwall contiene anche un riferimento a una winding road, una strada dove tira il vento, esplicito riferimento al celebre brano dei Beatles.

A proposito del titolo della canzone, l’interprete Liam Gallagher ha osservato che, a prescindere da quale sia il significato letterale, Wonderwall è semplicemente una bella parola che può diventare qualsiasi cosa vogliamo. Insomma, dovremmo smetterla di ricercare a tutti i costi un significato. Persino i Travis, che si condividono con gli Oasis il genere, lo stile e l’amore per i Beatles, all’interno del loro brano Writing to Reach you ironizzano sulla faccenda, chiedendosi ‘What’s a Wonderwall anyway?’ (‘E comunque che cos’è un muro delle meraviglie?).

Ma se il titolo è nonsense, qual è il significato della canzone? Subito dopo l’uscita del singolo Noel Gallagher dichiarò che la canzone fosse stata scritta per la sua fidanzata dell’epoca, Meg Matthews, poi diventata sua moglie. In un’intervista del 2002, successiva al divorzio tra i due, Noel ritrattò dicendo che era stata la stampa a spingerlo a fare quella dichiarazione. Aggiunse che non era mai tornato sull’argomento perché sarebbe stato poco carino ammettere con sua moglie che in realtà la canzone non era per lei. Il vero significato di Wonderwall, spiega Noel, è una dedica a un amico immaginario che viene in tuo soccorso quando ne hai bisogno.

Wonderwall fa parte delle canzoni made in UK più conosciute al mondo e anche il video musicale, in bianco e nero con le Ray-Ban di Liam in primo piano, è diventato iconico. La canzone fu suonata live per la prima volta già nell’estate precedente all’uscita di (What’s the Story?) Morning Glory, nel backstage del festival di Glastonbury. È principalmente grazie a questo brano che il disco schizzò al primo posto delle classifiche inglesi, facendo la storia e sfiorando un record: fino al 1996 solo Bad di Michael Jackson era riuscito a vendere di più in così poco tempo. Altrettanto fu il successo riscosso negli Stati Uniti, dove il disco fu certificato platino ben cinque volte e Wonderwall si piazzò seconda nella classifica di Billboard, collezionando anche diverse nomination ai Grammy. Rimane, ancora oggi, una delle canzoni più re-interpretate di sempre: l’ha rifatta persino Jay-Z, ma la versione più riuscita, anche secondo gli stessi fratelli Gallagher che la considerano migliore dell’originale, è quella di Ryan Adams.

È ironico che la consacrazione sia arrivata proprio con una ballad per una band che cercò di costruire la propria immagine a suon di parolacce, rock’n’roll sporco e melodie ruvide. È forse anche per questo che Liam Gallagher, in diverse occasioni, ha dichiarato di essere arrivato a detestarla. Noi, invece, non smetteremo mai di amarla: nel suono di quegli accordi semplici, negli archi e nelle vocali allungate di Liam c’è tutto lo spirito degli anni novanta e la bellezza di quegli anni di fine secolo, quando per connettersi bastava una chitarra e un po’ di birra e non c’erano schermi da fissare, ma solo muri delle meraviglie da immaginare.

Che fine hanno fatto #6 – Sonohra

Temevate che ci fossimo dimenticate del Che fine hanno fatto di ottobre? Ma no! Come al solito non vedevamo l’ora di farvi fare un piccolo viaggio nel tempo. Questa volta vi portiamo nel 2008, ancora una volta sul palco del Festival di Sanremo, per parlarvi di un duo musicale la cui carriera è iniziata proprio sul palco dell’Ariston: stiamo parlando dei Sonohra, ovvero dei due fratelli veronesi Diego e Luca Fainello, vincitori nella categoria giovani con il brano L’Amore. Curiosi di scoprire cos’hanno combinato dopo la vittoria al Festival e cosa fanno oggi? Continuate a leggere!

Luca e Diego crescono a pane e musica, figli di una cantante e nipoti di un violinista che li incoraggiano a intraprendere la carriera musicale. Tra le loro prime avventure (all’epoca si fanno chiamare 2tto) c’è l’incisione della sigla di UFO Baby. Nel 2006 cambiano nome in Domino e si esibiscono dal vivo nei caffè nel Lago di Garda, proponendo sia pezzi originali che cover di canzoni famose. È proprio durante una di queste serate che i due ragazzi incontrano il produttore Roberto Tini che li aiuterà a trovare una casa discografica. A questo punto cambiano di nuovo nome e scelgono quello che li porterà al successo: Sonohra.

I Sonohra sbaragliano la concorrenza al Festival e il loro brano L’Amore domina le classifiche e le programmazioni radiofoniche per mesi. Il testo è di Luca mentre gli arrangiamenti sono di Diego. Il brano debutta al sesto posto tra i download digitali di iTunes, viene proposto in lingua inglese con il titolo Love is Here e persino in spagnolo con il titolo Buscando el Amor. Sull’onda di questo successo i fratelli pubblicano il loro primo album, Liberi da Sempre, in breve tempo disco di platino. Gli altri singoli estratti dal disco sono Love Show e Salvami.

Dopo il Festival comincia un periodo strepitoso per Luca e Diego: vincono il premio per ‘Best New Artist’ ai TRL Awards 2008, vengono nominati agli MTV Europe Music Awards come ‘Best Italian Act’ e ai Kid’s Choice Awards di Nickelodeon nelle categorie ‘Miglior Band’ e ‘Tormentone dell’anno’, vincendo quest’ultimo premio con L’Amore. Il 2009 sarà un anno altrettanto fantastico per i Sonohra: Liberi da Sempre esce infatti in Sudamerica con il titolo Libres e i due fratelli diventano amatissimi in Cile, Argentina, Colombia e Messico, ma non solo. Il disco esce anche in Giappone, dove riceve un’ottima accoglienza. Sempre nel 2009, nel mese di settembre, i Sonohra partono per Londra dove, presso gli storici studi di Abbey Road, registrano il loro secondo album Metà. A dicembre esce Seguimi o Uccidimi, primo singolo estratto dal nuovo disco, e pochi giorni dopo viene annunciata la partecipazione dei Sonohra al Festival di Sanremo 2010 con il brano Baby (vengono però eliminati nel corso della seconda serata). Nello stesso anno interpretano There’s a Place for Us, colonna sonora de Le Cronache di Narnia.

Dopo due anni di silenzio, i Sonohra tornano nel 2012 con un nuovo produttore, Enrico Garnero, e un nuovo album in cui appaiono molto maturati, intitolato La Storia Parte da Qui. Il duo ottiene un discreto successo grazie ai singoli The Sky is Yours e Si Chiama Libertà. Il disco contiene alcune interessanti collaborazioni, tra cui quella con Eugenio Finardi per La Storia Parte da Qui, Enrico Ruggeri in L’Amante di Lady Chat, Secondhand Serenade in Nuda fino all’Eternità e Hevia, famoso musicista spagnolo suonatore di cornamusa, in Si Chiama Libertà. Segue un’altra pausa di due anni e un nuovo album con una nuova etichetta discografica: i Sonohra passano infatti dalla Sony alla Believe Digital, sotto la quale il 22 aprile 2014 esce Il Viaggio, anticipato dall’omonimo singolo scritto da Enrico Ruggeri ed eseguito con i Modena City Ramblers. Il disco viene presentato con una performance a piazza Duomo a Milano, che vede i Sonohra suonare sospesi nell’aria. Dirige la performance l’artista cinese Li Wei, che firma anche la cover dell’album.

Da questo momento in poi la carriera dei fratelli Fainello va avanti un po’ a singhiozzi: nel maggio del 2017 pubblicano il brano Destinazione Mondo e a gennaio 2018 Per Ricominciare. Un nuovo album autoprodotto viene annunciato in più occasioni, ma vede la luce solo nel dicembre 2018: si tratta di L’Ultimo Grande Eroe, disco in cui i Sonhora tentano un approccio meno commerciale e più cantautorale. L’album è dedicato al padre scomparso l’anno precedente ed è stato registrato al Civico6, il loro studio di registrazione dove lavorano non solo alle loro produzioni, ma anche alle collaborazioni con altri artisti.

Ma veniamo al 2020. Luca e Diego hanno dato vita, nel 2019, al Sonohra Project Trio, un progetto che segna il distacco definitivo dal panorama commerciale e che riporta i due fratelli a una dimensione più autentica, dove trovano posto il blues e il folk con cui sono cresciuti. Fa parte del progetto anche un terzo musicista, Alberto Pavesi, che si occupa della sezione ritmica. Il progetto ha visto i tre impegnati in un’intensa attività dal vivo in giro per l’Italia, bruscamente interrotta dalla pandemia. Noi di Smells Like Queen Spirit facciamo gli auguri a Diego e a Luca per questo nuovo progetto a tre e speriamo di poterli rivedere presto esibirsi dal vivo!

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‘Making Movies’ dei Dire Straits compie 40 anni! 5 curiosità su questo disco straordinario

Come vi abbiamo raccontato nel Coming Very Soon dello scorso mese, questo ottobre 2020 è pieno di compleanni straordinari. Oggi vogliamo celebrare un album indimenticabile che domani compie ben quarant’anni: stiamo parlando di Making Movies dei leggendari Dire Straits, uscito il 17 ottobre 1980. Si tratta del primo disco della band riuscito a raggiungere le vette delle classifiche mondiali. Un vero e proprio romanzo in musica capace di farci sentire parte delle vicende narrate nei brani, che sono caratterizzati da atmosfere romantiche e testi che suonano proprio come dei dialoghi. Una macchina del tempo che in poco più di trentasette minuti ci riporta all’alba degli anni ottanta, scivolando sugli inconfondibili accordi di Mark Knopfler.

Prendetevi del tempo per riascoltare questo frammento di storia del rock, noi intanto vi raccontiamo cinque curiosità.

  1. I produttori del disco sono il frontman della band Mark Knopfler e Jimmy Iovine. Knopfler era rimasto così colpito dal lavoro che Iovine aveva fatto con gli album Born to Run e Darkness on the Edge of Town di Bruce Springsteen che lo volle al suo fianco per Making Movies. Iovine ‘prese in prestito’ per il disco il pianista Roy Bittan, membro proprio della E Street band di Springsteen.
  2. Il singolo di maggior successo estratto dall’album è Romeo and Juliet, che con i suoi dialoghi coinvolgenti e iper realistici è da considerarsi, seppur con una trama modificata, quasi un primo adattamento cinematografico della tragedia Shakespeariana, a più di un decennio dell’uscita del primo vero adattamento per il grande schermo (quello firmato Luhrmann). Il brano vede un Romeo sofferente e innamorato di una Juliet che lo tratta, per dirla con le parole del brano, ‘solo come un altro dei suoi affari’. La vicenda è ispirata alla sofferta storia d’amore tra Knopfler e la cantante Holly Vincent: si vociferava che lei avesse usato Knopfler solo per acquisire notorietà.
  3. Secondo Nannini e Ronconi, autori di Le canzoni dei Dire Straits (Editori Riuniti, 2003) il brano Romeo and Juliet presenta molte delle caratteristiche tipiche delle ballad della letteratura inglese – è basato su un dialogo, ha una rigida struttura metrica fatta di strofe di quattro versi in rima baciata, prevede diverse assonanze a allitterazioni, ripetizioni e naturalmente un ritornello.
  4. Per un brano di questo disco, Les Boys, i Dire Straits furono accusati di omofobia. Il brano è la fotografia di un gruppo di omosessuali che frequentano i disco bar in Germania e si guadagnano da vivere sfruttando il loro corpo. Pur non riportando alcun commento esplicitamente omofobo, il brano ritrae gli omosessuali in maniera piuttosto stereotipata.
  5. Making Movies è un disco pieno di riferimenti, sia letterari (come quello a Shakespeare), che musicali (l’iconica intro di Tunnel of Love è un estratto da The Carousel Waltz di Rogers and Hammerstein), che cinematografici (la canzone citata dal Romeo di Knopfler è Somewhere tratta da West Side Story, film del 1961). Ma molti sono anche i riferimenti alla vita di Knopfler, come ad esempio la ‘città spagnola’ che l’innamorato di Tunnel of Love cita nella canzone: si tratterebbe di Spanish City, una fiera situata a Whitley Bay, dove Knopfler andava da bambino e dove sarebbe nata la sua intensa storia d’amore con il rock’n’roll, avendolo ascoltato proprio lì, per la prima volta, ad alto volume.


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Coming very soon: le uscite di ottobre con Bruce Springsteen, Travis e tante riedizioni speciali

Come di consueto ci congediamo dal mese che sta per terminare e diamo il benvenuto a quello nuovo con Coming Very Soon, la nostra rubrica con il meglio delle nuove uscite musicali. Ottobre sarà un mese ricchissimo di nuovi album, grandi ritorni e riedizioni speciali. Pronti a scoprire cosa ci aspetta?

Il nuovo album dei Bon Jovi, Bon Jovi 2020 (del quale vi avevamo già parlato in un Coming Very Soon precedente perché previsto per lo scorso maggio), uscirà il 2 ottobre. Questo margine di tempo ha dato la possibilità al frontman Jon Bon Jovi di comporre altre due canzoni che sono state incluse nel disco e che rispecchiano pienamente il clima dei mesi scorsi. Il brano Do What You Can parla della lotta al Covid-19 ed è il singolo che accompagna l’uscita dell’album, mentre American Reckoning è una canzone di protesta per la morte di George Floyd e a supporto del movimento Black Lives Matter. Escono lo stesso giorno anche Melanie C, album omonimo dell’ex Spice Girl, e la compilation The Rarities di Mariah Carey, una raccolta di brani mai pubblicati e rarità che sicuramente sarà molto apprezzata dai fan.

Per la gioia di tutti gli amanti dell’indie rock made in UK, il 9 ottobre ritornano i Travis con il nuovo album 10 Songs. Si tratta del nono album in studio per la band scozzese, anticipato dai singoli A Ghost e Valentine. Restiamo nel Regno Unito e restiamo nell’ambito dell’indie rock, solo un pò più glam, perché il 16 è il turno dei The Struts e del loro terzo album Strange Days, anticipato dal singolo omonimo, un’insolita e sorprendente collaborazione con niente poco di meno che mr. Robbie Williams! Esce invece il 23 ottobre Song Machine, Season One: Strange Times, settimo album nonché interessantissimo progetto della band virtuale Gorillaz. Il disco raccoglie una serie di singoli e video musicali realizzati in collaborazione con artisti appartenenti ai generi più disparati, dal punk rock al synth-pop, passando per l’elettronica e la bossa nova.

Ora passiamo a lui, il disco più atteso non solo del mese ottobre, ma di tutto il 2020. Stiamo parlando del nuovo album di Bruce Springsteen che ritorna con Letter to you, 12 tracce incise insieme alla E Street Band. Letter to you esce a poco più di un anno da Western Stars ed è il ventesimo album del boss. Anticipato dal singolo omonimo, l’album contiene nove tracce scritte da Bruce nell’ultimo anno e tre brani, Janey Needs a Shooter, If I Was the Priest e Song for Orphans, composti negli anni settanta e mai incisi prima.

Infine compiono gli anni proprio questo ottobre una serie di album che hanno segnato la storia del rock di un periodo a cui tanto siamo affezionate, quello a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Preparatevi a delle speciali riedizioni di Hybrid Theory dei Linkin Park che compie vent’anni, (What’s the Story) Morning Glory degli Oasis che ha ormai un quarto di secolo, All the Right Reasons dei Nickelback che ne compie ‘solo’ quindici e, dulcis in fundo, All That You Can’t Leave Behind degli U2 che spegne venti candeline. Feeling old yet?

Queste erano le uscite di ottobre che, siamo sicure, renderanno l’arrivo dell’autunno un po’ meno traumatico. Ci sono altri dischi che vi piacerebbe segnalarci? Scriveteci!

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Che fine hanno fatto #5 – Intervista a Daniele Groff

Siamo nel 1998. Un venticinquenne trentino con l’aria da bravo ragazzo e la chitarra in spalla si presenta a Sanremo Famosi, kermesse condotta da Max Pezzali con protagonisti quelli che sarebbero stati i partecipanti, nella sezione Nuove Proposte, del Festival di Sanremo 1999. Quel ragazzo si chiama Daniele Groff e quell’edizione di Sanremo Famosi la vince con un brano intitolato Daisy. Il brano unisce rock e melodia, chitarra ruvida e archi, riprendendo in maniera piuttosto evidente il genere del brit-pop, esploso proprio in quegli anni prima in Inghilterra e poi nel resto del mondo. Ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con Daniele e di ripercorrere con lui la sua carriera fatta di palchi importanti e collaborazioni straordinarie, ma anche di uscite di scena, pause e progetti ancora in corso.

Cominciamo con una domanda facile: dove sei?
Dopo tanti anni a Roma sono ritornato nel mio luogo di origine, in Trentino, dove ho trascorso la mia giovinezza e dove ho studiato. Sebbene l’offerta in termini di attività culturali sia molto meno variegata rispetto a quella della capitale, sono comunque soddisfatto della qualità della vita quassù.

Fin dall’esordio sei stato accostato al brit-pop, in particolare alla musica degli Oasis, e ascoltando la tua musica viene quasi spontaneo pensare che il tuo sia stato un vero e proprio tentativo (forse l’unico) di importare in Italia queste sonorità. Credi di essere stato inconsapevolmente influenzato dai dischi che hai ascoltato in quel periodo oppure hai consapevolmente scelto di rifarti a questo genere?
Ho cercato di importare in Italia un sound che secondo me non era ancora stato proposto ed è stato un processo molto consapevole, ma anche molto sofferto. Mi è infatti costato un bel po’ di fatica spiegare ai miei collaboratori, ai tecnici del suono e ai discografici come volevo che fossero le mie canzoni. Il genere aveva cominciato ad interessarmi già a 19 anni, complice un viaggio in Inghilterra. Cominciai ad ascoltare i Beatles e poi gli Oasis, i Blur e i Radiohead, gruppi che in Italia venivano considerati un po’ di nicchia, di certo non mainstream. Mi affascinava il mix di rock e melodia di quelle canzoni che avevano la pretesa di uscire dal ‘garage’ e di arrivare alla gente, così ho fatto mio questo genere che in Italia mancava. L’etichetta di artista brit-pop me la sono un po’ cercata, ma devo dire che il continuo accostamento ai fratelli Gallagher da parte della stampa nei confronti di un artista dall’identità ancora in ‘divenire’ è stato, a tratti, pesante.

Hai citato gli Oasis, i Blur e i Radiohead come tue fonti di ispirazione. Ci sono anche artisti italiani ai quali senti di dovere qualcosa?
Sicuramente hanno influenzato la mia scrittura le note che mi arrivavano all’orecchio da bambino, sia dalla radio in macchina che dalla chitarra di mio padre che strimpellava. Dalla, De Gregori e Battisti soprattutto, ma anche Baglioni, Celentano, Iannacci. Tutti cantautori dalle grandi personalità.

Hai calcato, ancora giovanissimo, il palco dell’Ariston. Che ricordi hai di quel periodo?
E’ stata un’esperienza forte sotto molti punti di vista. E’ un palco che mette soggezione anche ai più esperti – e io di certo non lo ero – perché sei consapevole che dietro quelle telecamere ci sono milioni di persone, c’è la gente comune, la stampa, i discografici. Per una settimana è stato come vivere in una bolla, a metà tra un sogno e un delirio, con i fan che ti aspettavano sotto l’hotel e davano vita e vere e proprie scene di isteria collettiva. I ricordi che ho di quel periodo sono bellissimi, ma anche caotici e confusi. Sono comunque molto grato di avere avuto la possibilità di prendere parte a questa grande festa della musica, sebbene credo che all’epoca non fossi pienamente consapevole di quello che stavo vivendo…

E a proposito di consapevolezza: se tu potessi dare un consiglio al Daniele dell’epoca, quale sarebbe?
Altro che ‘no regrets’, come canta Robbie Williams. Darei sicuramente più consapevolezza al ragazzo che ero, perché nella confusione che vivevo non sempre ero presente a me stesso. Cercherei di respirare un po di più e di godermi il momento, ma anche di darmi spazio e tempo di riflettere, di dire anche di no qualche volta. Qualche anno fa ho portato le mie due figlie a un incontro con Fedez e sono rimasto molto colpito dalla sua sicurezza, dal suo sapere esattamente chi era e cosa voleva. Una consapevolezza che io, alla sua età, mi sarei sognato – magari perché per indole sono più sensibile e tendo a farmi trascinare dalle cose.
Per quanto riguarda le scelte artistiche che ho fatto, una parte di me lascerebbe tutto così com’è, un’altra sarebbe curiosa di vedere ‘come sarebbe andata se’. Mi riferisco soprattutto al mio secondo album Bit, in occasione del quale decisi di ‘tradire’ il sound del primo, Variatio 22, perché stanco delle critiche che mi venivano rivolte per la vicinanza agli Oasis.

Ripensando a tutta la tua carriera, qual è la cosa della quale vai più fiero?
Sicuramente i due giorni trascorsi in studio con Lucio Dalla per la scrittura del testo di Lory. Non mi sembrava nemmeno reale, soprattutto perché Lucio mi parlava come se fossimo stati pari, ma io mi sentivo soltanto un suo fan, un ragazzino al cospetto di in un pezzo di storia vivente. Sono fiero anche della mia collaborazione con Renato Zero: lui apprezzava molto la mia musica e mi chiese di aprire i suoi concerti negli stadi di tutta Italia durante le tournée del 2004 e del 2007. Sono state esperienze di live molto forti, insieme a quella del primo maggio 1999, il mio primo vero live. Vado molto fiero anche del mio primo disco, Variatio 22, che mi sono guadagnato con immensa fatica, andando anche contro il volere dei miei che mi avrebbero volentieri visto prendere una laurea perché, si sa, nella musica solo uno su mille ce la fa.

Se dovessi far ascoltare un solo brano a una persona che non ti conosce affatto, quale sceglieresti?
Sicuramente sceglierei tra i miei brani più popolari, nei confronti dei quali nutro un senso di gratitudine perché sono quelli che mi hanno regalato un rapporto con la gente, la possibilità di viaggiare, di esibirmi e cantare con loro. Probabilmente sceglierei Sei un miracolo, un mio piccolo evergreen, oppure Daisy, che in fondo è quella che mi rappresenta di più. Ogni riga del testo è ispirata a un libro, a una poesia o a un momento di vita vissuta.

Dopo il terzo album Mi accordo, uscito nel 2004, ti sei allontanato dal grande pubblico. E’ stata una scelta tua oppure il risultato di contrasti con, ad esempio, l’etichetta discografica?
In realtà ho lavorato a un quarto album che sarebbe dovuto uscire nel 2008, anticipato già nel 2007 dal singolo Prendimi, frutto di una collaborazione con i Fool’s Garden (quelli diventati famosi con Lemon Tree, ndr). Quel singolo uscì nel mezzo di una serie di cambiamenti epocali per l’industria della musica. Cominciavano a ingranare i talent, la musica si cominciava a scaricare, i dischi si vendevano molto meno. I discografici mi rassicuravano, il problema non ero io, ma io mi convinsi del contrario e decisi di prendermi una pausa a tempo indeterminato. Avevo la sensazione che non ci fosse più pubblico disposto ad ascoltarmi e ho preferito non far uscire mai quel disco per non ‘bruciarmelo’. La pausa però è durata più a lungo del previsto. Quando nel 2015 ho fatto un tentativo di ritorno con il brano Bellissima la verità (supportato da alcuni amici romani produttori) mi sono reso conto che il modo di fruire la musica era ormai radicalmente cambiato. Si tende a sottovalutare la storia che il tempo passa…

L’allontanamento dal grande pubblico, tra l’altro, ha riguardato non soltanto te ma tutta una serie di cantautori di fine anni novanta\inizio anni duemila – penso a Luca Dirisio, Simone Tomassini, Paolo Meneguzzi – che nonostante abbiano continuato a produrre, sono rimasti ai margini…
Si sa, la musica è monopolio dei giovani. Ti ricordo che sono passati già vent’anni!

A proposito di giovani, ascolti volentieri gli artisti di oggi?
Grazie alle mie ragazze di diciotto e vent’anni sono rimasto aggiornato sul panorama musicale, che a mio avviso oggi è molto frammentato e ‘citazionistico’, senza particolari icone o elementi di rottura. E’ un grande caleidoscopio con poca caratterizzazione, conosci la canzone ma quasi mai sai chi è che canta. Tutto è suddiviso in playlist e non si ascoltano più i dischi dalla prima all’ultima traccia. Detto ciò, trovo molto interessante Frah Quintale: bella vocalità, testi interessanti e un sound un po’ funk alla Jamiroquai. Apprezzo molto anche il nuovo indie italiano: i TheGiornalisti e Tommaso Paradiso, Coez e soprattutto Calcutta che considero il capostipite di questo nuovo filone, importanza che, in questo senso, definirei già storica. Se mi si presentasse l’occasione, di certo non rifiuterei una collaborazione con uno di questi artisti!

L’ultima domanda è esattamente il titolo della rubrica. Che fine hai fatto? Tornerai?
Ammetto di essere stato a un passo dal mollare, ma sento di avere ancora un debito, come se avessi ancora qualcosa da portare a termine. Non so dirti quando succederà, ma l’intenzione di ritornare c’è, anche se sono consapevole di non avere tutta l’energia che avevo un tempo, necessaria per lavorare a un disco ed eventualmente a una bella tournée. In ogni caso, in questa lunga assenza non ho mai smesso di scrivere, ma anche di riscrivere e perfezionare materiale che avevo già, soprattutto durante il lockdown. Ho delle canzoni che non voglio lasciare nel cassetto e il giorno in cui usciranno saprò che, anche se non sono perfette, rappresentano il meglio che potessi fare.

Facciamo un grosso in bocca al lupo a Daniele per i suoi progetti futuri e speriamo in un suo ritorno! Quale artista ti piacerebbe fosse il protagonista del prossimo Che fine hanno fatto? Faccelo sapere!

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Buon Compleanno Queen Bey! La carriera di Beyoncé in 10 tappe

In occasione del suo trentanovesimo compleanno, dedichiamo il Discovery Woman di settembre a colei che rappresenta la diva per eccellenza, Beyoncé Knowles. Con la sua voce inconfondibile e potentissima, la tigre di Houston ha lasciato un segno indelebile nella musica e nella cultura pop. Con classe e fierezza si è sempre fatta portavoce, sul palco e giù dal palco, di temi politici e non ha mai avuto paura di esprimere le sue opinioni o il suo dissenso, ispirando intere generazioni. Per questi motivi è universalmente riconosciuta come la regina, Queen Bey. Riassumere la sua carriera non è impresa semplice, ma noi ci abbiamo provato e abbiamo deciso di racchiuderla in dieci tappe, secondo noi, fondamentali.

  1. Le Destiny’s Child, ovvero il gruppo femminile che ha venduto di più in tutta la storia della musica
    Le straordinarie doti canore di Beyoncé emergono già nei primi anni di vita e a soli 8 anni fa parte del gruppo Girl’s Tyme, dalle cui ceneri nasceranno le Destiny’s Child. Le componenti non sempre vanno d’accordo e la formazione cambia diverse volte, ma nonostante ciò il gruppo, nella seconda metà degli anni Novanta, riesce a conquistare il mondo intero. Say my name, Jumpin’ Jumpin’, Independent Women (colonna sonora del film Charlie’s Angels) e Survivor sono solo alcuni dei loro grandi successi. Nel 2001 il progetto viene messo da parte per permettere alle componenti Beyoncé, sua cugina Kelly Rowland e Michelle Williams di avviare una propria carriera solista, per poi essere ripreso nel 2004, anno in cui esce il loro ultimo album Destiny Fulfilled. L’album è seguito da un ultimo, memorabile tour.
  2. Un esordio da record: Crazy in Love
    Il 20 maggio 2003 esce Crazy in Love (interpretata con il futuro marito Jay-Z), il primo singolo estratto da Dangerously in Love, primo album da solista di Beyoncé. Valutare quanto sia stato effettivamente grande l’impatto culturale di questo brano, ripetutamente certificato platino in un gran numero di paesi occidentali, è impossibile. Numerosi critici musicali e riviste hanno collocato Crazy In Love tra i brani più significativi degli anni Duemila, tra cui Rolling Stones. La rivista mette infatti Crazy in Love al terzo posto, aggiungendo che lo squillo di trombe all’inizio del brano non era un’introduzione, bensì un’annunciazione, quella della nuova regina del pop (qui potete trovare la classifica completa).
  3. Listen, to the song here in my heart…
    Come dimenticare la performance da pelle d’oca del brano Listen nel film Dreamgirls? L’amatissimo brano di Beyoncé fa parte della colonna sonora di questo film del 2006, adattamento di un musical omonimo di Broadway risalente al 1981 e incentrato sulla storia del gruppo vocale femminile degli anni sessanta The Supremes (del quale faceva parte Diana Ross). Fanno parte del cast anche Jamie Foxx, Eddie Murphy e Jennifer Hudson. Beyoncé interpreta Deena Jones, personaggio ispirato a Diana Ross. L’interpretazione le valse due nomination ai Golden Globe, una per Migliore Attrice e una per Miglior Canzone Originale (per Listen).
  4. Un album in tempi record: B-Day
    Sono soltanto tre le settimane in cui B-Day è stato pensato, arrangiato e registrato. Le riprese di Dreamgirls sono appena terminate e Beyoncé afferma di non essere mai stata così piena di idee ed energia creativa. Il disco esce il 4 settembre del 2006, giorno del venticinquesimo compleanno di Beyoncé. E’ un successo strepitoso, tant’è che i singoli estratti sono ben 6 (Déjà Vu, Ring the Alarm, Irreplaceable, Beautiful Liar – insieme a Shakira, Get me Bodied e Green Light). Con questo album si consolida l’immagine di Beyoncé come regina del pop, ma anche la coppia Beyoncé & Jay-Z. I due infatti duettano nuovamente nel singolo che fa da traino al disco, Déjà Vu.
  5. Il balletto di Single Ladies
    Tre donne schierate con addosso un body nero, le immagini in bianco e nero, la mano che si muove seguendo il ritmo. Probabilmente si tratta del video musicale più semplice e evocativo allo stesso tempo, sicuramente uno dei più riprodotti, copiati e parodiati di sempre. Single Ladies (Put a Ring on it) è un brano tratto dall’album del 2008 I Am…Sasha Fierce che, neanche a dirlo, è l’ennesimo successo (ricordiamo i singoli If I Were a Boy, Halo e il riuscitissimo duetto con Lady Gaga, Video Phone). Manca ancora un bel po’ alla fine del decennio, ma è già chiaro che è Beyoncé l’artista femminile che nel periodo 2001-2010 ha avuto più brani in top ten ed è rimasta per più settimane alla posizione numero 1 delle classifiche.
  6. Chi manda avanti il mondo? Le ragazze!
    Dopo una pausa durata un anno, Beyoncé torna nell’aprile del 2011 con un brano in cui non le manda affatto a dire e che anticipa l’uscita dell’album 4. Who Run the World? (Girls) è un brano grintoso che celebra la forza delle donne in un modo tutt’altro che scontato. Incredibile la sua performance ai Billboard Music Awards del 2011, quando le fu assegnato il Millenium Award. La performance coinvolse 100 ballerini, un gigantesco schermo interattivo e fuochi d’artificio, roba che quattro luglio, spostati. Who Run the World? (Girls) rappresenta una svolta politica per Beyoncé, che includerà sempre più nel suo modo di fare musica temi come l’emancipazione delle donne e degli afroamericani. Intanto trova anche il tempo di collaborare con la Casa Bianca, in particolare con la first lady Michelle Obama, per diverse iniziative sociali.
  7. L’album a sorpresa e On The Run Tour
    C’é davvero bisogno di sbattersi con la promozione di un album quando ti chiami Beyoncé? A quanto pare no, non c’è bisogno. L’album in questione, intitolato semplicemente Beyoncé, è in effetti molto più di un album. Si tratta di un visual album, composto da 14 brani e 17 clip. Esce la notte tra il 12 e il 13 dicembre 2013 su i-Tunes e, nonostante sia stato pubblicato praticamente ad anno finito, riesce comunque a diventare in meno di venti giorni il decimo album più venduto del 2013, grazie a successi come Drunk in Love, Pretty Hurts, XO e Partition. I brani di questo album saranno al centro di On the Run Tour, lo spettacolare tour da 110 milioni di dollari di incassi che Beyoncé mette in piedi insieme a suo marito Jay-Z.
  8. Formation e l’esibizione al Super Bowl
    Il 6 febbraio 2016 Beyoncé lancia su Tidal un brano intitolato Formation, con il quale si esibisce, il giorno dopo, durante l’Halftime Show del Super Bowl (che vede quell’anno anche la partecipazione di Bruno Mars e dei Coldplay). Formation è stata definita da un giornalista di Rolling Stones come una canzone assolutamente necessaria in tempo di Black Lives Matter. E’ un brano potente che ruota intorno ai temi del black pride, dell’eredità culturale degli afroamericani e del razzismo. L’esibizione al Super Bowl suscita varie polemiche, poiché la coreografia nell’insieme ricorda la rivoluzione afroamericana delle Black Panthers che ha avuto luogo nel corso degli anni Settanta e Ottanta. Formation anticipa l’uscita del monumentale album Lemonade (sul quale scriveremo un articolo più approfondito in occasione del quinto anniversario) e dello spettacolare Formation World Tour.
  9. Homecoming, A film by Beyoncé
    Prendete una performance spettacolare di Beyoncé, ovvero quella di Coachella nel 2018. Prendete tutti i retroscena, dalla progettazione delle coreografie al duro lavoro delle prove. Prendete una Beyoncé, solitamente estremamente riservata, che si mostra umana, fragile e provata dalla fatica mentre prepara lo show (e tra l’altro non si è ancora ripresa del tutto dal parto dei suoi due gemelli, avvenuto solo qualche mese prima). Joe Coscarelli del New York times ha descritto Homecoming come uno sguardo al concerto ‘intimo e approfondito’, come ‘la strada emotiva dal concetto creativo a un movimento culturale’. Il film, ideato e creato in collaborazione con Netflix, ha ricevuto un plauso universale. Se non l’avete visto vi consigliamo di rimediare subito.
  10. La colonna sonora de Il re Leone e Black is King
    Nel luglio del 2019 è uscito il remake de Il re Leone e Beyoncé si è cimentata nel doppiaggio del personaggio di Nala e nell’interpretazione del brano Spirit, parte della colonna sonora del film. I brani che compongono la colonna sonora di questa nuova versione de Il Re Leone sono racchiusi all’interno di The Lion King: The Gift, curato e prodotto da Beyoncé, al quale hanno partecipato anche numerosi artisti africani.
    Il 19 giugno 2020 Beyoncé pubblica Black Parade, un brano con il quale intende commemorare la fine della schiavitù dei neri negli Stati Uniti. La data di uscita del brano non è casuale: il 19 giugno, o Juneteenth, è proprio il giorno in cui si celebra la fine dei soprusi sui neri ed è stata istituita proprio in Texas, dove Beyoncé è nata. Black Parade assume un significato ancora più profondo perché pubblicata poco dopo l’assassinio di George Floyd e nel clima di protesta che ne è derivato. I proventi vengono destinati alle piccole imprese di proprietà di afroamericani. Ma l’attivismo di Beyoncé sulle tematiche del movimento Black Lives Matter non finisce qui. Il 31 luglio scorso è uscito infatti Black is King, che è allo stesso tempo un film e una versione visual dell’album The Lion King: The Gift. Il progetto, interamente ideato e diretto da Beyoncé, è stato acclamato dalla critica per regia, design dei costumi, soggetto e soprattutto per le tematiche culturali trattate.

    Riassumere la carriera di un’artista così attiva su tanti fronti non è semplice, ma abbiamo fatto del nostro meglio. In quale fase e in quali vesti l’hai apprezzata di più? Scrivicelo qua sotto, oppure seguici sui nostri social. Ci trovi su Facebook, Instagram e Twitter.



Che fine hanno fatto #4 – Sugarfree

Per questo Che fine hanno fatto? di piena estate, l’ultimo prima della pausa di agosto, vi portiamo nel luogo dove tutti ora vorremmo essere (io per prima, che sto scrivendo questo articolo sotto il cielo perennemente coperto di Rotterdam). Vi portiamo nella nostra splendida Sicilia e già che ci siamo prendiamo la navetta fino ad arrivare al 2005, l’anno in cui un gruppo catanese, nascosto dietro ad un nome inglese, diventa la band rivelazione dell’anno, grazie a un brano pop-rock sull’amore che diventa ossessione, mania, bisogno viscerale. Ovviamente stiamo parlando degli Sugarfree e della loro famosissima Cleptomania!

Gli Sugarfree muovono i primi passi nel circuito dei pub catanesi e inizialmente suonano soprattutto cover di canzoni rock degli anni cinquanta e sessanta. Ben presto vengono notati dalle reti televisive locali e la loro popolarità aumenta a dismisura. L’ascesa comincia con l’incontro con il produttore Luca Venturi e un contratto con Warner Music Italy firmato nell’ottobre del 2004. Il frontman della band, Matteo Amantia, fa il suo ingresso negli Sugarfree solo a contratto già firmato, dopo che frontman originario aveva lasciato la band per problemi personali. Di lì a poco verrà registrato il fortunato brano Cleptomania, scritto dall’autore di Gela Davide Di Maggio e arrangiato dalla band stessa. Cleptomania resterà al primo posto delle classifiche per ben cinque settimane e nella top five per 22 settimane, superando le 60.000 copie vendute e diventando disco di platino.

Il primo album degli Sugarfree, Clepto-manie, esce il 6 maggio 2005 e ancora in prevendita diventa già disco d’oro. Il disco è anticipato dal singolo Cromosoma che la band catanese porta sul palco del Festivalbar 2005. Il Clepto-manie Tour porta la band in giro per lo stivale fino alla fine dell’anno e le sue tappe segnano un successo dopo l’altro. Gli Sugarfree accedono al palco più importante, quello dell’Ariston, nel febbraio 2006. Partecipano al Festival di Sanremo numero 56 con Solo lei mi dà, emozionante brano sulla vita dopo la fine di una relazione. In seguito alla partecipazione al Festival, Clepto-manie viene pubblicato in una nuova versione contenente sia il brano sanremese che l’inedito Inossidabile, con il quale la band partecipa al Festivalbar 2006.

Il 2008 è un anno pienissimo per i ragazzi di Catania, che lo inaugurano con una fortunata collaborazione cinematografica. Il brano Scusa ma ti chiamo amore fa infatti da colonna sonora all’omonimo film tratto dal romanzo di Federico Moccia e diventa uno dei singoli più venduti dell’anno. Gli Sugarfree trascorrono un’altra estate in giro per l’Italia con Aspettando Argento Tour e a settembre esce il secondo album in studio Argento, anticipato da singolo Splendida, già scelto per accompagnare i titoli di coda del film Blind Dating di James Keach, nella sua versione in italiano. Segue a questa collaborazione un mini tour negli Stati Uniti.

Il 2009 è un anno di crisi: il frontman Matteo Amantia abbandona gli Sugarfree per tentare un’avventura da solista (il suo primo disco, Matteo Amantia, esce nell’aprile 2011) e viene sostituito da Alfio Consoli. La stessa cosa accade con il chitarrista Luca Galeano che viene sostituito da Salvo Urzì. Va via anche il tastierista Vincenzo Pistone e non viene sostituito, così la band prosegue in una formazione a quattro. Nonostante il caos di questo periodo la band riceve, nell’agosto del 2009, il premio dell’Italian Fanclub Music Award. I cambiamenti non impediscono agli Sugarfree nemmeno di proseguire nei loro tour. Saranno infatti protagonisti del L’Origine Tour nel 2009 e del In Simbiosi Tour nel 2010. In Simbiosi è anche il titolo del loro terzo disco, il primo della nuova formazione. Vengono estratti i singoli Regalami un’estate e Amore nero.

Il 2011 è l’anno di Famelico, quarto album in studio pubblicato il 6 maggio, anticipato dal singolo Lei mi amò, scritto da Fortunato Zampaglione, già autore del brano sanremese Solo lei mi dà. Ad ottobre, dopo il consueto tour estivo che porta il nome dell’album uscito a maggio, ricevono a Bagnara il Premio Mia Martini speciale. Questa stabilità appena ri-conquistata non durerà a lungo, perché nell’estate del 2012 anche il chitarrista Salvo Urzì decide di lasciare il gruppo. I membri restanti, a questo punto solo tre, decidono di non coinvolgere altri membri fissi e di proseguire comunque con il progetto Sugarfree, concentrandosi soprattutto sui live in giro per l’Italia. Ad accompagnarli nelle tappe dei vari tour, a partire dal 2013, anche il nuovo brano Pura e Semplice.

A sorpresa, nel dicembre 2014, anche il novello frontman Alfio Consoli lascia il gruppo. Il 2015 si apre quindi con un grande ritorno, quello del frontman con il quale gli Sugarfree erano diventati famosi, Matteo Amantia. Nessun nuovo disco in vista per la band, ma una serie di singoli che li accompagnano nei loro live, un’abitudine mai smessa. Nel 2016 esce Ti amo a Milano, nel 2017 Le tue favole e Non basta stare insieme.

Ma dove sono gli Sugarfree oggi? La formazione è, più o meno, tornata ad essere quella degli inizi. Oltre al frontman Matteo Amantia, gli altri superstiti sono Carmelo Siracusa al basso e Giuseppe Lo Iacono alla batteria. Ma c’è dell’altro: il gruppo ha ripreso i contatti sia con il produttore che gli ha permesso di muovere i primi passi, Luca Venturi, sia con Davide di Maggio, autore del loro primo grande successo Cleptomania. Il nuovo singolo degli Sugarfree (in collaborazione con Serena De Bari), uscito a fine 2019, è il frutto di questi ritorni e legami mai spezzati e si intitola, appunto, Frutta. L’instabilità alla base della formazione del gruppo ha sicuramente minato in modo importante la loro produttività nel corso dell’ultimo decennio, ma dobbiamo riconoscere che i componenti sono riusciti a tenersi stretta e a mantenere coerente la loro immagine sempre romantica, appassionata e vagamente anni settanta. Continuiamo a tenere d’occhio gli Sugarfree, hanno sicuramente ancora molto da raccontarci.

Speriamo che questo pieno di nostalgia vi basti fino a settembre! Questo era infatti l’ultimo ‘Che fine hanno fatto’ prima della pausa estiva. Torneremo a settembre cariche di idee e nuovi spunti!

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20 anni di tormentoni estivi: 2011/2015

Rieccoci con il nostro consueto appuntamento dei venerdì estivi, quello con la storia dei tormentoni che hanno accompagnato le estati italiane. Dopo il viaggio dal 2000 al 2005 e quello dal 2006 al 2010, oggi è la volta del periodo 2011 – 2015. Si tratta di anni cruciali per la trasformazione digitale. L’ascesa degli Youtubers è ormai inarrestabile, si fa strada tra gli job titles anche quello di influencer (supportata dalla crescente importanza del social network fotografico Instagram), gli smartphones diventano ufficialmente un’estensione del nostro braccio. La trasformazione digitale coinvolge anche il mondo della musica: siamo ufficialmente nell’era dello streaming e il carburante di questi cambiamenti sono colossi della tech come lo svedese Spotify. Ma quali erano i pezzi che d’estate riempivano le nostre playlist preferite? Scopriamolo insieme!

✦ 2011
Impressionante il numero di hit sfornate quell’estate, molte frutto di collaborazioni. Adam Levine e Christina Aguilera ci entusiasmano con Moves Like Jagger, Pitbull e Jennifer Lopez rispondono con On The Floor, remix a sua volta di un altro tormentone, la Lambada. Jovanotti e Michael Franti fanno il botto con Sound of Sunshine, mentre di nuovo Pitbull, stavolta insieme a Ne-Yo, domina in radio con Give Me Everything. Regine dei party sono Danza Kuduro di Don Omar e Lucenzo e ovviamente Party Rock Anthem di LMFAO. Direttamente dal Brasile arrivano Michel Telò con Ai Se Eu Te Pego e Maria Gadu con la delicata Shimbalaie, dalla Romania invece arriva Alexandra Stan con Mr. Saxobeat. Shakira appare Rabiosa e Rihanna si cala perfettamente nei panni di un’assassina in Man Down. Top tormentone: ovviamente The Lazy Song di Bruno Mars. Più che un brano, uno stato d’animo.

✦ 2012
Il fascino delle canzoni brasiliane colpisce ancora. Stavolta l’Italia canta Tchê tcherere tchê tchê insieme a Gustavo Lima in Balada. Nei villaggi vacanze si ballano Ma Chérie di Dj Antoine e i vari remix del brano (tremendo) del Pulcino Pio. Payphone dei Maroon 5 in collaborazione con Wiz Khalifa e Summer Paradise dei Simple Plan insieme a Sean Paul faranno da colonna sonora ai tanti amori nati nella bella stagione. Ricordiamo anche la maliziosa Whistle di Flo Rida e la bellissima Somebody That I Used To Know di Gotye. Endless Summer di Oceana fa da sigla agli Europei di calcio e la cantiamo sperando settembre arrivi il più tardi possibile. Top tormentone? L’irresistibile Call Me Maybe di Carly Rae Jepsen.

✦ 2013
Un’estate piena di successi italiani quella del 2013. Romantica per Max Pezzali con L’Universo Tranne Noi, spensierata per Emma Marrone con Dimentico Tutto e divertente per Levante con Alfonso. Tra le più ballate, Applause di Lady Gaga, Burn di Ellie Goulding e Get Lucky dei Daft Punk. Katy Perry ci sprona a fare di meglio con Roar e gli Icona Pop insieme a Charlie XCX urlano al mondo che, anche se tutto va male, I don’t care, I Love It. In rotazione perenne Blurred Lines di Robin Thicke, I’m in Love di Olà e Just Give Me a Reason di P!nk. Ritorna anche David Guetta, che insieme a Ne-Yo e Akon dà vita al brano dance Play Hard. Top tormentone: Wake Me Up di Avicii, un brano che parla di gioventù, di errori e di speranza.

✦ 2014
E’ un’estate all’insegna dei good vibes grazie alla contagiosa Happy di Pharrel Williams. L’olandese Mr. Probz canta le onde del mare in Waves e il cielo estivo diventa A Sky Full Of Stars grazie ai Coldplay. Calvin Harris sceglie di chiamare la sua hit semplicemente Summer e Nico & Vinz si chiedono Am I wrong? Sia è da brividi in Chandelier e Katy Perry è a dir poco ipnotica, vestita da Cleopatra, nel video di Dark Horse. In Italia dominano le radio Cesare Cremonini con la splendida Logico e il sempre romantico Francesco Renga con Vivendo Adesso. Sam Smith implora Stay With Me, mentre il talento di Stromae, che canta Tous le Memes, ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Top tormentone: Bailando di Enrique Iglesias. C’è chi ammette di averla ballata almeno una volta e c’è chi mente.

✦ 2015
L’estate del 2015 habla decisamente español. Andiamo tutti pazzi per El Mismo Sol di Alvaro Soler e El Perdón di Enrique Iglesias e Nicky Jam. Tra gli artisti italiani, J Ax pubblica l’orecchiabile Maria Salvador insieme a Il Cile, Cesare Cremonini ritorna con Buon Viaggio (Share the Love) e Everytime dei campani The Kolors è ovunque tra radio e spot pubblicitari. Menzione speciale per Jovanotti e la sua L’estate Addosso. In discoteca si danza a ritmo di Lean On dei Major Lazer e Dj Snake, ma anche di Want To Want Me di Jason Derulo. Super catchy Cheerleader di Omi e Worth It delle sensualissime Fifth Harmony. Top tormentone: Roma-Bankok, la tratta più famosa dell’estate, frutto dell’inaspettata e azzeccatissima collaborazione tra Giusy Ferreri e Baby K.

Cosa ve ne pare di questi brani? Ce ne sono altri che secondo voi avremmo dovuto includere nella nostra carrellata? Fatecelo sapere! Smells Like Queen Spirit vi dà appuntamento a venerdì prossimo per riascoltare i tormentoni estivi degli ultimi cinque anni.

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