Rising Sounds: MET, tra Roma e Den Haag, un disco da scrivere e un cambio di rotta

Dai parchi olandesi a un cambio di direzione. Da un duo ad una band. Da Utrecht ad un asse Roma-Den Haag. La storia dei MET si dirama tra due Paesi, parte dalla storia di due ragazzi che si conoscono ad Utrecht e adesso si preparano al lancio di un lavoro curato durante i mesi della pandemia. Ecco a voi la nostra intervista ad Alessandro e Marco dei MET.

Alessandro, Marco, le mie interviste iniziano sempre allo stesso modo. E quindi anche a voi chiederò innanzitutto: Come state, ragazzi?

Marco: Vai Alessandro, è il tuo turno! (Ride)

Alessandro: A posto!

Marco: Eh, io pure! Sto bene, grazie! (Ridono entrambi) Dal mio punto di vista, quest’anno l’ho preso in modo più o meno positivo. Ho preso delle decisioni che sono state distrutte, e i miei piani non sono andati come dovevano, ma nonostante tutto mi sono ricreato delle alternative. Ho deciso di ritornare in Italia, perché mi ero trasferito in Olanda per suonare, però poi il Covid ha limitato le mie possibilità, anche di conoscere altri musicisti. Allungare la mia esperienza lì senza poter fare quello che volevo, non aveva più senso. E quindi sono di nuovo qui.

Come vi siete conosciuti?

Alessandro: Al Conservatorio di Utrecht, in Erasmus, seguivamo lo stesso corso di Poliritmia avanzata, in cui eravamo scarsi entrambi. E questa è una cosa divertente perché tuttora, quando scriviamo dei brani, ci troviamo a riprendere quelle cose e ci sembra di essere ancora lì. Ma il nostro progetto non è nato subito. Il progetto è nato un annetto dopo. Marco, dopo essere tornato a Roma dall’Erasmus, è tornato a Den Haag dove abitavo io, per chiedermi delle informazioni generali sulla vita lì e si è creata questa alchimia straordinaria che ci ha portato a questo progetto.

Da cosa nasce il nome “Met”?

Marco: Perché noi ci siamo “Met”! (Ride)

Alessandro: Ci sono diverse interpretazioni, a dire la verità! In olandese, “met” significa “con”. Quindi è anche il simbolo che c’è nella nostra collaborazione. Alessandro met Marco, o Marco met Alessandro. Poi lo prendi in italiano, e può diventare una di quelle sigle che può rimanerti in testa.

Marco: La cosa bella è che però nessuno capisce il nome. La nostra pagina si chiama “Met Den Haag”, quindi, quando lo diciamo in Italia, nessuno lo capisce, e neanche in Olanda c’è stata questa comprensione immediata, perché neppure gli olandesi capivano quello che dicevamo. (Ridono entrambi)

Com’è stato essere artisti italiani di stanza all’estero, come avete percepito la comunicabilità dei vostri messaggi? Voi avete cantato in italiano, nei Paesi Bassi, cominciavate a pensare di tradurre i vostri brani, però il vostro repertorio è per lo più in italiano. Vi siete sentiti capiti?

Alessandro: Questa è la versione mia personale, e penso che in media all’olandese piaccia il suono della lingua italiana. Mi è capitato spesso di parlare con gente che mi ha detto di non essere tanto interessata alle nostre parole, quanto all’atmosfera della canzone. Ma per me è stato lo stesso, quando ascoltavo i pezzi in inglese, e non capivo cosa dicevano i testi, ma mi piaceva l’atmosfera di quei brani. E per quanto riguarda noi ho percepito lo stesso, non mi sono tanto posto il problema della comunicabilità a dire il vero.

Marco: Per me non è stato lo stesso. Io non l’ho vissuta così, la cosa che dice Alessandro la condivido. Quando mi rendevo conto che il mio messaggio non veniva capito, o comunque veniva trascurato, o comunque gli ascoltatori si affidavano solo alle espressioni di Alessandro rispetto alle parole, mi dava l’impressione di comunicare solo attraverso la mimica. Un po’ l’ho sofferta questa cosa. Io difendo molto le parole, perché le parole hanno un significato.

Alessandro: Vorrei aggiungere una cosa. Quando ho iniziato a scrivere sono diventato più consapevole delle parole. Quando il pezzo diventa qualcosa di più personale è quando nasce una frase che mi lega a lui. Il testo dà senso a tutto, a meno che non sia solo strumentale.

Marco: Allora adesso faccio io una domanda ad Alessandro. Come ti senti quando ti dicono che non hanno capito cosa volevi dire nella canzone? Da compositore, non ti dà un po’ fastidio?

Alessandro: Beh, diciamo che però il pezzo non arriverà comunque nella sua totalità. Per esempio, ci sono state delle scelte compositive che all’ascoltatore medio non arriveranno. Ogni persona in base al proprio bagaglio e cultura percepirà una parte di quello che abbiamo fatto. Però quello che a me importa è trasmettere qualcosa dal punto di vista emotivo. L’impatto emotivo è quello che rimane.

Qual è l’accoglienza che il pubblico vi ha riservato, quando vi siete esibiti?

Marco: Dare una risposta a questa domanda sarebbe un po’ precoce. È vero, abbiamo suonato nei parchi olandesi, e abbiamo cercato di diffondere la nostra musica ma è stato più uno studio per noi, per controllare le reazioni delle persone, e lavorare sul nostro progetto. Le persone che sono venute si sono divertite. Abbiamo cercato di coinvolgere quante più persone possibile.

Come nasce un vostro pezzo?

Alessandro: La parola d’ordine è discordanza. Io e Marco ogni tanto non siamo d’accordo su qualcosa, la vediamo in maniera diversa, ma una cosa che abbiamo in comune è che siamo sempre disposti ad ascoltare l’altro e metterci in discussione. Abbiamo fatto confluire le nostre energie discordanti in risultati positivi. In me e Marco vedo proprio queste energie che si scontrano ma sono sempre in movimento, e hanno una grandissima forza creatrice.

Marco: Beh, la discordanza è un po’ un’antitesi del nome del nostro gruppo, e funziona molto. “Con”, sono cose che contrastano e convergono.

Alessandro: Abbiamo lavorato spesso individualmente, ed è capitato che uno dei due iniziasse con un’idea poi sviluppata dall’altro. Abbiamo scritto con idee dell’uno fluite nell’idea dell’altro. È per questo che alcuni pezzi hanno degli sviluppi inaspettati, perché vanno a mettere insieme idee diverse. È una cosa molto positiva, che rende l’ascolto più inaspettato.

Avete mai suonato in Italia?

Marco: Abbiamo registrato l’album in Italia, e speriamo presto di poter suonare anche in concerti nostri. Stiamo aspettando che la situazione si allenti un po’.

Alessandro: io spero davvero di poter fare presto delle serate in Italia.

A quali artisti vi ispirate, in particolare?

Alessandro: la musica ascoltata nel passato influenza sempre. Si ascoltano talmente tante cose che una risposta secca sarebbe difficile. Nel panorama italiano ho scoperto nel tempo Daniele Silvestri, o anche Caparezza. Conoscevo solo le loro hit all’inizio, però poi approfondendo l’ascolto ho trovato altri brani che mi hanno permesso di apprezzare anche la loro evoluzione come artisti.

Marco: Io non ho proprio una risposta per questa domanda. Mi sento un po’ in imbarazzo, perché di solito quando ascolto musica cerco sempre di studiarci sopra, trovare nuove idee, analizzare. Prendo ispirazione da più artisti, più gruppi.

Stati d’animo è il vostro ultimo lavoro. Ci raccontate un po’ com’è nata l’idea?

Alessandro: Nel corso dei primi tre-quattro pezzi, Marco ha avuto l’illuminazione. Ha detto: sembra che stiamo descrivendo diversi stati d’animo. Cosa che al momento io non avevo realizzato. Per me ogni pezzo era un pezzo nuovo, senza pensare ad un filo conduttore.

Marco: Stati d’animo, cosa significa? Beh, bisogna vederlo anche in modo simbolico. Il filo conduttore che porta da un’emozione all’altra è il cambio di stato. In qualche modo, poteva anche trasmettere la nostra storia, di immigrati che avevano cambiato Stato. La posizione geografica, il cambio di latitudine diventa in modo figurativo un mezzo per parlare delle emozioni umane. Dalla rabbia ci si può trasferire in altre emozioni, come la tristezza, la nostalgia, e questo si può fare. Questo è quello che abbiamo provato a fare.

“Stati D’animo” infatti, è il titolo dell’album di 8 tracce sul quale abbiamo lavorato.

Poi è successo qualcosa, durante questi mesi. Mentre eravamo lì a comporre i brani, abbiamo iniziato a pensare concretamente ad una formazione diversa. Abbiamo sempre voluto avere una band, ma per questioni pratiche abbiamo deciso all’inizio di restare un duo. Poi però nel mese di agosto abbiamo deciso di ritrovarci in uno studio di registrazione romano Undercurrent Recording Studio, al fianco di Daniele Carbonelli, bassista e fonico, e Pierluigi Picchi, batterista, per tutti quei brani che avevano una matrice rock ed erano destinati ad essere suonati da un gruppo di musicisti fatti di note ed ossa.

Scivoliamo sul viale dei ricordi. Qual è il vostro ricordo più bello legato alla musica?

Alessandro: Riformulo leggermente la domanda e condivido il primo ricordo che mi è venuto in mente. E non so se è il più bello, ma è il primo che mi è venuto in mente. C’è stata una gara di karaoke che ho fatto quando avevo 18 anni e ho cantato Time is running out dei Muse. Quando ho finito il pezzo ho avuto questo grandissimo applauso del pubblico che è stato anche il mio primo applauso. L’energia del pezzo, l’adrenalina di cantarlo, quell’applauso alla fine mi hanno dato un’emozione che quella notte non mi ha lasciato dormire.

Marco: Potrei condividere anch’io il primo ricordo che ho della musica, perché è stata un’emozione che mi ha colpito parecchio. Mi ricordo che quando avevo più o meno cinque anni ho passato qualche pomeriggio a suonare pianoforte a casa di una mia zia. E suonavo note random. Ero un bambino che si annoiava, non sapevo cosa fare, e iniziai a suonare delle note che mi colpivano. Ogni tasto premuto dal mio dito aveva un impatto molto forte. Le note erano connesse alle mie emozioni. E mi ricordo che riuscivo a riconoscere quello che stavo suonando, cercavo di imitare la pubblicità della Barilla. (Ridiamo) Per anni non ho suonato, ho ripreso molto tempo dopo, e quando ho ripreso in mano la chitarra ho ritrovato quella connessione con le note.

Invece se doveste scegliere il ricordo più brutto, o più triste, quale sarebbe?

Marco: Io ho un ricordo bruttissimo, uno dei ricordi più brutti che ho. Una volta ero a lezione, dovevo fare un concerto con una big band, e dovevo dividere trenta pezzi con un altro chitarrista. Avevo studiato solo i miei pezzi. Studiai tutta la settimana, non dormii nemmeno. E quando arrivai a quella lezione, l’altro chitarrista non venne. E io mi ritrovai con tutti i pezzi da fare, ma non ero preparato, mi vergognavo tantissimo! L’insegnante si incazzò con me, fu uno dei giorni più brutti della mia vita da musicista. Però a parte quello, non mi lamento! (Ride)

Alessandro: mi viene in mente una cosa simile. Una mia amica mi disse che un gruppo di salsa cercava un pianista. E così mi sono ritrovato lì con le parti, che non avevo studiato, e sentivo le loro aspettative su di me che non riuscivo a sostenere perché non conoscevo i pezzi. Però poi ho imparato tutti i pezzi, e dopo un po’ sono andato abbastanza bene. Loro hanno aspettato che imparassi tutto il repertorio, senza pressioni. È una storia a lieto fine!

C’è qualcosa che rifareste assolutamente del vostro percorso?

Alessandro: Credo che tornerei al centro musicale di Mogol in Umbria. È stata un’esperienza positiva, di confronto con altri musicisti. La prima volta lo feci nel 2012, avevo vinto una borsa di studio mentre ero al conservatorio. Ci sono ritornato l’anno scorso e stavo pensando di tornarci anche l’anno prossimo, è stata un’esperienza davvero positiva e formativa.

Marco: Io sceglierei ancora la musica, seguirei la mia intuizione e rifarei il conservatorio. Senza cambiare idea.

E qualcosa che invece non rifareste per nulla al mondo?

Alessandro: Forse gli ultimi esami al conservatorio. Però non posso davvero rispondere a questa domanda. Perché seppure quegli ultimi esami sono stati un mezzo insuccesso, lì ho conosciuto Marco, e da lì ora ci ritroviamo a suonare insieme per questo progetto. Gli errori ti insegnano sempre qualcosa.

Marco: Ce l’ho un rimpianto, ma c’entra relativamente con la musica. Non manderei in giro i curriculum con un indirizzo olandese, perché poi sono ritornato in Italia e adesso tutte le domande sono incasinate!

Ci salutiamo promettendoci prima o poi un incontro dal vivo e non mediato da Skype, e dai soliti problemi tecnici, immancabili, sempre in agguato in questa nuova epoca delle interviste-covid. Saluto Marco che si trova tra le strade di Roma, Alessandro che è a Den Haag, e presto speriamo davvero di poterli ascoltare tra il pubblico di un loro nuovo concerto.

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