Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa: l’esordio di Vanbasten

L’esordio di questo giovane cantautore romano in realtà ha una genesi piuttosto singolare. Carlo Alberto Moretti, in arte Vanbasten, inizia a fare musica a 22 anni. Prima era un calciatore, ma per amore della musica inizia a scrivere canzoni e ne mette insieme un bel po’, prima di decidere che è arrivato il momento di pubblicarle.

“Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” raccoglie una buona parte di quella produzione, intessuta di basi new wave e con un’attitudine decisamente punk. Un album che contiene 10 brani, rappresentativi di un immaginario fatto di periferie, amori, ferite, violenza, sconfitte, voglia di rivincita e di riscatto, in cui è l’esigenza di descrivere la realtà a guidare la narrazione.

Il percorso artistico di Vanbasten lo ha condotto su strade musicali collaterali e anarchiche. Dal rap, al punk, fino alla scrittura di testi e musica: ogni fase della sua formazione ha seguito un percorso proprio, che è stato il preludio di questo disco tanto atteso.

In Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa parli principalmente di vite di periferia e delle difficoltà quotidiane che, proprio in periferia, sono enormemente amplificate. Cos’è cambiato per te da quando hai scritto quelle canzoni? Da quando vivo le periferie l’unico grande cambiamento che ho visto è stato con il Covid. Non è mai cambiato nulla, c’è sempre stato una sorta di immobilismo, un problema atavico che con il Covid si è solo amplificato. Probabilmente, rispetto al passato, oggi la periferia è anche più inglobata, perché con il motorino ci si sposta facilmente. Io sono cresciuto a San Basilio, dove è cresciuto anche mio padre; ma tra i miei e i suoi racconti ti accorgi che sì, la periferia è cambiata in questi 40 anni, ma lo ha fatto in peggio. Prima era più romantica come forma; oggi, semplicemente, chi ha meno va più lontano.

Ci vuole coraggio a esordire in un periodo storico così incerto, oppure per te non era più possibile aspettare che il disco uscisse in un altro momento? Direi che il coraggio in questo periodo ce l’hanno tutti gli infermieri…ma per quanto riguarda me, ho considerato che questo fosse il momento migliore per far uscire il disco. Senza essere ipocrita, io faccio parte di un sottobosco di artisti, e questo momento in cui “il tempo si è fermato” per me ha rappresentato un vantaggio, perché ho pensato di fare uscire un disco che già da tempo avevo lì; nel frattempo, ho anche la possibilità di crearmi già lo stacco per prepararmi a cose nuove.

Nella foto della cover del disco hai deciso di mettere una tua foto da piccolo. Com’è nata l’idea? Ho avuto il piacere di essere seguito da Valerio Bura per tutto ciò che riguarda l’immagine; ma poi è nata l’idea di fare questa copertina, che alla fine ha realizzato la mia ragazza che fa l’illustratrice. Il mio desiderio era quello di avere una copertina che rispecchiasse l’anima del disco, canzoni che avevo scritto già da tempo e alle quali sono molto legato. Non volevo una cover necessariamente cool, ma qualcosa di sincero. Quindi, lei mi ha detto che avrebbe provato a fare qualcosa che forse mi sarebbe piaciuto. E devo dire che ci ha preso in pieno.

“A metà degli anni 90, mio padre mi aveva regalato una maglietta dell’Olanda, quelle magliette sportive fatte con quella specie di acrilico che, se non stavi attento, facevi la fine del vestito ridotto a un filo, come nella pubblicità della Martini. Io scendevo a giocare con questa maglietta sotto casa; nessuno sapeva il mio nome, ma tutti mi chiamavano Vanbasten.

Crescendo mi è rimasto il soprannome: Carlo Vanbasten”

Quando hai iniziato a capire che la musica era la tua strada? Il momento in cui ho cominciato a capire che volevo fare musica di base è stato quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni. Ho sempre scritto per gli altri, mai per me, e quando vedevo che quello che facevo portava beneficio alle persone accanto a me, mi sono visto un po’ come un medico cyber-punk, dato che suonavo principalmente punk. Iniettare una dose di autostima attraverso le canzoni mi affascinava troppo, perché ho capito che poteva diventare una cosa molto personale che mi faceva stare bene.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali e quelli che invece hai nella vita? Il mio è stato un percorso un po’ anarchico. Ho avuto una formazione musicale particolare, perché mi sono reso conto del mio potenziale solo verso i 22 anni. Al liceo ero affascinato dalla musica ma la vedevo come una cosa da sfigati, perché mi facevo influenzare da tutta quella fascia di pischelli che entravano a scuola con la chitarra e me la facevano prendere a male. Finita l’onda liceale, verso i 18-19 anni ho cominciato ad avere frontali continui con la New Wave, in particolare con Joy Division e Ian Curtis. Ma sicuramente anche il cantautorato italiano è stato fondamentale, una continua scuola per tutti quelli che vogliono fare questo mestiere. Per quanto riguarda i punti di riferimento nella vita per me bastano i miei genitori. Sono anche un amante di Pavese, Pasolini, tutti quei pionieri letterari che avevano anche una forma carismatica fisica.

Tra tutte le canzoni del disco qual è quella che per te è stata più difficile scrivere? Sparare sempre. Quella canzone, a differenza di tutte le altre, l’ho scritta perché ne volevo una per me, un mio inno. L’ho cominciata una mattina, per caso, nel periodo in cui avevo da poco iniziato a uscire con quella che è la mia attuale ragazza. Non avevo dormito molto e ho buttato giù solo i primi accordi. L’ho terminata dopo tantissimo tempo ed è diventata la canzone che mia madre mi chiedeva di cantarle sempre, quando era in ospedale. Il titolo, invece, è nato grazie a Carolina, una bambina autistica alla quale la mia ragazza faceva ripetizioni. Siccome le faceva ascoltare anche le mie produzioni, un giorno Carolina ha chiesto: “Mi fai sentire Sparare sempre?” E da quel momento è diventato il titolo definitivo.

Cosa provi adesso che quelle “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” sono finalmente uscite? Ancora lo sto provando, perché le ho covate talmente tanto che adesso, secondo me, il processo di rilascio è un po’ lungo. Ma ti posso dire che è figo, è una sensazione indescrivibile.

Ascolta “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” su Youtube e Spotify. Segui Vanbasten su Facebook e Instagram.

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