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Mi chiamo Amalia ma odio il mio nome, quindi facciamo finta che A. vada bene. Da grande volevo fare la musicista, ma suonando solo quello che piaceva a me, quindi ho iniziato a studiare Lingue e Letterature straniere dei Paesi Bassi (le cose olandesi, per capirci) e degli Stati Uniti, e continuo a voler fare solo quello che piace a me, quindi mi guardo costantemente intorno, alla ricerca della prossima cosa da imparare e scoprire. Non ho mai imparato a vestirmi bene. Amo i gatti. Guardo un sacco di serie tv, leggo, scrivo (o almeno, vorrei) e poi, ogni tanto, metto la "y" alla fine delle parole che terminano con "i". Ho la mania della pianificazione e forse è per questo che ho creato "Il disordine di A.", perché avevo proprio bisogno di uno spazio in cui lasciar correre il mio cervello svalvolato a briglia sciolta.

Rising Sounds: Emisferi, due metà in contatto.

Rising Sounds è la rubrica di SLQS dedicata agli artisti emergenti!

India e Josef, cantante lei, chitarrista lui, si incontrano da studenti di conservatorio. Un giorno, così, per gioco, suonano insieme e da quel momento si accende la scintilla che porterà alla fondazione di Emisferi, duo campano dallo stile caleidoscopico a tinte sperimentali.

Noi di Smells Like Queen Spirit li abbiamo intervistati, ed ecco a voi cosa ci siamo detti durante la nostra chiacchierata, rigorosamente avvenuta online (restate a casa!).

India e Josef, prima di tutto, vi va di raccontarci come mai avete scelto “Emisferi” come nome del vostro duo?

Abbiamo scelto la parola “emisferi” proprio per il suo significato. Ogni emisfero è una metà, e noi ci riconosciamo molto in questa definizione. Ci rappresenta appieno come poli opposti ma compatibili, due facce della stessa medaglia. Due mondi diversi nella stessa realtà.

Com’è nato il vostro progetto, e come avete scelto su quale genere concentrarvi?

A dire la verità, adesso siamo in una fase di cambiamento per quanto riguarda il genere. Non riusciamo a trovare una definizione esatta. Il nostro primo EP, Emisferi, aveva sicuramente un’impronta neo-soul, chill, ma adesso stiamo lavorando ad un secondo EP, ritrovandoci in una direzione decisamente più mirata al pop-contemporaneo.

Il nostro progetto è nato per puro caso. (India) Io volevo soprattutto scrivere dei brani miei e Josef, amante della composizione musicale, si è subito interessato all’idea. Non avevamo in mente in un vero obiettivo all’inizio, ma poi qualcosa è cambiato.

(Josef) Ci siamo conosciuti in conservatorio, e all’inizio non ci conoscevamo nemmeno così bene, ovviamente. Poi, col tempo, abbiamo capito di avere moltissimo in comune ed entrambi abbiamo pensato di poter esprimere attraverso la nostra musica qualcosa del nostro mondo interiore. È nato tutto un po’ per gioco, ma poi ci siamo ritrovati a credere nel nostro progetto. Anche grazie alle persone che ci hanno circondato e supportato, per dirne una, Pasquale Cristiano, che collabora con noi e ci dà una grandissima mano.

I vostri testi sono tutti scritti in italiano. Questa scelta è stata dettata da qualche ragione in particolare?

(India) Io amo scrivere testi in italiano, per una questione di naturalezza. In alcuni progetti del passato ho scritto dei testi in inglese, e col tempo mi sono resa conto che attraverso la mia lingua madre riesco a comunicare molto più facilmente. L’italiano è più viscerale, mi permette di sentirmi più a mio agio. Ho iniziato prima con piccole poesie, che sono diventate piccoli testi, ho fatto dei lavori di scrematura, concentrandomi sempre più ed esercitandomi su alcune basi. Josef è sempre stato d’accordo con questa scelta.

Parliamo dei vostri brani. Ci raccontate come nasce un vostro pezzo?

(Josef) Siamo stati fortunati, abbiamo avuto fin dal primo momento una grande intesa. A volte lei mi manda delle linee scritte al piano, o delle idee cantare, e mi dice “Facci sopra qualcosa”. Altre volte, invece, le idee partono da me. Siamo complementari in questo senso, coesi. Entrambi siamo curiosi, abbiamo voglia di sperimentare, e avendo esperienze di vita in comune che ci hanno unito, dare vita ai brani esprimendo quello che entrambi vogliamo diventa più facile.

Tra di noi è tutto molto spontaneo, non c’è rivalità, e questo facilita la nostra scrittura, nessuno si sente in soggezione e così è più facile anche lavorare alle idee più scarne.

Non bisognerebbe mai avere preconcetti o pregiudizi, ma mantenere una visione della musica a 360°, complessiva, totale che ti aiuta a trarre il meglio da tutto.

Quanto è difficile, secondo voi, portare avanti un progetto emergente nell’attuale mercato musicale italiano?

È una domanda tosta. Diciamo che molto dipende anche dall’accessibilità di quello che si suona.

E per quanto riguarda il vostro progetto, pensate sia accessibile ad un pubblico più ampio?

Forse la nuova direzione che abbiamo preso rientra in questa dimensione. Ad essere sinceri, in un primo momento, i nostri brani potevano sembrare più “di nicchia”, se così vogliamo dire. Ora, però, sperimentando il passato abbiamo riscritto il presente. Siamo riusciti a rivisitare noi stessi e la nostra musica, mettendoci dentro tutta la nostra realtà.

Entrambi avete anche dei progetti singoli, indipendenti da Emisferi. Riuscite a bilanciare l’attenzione dedicata alle varie produzioni?

(Entrambi sorridono) Emisferi per ora è la nostra priorità, ma non dimentichiamo il resto. Bilanciare le cose è possibile, anche quando queste non riguardano strettamente la musica, come la dizione o il teatro, tuttavia riusciamo a gestire bene tutto, soprattutto quando si trovano dei collegamenti tra le diverse attività.

Adesso vi chiediamo una cosa un po’ diversa, per salutarci. Ci dite i nomi di tre artisti che vi hanno ispirato per questo vostro progetto?

(Josef) Venerus, è uno dei migliori in Italia nel suo genere. Sicuramente anche Tom Misch. E Calvin Harris, per quanto riguarda la sfera del pop-elettronico.

(India) Erykah Badu, che mi ha fatto appassionare alla musica in generale, e al soul in particolare. Per quanto riguarda la scrittura, Levante. E Dua Lipa, che seguo con molto interesse anche per l’approccio con il mondo dei social.

Trovate Emisferi anche su Instagram, Youtube e Spotify!

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5 cose che non sapevi su George Benson

English version below

Domani sarà il 77° compleanno del grande chitarrista e cantante statunitense George Benson, e noi di Smells Like Queen Spirit vogliamo omaggiarlo con questo articolo! Ecco a voi cinque cose che forse non conoscevate su di lui.

1. Ha scritto The Greatest Love Of All

Ebbene sì! Portato al successo dalla magnifica Whitney Houston solo in un secondo momento, The Greatest Love Of All è in realtà firmato da George Benson. Il brano, col testo pieno di speranza e positività, fu scritto per il film The Greatest, con Muhammad Ali, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

2. Ha un patrimonio stellare

Ad oggi, il patrimonio netto di George Benson equivale alla cifra di 5 milioni di dollari. Il musicista ha iniziato ad esibirsi professionalmente dall’età di 21 anni, e da allora non si è mai fermato.

3. Ha vinto 10 Grammy Awards

Durante tutta la sua carriera, Benson ha collezionato ben 10 Grammy Awards. I primi due nel 1976, con This Masquerade premiata come Miglior Canzone dell’Anno e l’album Breezin per la Migliore Perfomance Strumentale Pop. Gli ultimi Grammys due sono stati vinti nel 2006, al fianco di Al Jarreau, per la Migliore Performance Vocale R&B Tradizionale con il brano God Bless The Child e per la Migliore Perfomance Pop Strumentale con Mornin’.

4. Ha 7 figli ed è Testimone di Geova

Eh già! Il grande chitarrista è sposato dal 1965, anno d’inizio della sua carriera, con Johnnie Lee. La coppia ha in tutto 7 figli. Dal 1979 è diventato Testimone di Geova, ed è molto religioso.

5. The Other Side Of Abbey Road

Benson è un appassionato fan dei Beatles, e in loro onore ha pubblicato l’album The Other Side Of Abbey Road nel 1970, in cui ha ri-arrangiato in chiave jazz le tracce di Abbey Road.

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5 things you didn’t know about George Benson

Tomorrow will be the 77th birthday of the great guitarist and singer George Benson, and we from Smells Like Queen Spirit want to celebrate him with this article! Here you are five things that maybe you didn’t know about him.

1. He wrote The Greatest Love Of All

He did! Albeit the song was brought to success by the amazing Whitney Houston at a later time, The Greatest Love Of All was written by George Benson. The song, whose lyrics are full of hope and positivity, was written for the movie The Greatest, with Muhammed Ali, between the late ’70s and the early ’80s.

2. He has a stellar net worth

At present, George Benson has a net worth of $ 5 million. The musician started his professional career at the age of 21, keeping playing even since.

3. He won 10 Grammy Awards

During his whole career, Benson won 10 Grammy Awards. The first two in 1976, with This Masquerade for the Record of the Year prize and the album Breezin’ for the Best Pop Instrumental Performance Price. The last two Grammys have been won in 2006, with Al Jarreau by his side, for the Best Traditional R&B Vocal Performance and the Best Pop Instrumental Performance

4. He has 7 children and he is a Jehovah’s Witness

Yes! The great guitarist has been married since 1965, the year in which he started his career, with Johnnie Lee. The couple has 7 children. He’s also serving as one of Jehovah’s Witnessess since 1979, and he’s very religious.

5. The Other Side Of Abbey Road

Benson is a great Beatles fan, and to celebrate them he has published in 1970 the album The Other Side Of Abbey Road, in which he has re-arranged the tracks of Abbey Road in a jazz key.

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5 dischi prodotti da Quincy Jones

*English version below*

Quincy Jones è forse il più famoso e grande produttore musicale di tutti i tempi. Musicista, arrangiatore e compositore, ma anche scopritore di talenti. Vediamo insieme 5 album che il re della black music ha portato al successo e alle vette delle classifiche discografihe mondiali

1) Off The Wall – Michael Jackson

Molti lo riconoscono come primo vero e proprio album da solista di Michael Jackson, di certo il primo dopo aver compiuto 21 anni, la soglia della maggiore età negli Stati Uniti.

Viene pubblicato il 10 agosto 1979 dall’etichetta Epic Records. Grazie ad Off The Wall, Jackson vinse il suo primo Grammy Award come cantante solista (premio per la migliore interpretazione R’n’B, con la canzone Don’t stop ‘til you get enough).

2) Thriller – Michael Jackson

Thriller è l’album più venduto nella storia della musica. Rolling Stones lo ha inserito al 20° posto nella lista dei 500 album migliori di tutti i tempi. Vincitore di 8 Grammy Awards nel 1984, rendendo Jackson il primo artista al mondo a vincere 8 premi nella stessa serata. Tutti i singoli estratti da Thriller finirono nella Top 10 della classifica Billboard Hot 100. Tra i brani più famosi: Wanna Be Startin’ Something, Thriller, Beat it e Billie Jean. Fu pubblicato il 30 novembre del 1982.

3) Bad – Michael Jackson

31 agosto 1987. Terzo ed ultimo album scritto in collaborazione con Quincy Jones. Fu l’album che consacrò il cantante al titolo che non perse mai più di Re del Pop. Su 11 tracce, ben 5 finirono in cima alla classifica Billboard Hot 100: Bad, The Way You Make Me Feel, Man in the Mirror, I just can’t stop loving you, Dirty Diana.

4) Donna Summer – Donna Summer

Jones produsse il decimo album in studio della cantante statunitense Donna Summer. Fu pubblicato il 19 luglio 1982 dall’etichetta Geffen, e diventò Disco D’Oro negli Stati Uniti, superando le 500.000 copie vendute.

Tra i brani più noti contenuti in Donna Summer: Love is in control, The woman in me, Livin’ in America.

5) We are The World – USA for Africa (Singolo)

Il 7 marzo del 1985 fu rilasciato un singolo della durata di 7 minuti e 10 secondi. Il titolo era We Are The World. Jones aveva radunato i più importanti artisti sulla scena musicale pop statunitense, e il nome scelto per presentare gli artisti fu USA, la sigla non indicava la nazionalità dei cantanti, ma era un acronimo per United Support Artists. Tutti i proventi (più di 100 milioni di dollari) furono devoluti alla popolazione etiope, in quel periodo colpita da una tremenda carestia. Negli anni ’80 divenne il brano più venduto nella storia della musica.

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5 albums produced by Quincy Jones

Quincy Jones is the greatest and most famous music producer of all times. Musician, arranger and composer, but also talent scout. Here we have 5 albums that the King of Black Music brought to success and on the top of the world rankings.

1) Off The Wall – Michael Jackson

Many recognize it as Michael Jackson’s first true solo album, certainly it’s his first one after turning 21 (when Jackson became legally adult).The album was published on August 10th 1979 by Epic Records label. Thanks to Off The Wall, Jackson won his first Grammy Award as a solo singer (best R’n’B performance, with Don’t stop ‘til you get enough).

2) Thriller – Michael Jackson

Thriller is the best-selling album in the whole history of Musica. Rolling Stones classified it as the 20th in the 500 best albums list. It won 8 Grammy Awards in 1984, making Jackson the first artist in the world who won 8 awards during the same night. All the singles from Thriller went in the Top 10 of the chart Billboard Hot 100. Some of the most famous tracks: Wanna Be Startin’ Something, Thriller, Beat it e Billie Jean. Thriller was published on November 30th 1982.

3) Bad – Michael Jackson

August 31st 1987. Third and last album writted and produced by Quincy Jones. This was the album which gave Jackson the title of King of Pop. 5 out 11 tracks went on the top of Billboard Hot 100 chart: Bad, The Way You Make Me Feel, Man in the Mirror, I just can’t stop loving you, Dirty Diana.

4) Donna Summer – Donna Summer

Jones produced the 10th studio album of the American singer Donna Summer. It was published on July 19th 1982 by Geffen label. It became a Gold Record in the USA, with more than 500.000 copies sold.

Some of the most famous tracks in Donna Summer: Love is in control, The woman in me, Livin’ in America.

5) We are The World – USA for Africa (Singolo)

On March 7th 1985, a 7:10 minutes of lenght single was published. Its title We Are The World. Jones gathered the most important American pop artists under the name USA, which did not indicate the country of all the artists, but the name United Support Artists. All proceeds (more than 100 billion dollars) were donated to Ethiopian people, at time suffering from a terrible famine. During the ’80, We Are The World became the best-selling single in the history of Music.

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Rinascere a vent’anni: La Storia di Wes Montgomery

English version below.

1943. Un brano di Charlie Christian risuona nell’aria, mentre un giovane uomo danza con sua moglie tra le braccia.

È questo l’esatto momento in cui la sua vita viene completamente stravolta.

Sì, decide, comprerò una chitarra a sei corde ed imparerò a suonarla. Diventerò come lui.

E, la promessa che quella notte il diciannovenne Wes Montgomery fece a sé stesso, gli assicurò un posto eterno nel pantheon dei mostri sacri nel mondo del jazz.

Indianapolis. Il 6 marzo 1923 nasceva John Leslie Montgomery, che sin da bambino viene chiamato da tutti Wes.

Suo fratello Monk, dopo aver lavorato e risparmiato abbastanza, gli regalò una chitarra a quattro corde.

Monk era convinto che Wes avesse tutto il potenziale per diventare davvero bravo, ma all’inizio il piccolo Leslie si rivelò un chitarrista piuttosto mediocre.

Fu soltanto dopo aver ascoltato Charlie Christian per la prima volta che iniziò davvero a dedicare la sua vita alla musica. Acquistata una nuova chitarra, a sei corde questa volta, per un anno intero passò le notti e i giorni a studiare gli assoli e le linee chitarristiche di Christian, dimenticando tutto ciò che aveva imparato prima di allora.

Il sangue sulle dita non contava, né la stanchezza, né il dolore. Wes aveva adesso un solo obiettivo: diventare il migliore.

Era possibile? In fondo aveva già quasi vent’anni, e per giunta non aveva mai imparato a leggere uno spartito.

Non voleva neppure diventare un musicista, anzi.

E allora cosa lo spinse a continuare, senza mai arrendersi? Cosa lo alimentò, portandolo a sacrificare tutte quelle ore della sua vita disciplinandosi in maniera quasi cieca?

Fu un desiderio viscerale di riuscire a replicare su quelle corde ciò che lo aveva folgorato. Quella brama lo alimentò e lo mosse come solo le passioni più autentiche sanno fare.

Per evitare di disturbare il vicinato, presto abbandonò anche il plettro. Imparò così a suonare col pollice, e le sue mani col tempo, pizzicando le corde con dolcezza, crearono un suono più morbido e caldo, delineando lo stile inconfondibile che milioni di chitarristi nel futuro avrebbero provato ad imitare (suoi “discepoli artistici” sono, tra gli altri, George Benson, Larry Carlton, Pat Martino).

Il primo disco fu registrato con la Pacific Jazz, negli anni ’50. Cannonball Adderley, stregato dalla sua bravura, lo convinse a registrare con la Riverside, una delle più prestigiose etichette dell’epoca.

Il 1960 fu il suo anno: venne eletto Miglior Musicista Jazz Esordiente dalla rivista Down Beat e Billbord lo nominò Musicista Jazz Più Promettente Dell’Anno.

Il 1961 è l’anno che lo vide al fianco di John Coltrane sul palco del Monterey Jazz Festival.

Nel 1965 viene registrato lo storico album Smokin’ at the Half-Note, in quartetto con Wynton Kelly.

La stella del bebop morì improvvisamente nel 1968 a causa di un attacco cardiaco, durante le registrazioni del suo ventitreesimo album. Aveva 45 anni.

Wes Montgomery se ne andò lasciando una traccia indelebile nella storia del jazz.

Ma il suo fu anche un esempio di vita e di totale abnegazione, che da ogni parte gridava, e che ancora continua a gridare oggi e lo farà sempre. L’amore per la musica, quando è puro, quando è reale, può scardinare le convinzioni della società, anche se ormai sei adulto, e non te lo aspettavi, ma un fuoco sacro ti anima sin dal midollo ed incominci ad inseguire il tuo sogno a vent’anni. E tutto ad un tratto, sei diventato un dio.

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Rebirth at 20: The Story of Wes Montgomery

1943. A Charlie Christian’s track is playing in the background, while a young man is dancing with his wife between his arms.
In this very moment, his life changes forever.
Yes, he decides, I will buy a six-string and I will learn how to play it. I will be good just like him.
And the promise that the 19-year-old Wes Montgomery he made with himself, assured him his own place on the Olympus of the great jazz musicians.

Indianapolis. John Leslie Montgomery was bornonMarch 6th 1923, everybody called him Wes.
His brother Monk, after working and saving enough money, gave him a four-string guitar. Monk believed that Wes could become a really good guitarist, but in the beginning young Leslie he wasn’t very good.

Only after having heard Charlie Christian for the first time, he dedicated his life to music. He bought a new guitar, a
six-string one this time, and he spent every night and day in nearly a year practicing and learning Christian’s guitar lines and solos, forgetting every thing he had learnt in the past.

The blood on his fingers, the fatigue, the pain didn’t matter. Wes had only one goal now: to become the best.

But was it possible? After all, he was about to turn 20, and he had never learnt how to read a music sheet.

And to be honest, he didn’t really want to become a musician in the first place.

So, what moved him, and gave him the strenght not to give up? What to spend all that hours sacrificing his own life for?
It was a visceral desire to replice on his own strings what he found himself fond on. That desire gave him power, such as only the real passions in life can do.

In order to avoid disturbing the neighborhood, he decided to leave the pick. Soon, he learnt how to play with his thumb, and his hands made a delicate and warm sound, developing his famous fringer picking technique, that millions of people tried and still are trying to emulate (among the others, George Benson, Larry Carlton, Pat Martino).

The first album was recorded with Pacific Jazz Records label in the 1950s. Cannonball Adderley, bewitched by his talent, convinced him to record something with Riverside Records, one of the most famous and prestigeous labels of the
time
.

1960 was his year: he was elected The Best Jazz Newcomer by Down Beat magazine and Billbord named him The Most Promising Jazz Instrumentalist of the year.

In 1961 he played at the Monterey Jazz Festival, alongside with John Coltrane.

In 1965 was recorded the famous album Smokin’ at the Half-Note, in a quartet formation with Wynton Kelly.

The rising star of bebop died in 1968 due to a heart attack, while recording his 23rd album. He was 45 years old.

Wes Montgomery left an indelible mark in the history of jazz.

But his was also an example of life and total self-denial, which screamed from all sides, and which still continues to scream today and will always do so.

The love for music, when it is pure, when it is real, can undermine the convictions of society, even if you are an adult now,
and you did not expect it, but a sacred fire animates you right from the core and you begin to pursue your dream in your 20s. And all of a sudden, you find yourself being a god.

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1969: come Achille Lauro è diventato il Peter Punk della musica italiana

Stonando una canzone intitolata Rolls Royce sul palco dell’Ariston nel 2019, Achille Lauro consacra la sua fama per il grande pubblico dello stivale. C’è chi lo ama, e chi lo odia: non esistono vie di mezzo per il ragazzo di Municipio III.

Oggi, vi parliamo del suo 1969, l’album che ha stravolto ed elevato la sua carriera e produzione artistica creando un punk targato 2020, tutto all’italiana.

Rolls Royce. La traccia che apre l’album.

Il brano di Sanremo che ha lasciato sbigottita la generazione che guardava la manifestazione esclusivamente per vedere gli artisti invecchiati su quel palco, e che ha sempre guardato con diffidenza alle novità.

Rolls Royce è un calderone che riesce con successo a contenere tutto: sonorità che hanno il sapore di un rock leggero, un testo con riferimenti culturali al genio e alla sregolatezza, al desiderio viscerale di eccesso che accende l’umanità impigliata nel grigiore dei suoi giorni tutti uguali, giorni da cui si ha bisogno di essere salvati. È un brano fresco, ben scritto e ben costruito. E anche se i più puristi tra gli ascoltatori di buona musica non lo avranno apprezzato, ce ne faremo una ragione, e continueremo a dire che a noi è piaciuto, e ci è piaciuto parecchio.

A seguire una ballata sull’amore maledetto, C’est la vie, in cui la donna angelo della tradizione stilnovistica veste i panni di Lucifero in persona. Al centro di questa traccia, la sofferenza acuta del non poter fuggire i propri sentimenti.

Cadillac strizza l’occhio a Rolls Royce, in quanto a tematica, e farà ballare tutti senza riserve. Lo stesso farà Delinquente, che aggiunge anche un giudizio su sé stesso in chiave satirica.

Il quarto brano è Je t’aime, in cui purtroppo per chi recensisce, c’è una collaborazione con Coez. Questo elemento indebolisce notevolmente un brano che aveva il potenziale per essere uno dei migliori dell’intero disco. Esponiamo immediatamente l’elefante nella stanza: l’articolazione delle parole sempre strascicata e tendente alla sparizione dei suoni, tipica di Coez, è parecchio fastidiosa.

Tra gli altri brani che lasciano il segno, è impossibile non nominare quello che dà il nome al disco: 1969.

Brano che Lauro conferma dedicato alla madre. Anche qui sonorità nuove si mischiano a quelle di una grande tradizione culturale di rock. La batteria potente e le chitarre curate da Boss Doms non deludono nemmeno stavolta. La voglia di innovazione è tanta, e funziona. Il 1969 è la data forse più nota per gli amanti della musica. L’anno dell’estate dell’amore, Woodstock, l’anno di Stonewall e di Jim Morrison dietro le sbarre per atti osceni in luogo pubblico, l’anno della morte di Brian Jones, l’anno dell’Apollo 11 e l’anno in cui Neil Armostrong e Buzz Aldrin camminano sulla Luna.  

Roma è invece un brano che ripercorre gli anni difficili dell’adolescenza del ragazzo, descrive con estrema delicatezza il cinismo, il senso di abbandono e di insoddisfazione di chi è stato messo dal destino di fronte alla propria esistenza senza possibilità di replica. È un inno a chi non ce l’ha fatta, da parte di chi invece è riuscito.

L’album è interessante per le sue numerose citazioni religiose, correnti letterarie, musicali e culturali.

È un album di rivalsa, di voglia di esprimere in modo leggero la vastità interiore di un’intera generazione, presente e passata. Di fascinazione nei confronti di epoche lontane.

Demoni dalle sembianze angeliche e necessità di lusso sfrenato si mischiano in questo lavoro assolutamente stravolgente di Achille Lauro, che, con Boss Doms al suo fianco, passa così a scrivere una pagina tutta nuova di musica che non ha genere, non è rock, non è rap, non è trap.

Slegato da ogni convenzione, con l’intento di dare voce anche a chi quella voce l’ha assopita dentro sé, Achille Lauro diventa il Peter Punk di una nuova generazione, tutta italiana, ambiziosa e determinata a riuscire.

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