Mia Martini, nel ricordo di Mimmo Cavallo

Discovery Woman è la rubrica dedicata alle artiste più rivoluzionarie e che hanno lasciato un’ impronta indelebile nel mondo della musica. Questo mese è dedicato a Mia Martini: a 25 anni dalla sua scomparsa, oggi ripercorriamo le tappe più significative della sua carriera, grazie anche al ricordo di un suo caro amico, il musicista e cantautore Mimmo Cavallo.

Il primo ricordo che ho di Mia Martini risale all’infanzia. Una Fiat Uno rossa e un’ autoradio con la sua voce, mentre la piccola Monica canta tutte le sue canzoni a memoria. Poi ho anche un ricordo di quel 14 maggio 1995, quando fu data la notizia della sua morte al TG, dopo due giorni dall’avvenimento; sentivo i miei genitori parlarne con dispiacere e percepivo parole come “maldicenza” e “sfortuna” che arrivavano alle mie orecchie di bambina come sussurri. All’epoca non capivo i significati di queste parole, per me contava solo la voce di quella donna che avrei scoperto e amato qualche anno più tardi.

Quella donna era Mimì Bertè, nata l’ultimo giorno d’estate del 1947 a Bagnara Calabra, un piccolo paese di mare sulla costa calabrese. E basterà che voi teniate a mente queste due cose per capire che artista fosse Mimì: una voce temprata dal sale del mare, un’intensità interpretativa paragonabile alla nostalgia che ti assale quando finisce l’estate e la passionalità bruciante di una donna del sud, come il sole di luglio nelle ore più calde del giorno.

Mimì esordisce negli anni 60 come cantante yé-yé. Ma negli anni 70 è l’incontro con il produttore Alberigo Crocetta, fondatore del Piper, a segnare la grande svolta di carriera. Mimì smette gli abiti leggeri da ragazzina pop e diventa una gipsy girl. Crocetta le cambia anche il nome, non più Mimì Bertè ma Mia Martini. Nasce una stella: nel 1971 partecipa al Festival di Musica d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio e ottiene la vittoria sulla PFM con la canzone Padre davvero.

Dalla Woodstock italiana al riconoscimento mondiale il passo è breve. Mia è inarrestabile, vince tantissimi premi e ottiene riconoscimenti anche in Giappone. Duetta con Charles Aznavour e instaura un sodalizio artistico e sentimentale con Ivano Fossati. Sono gli anni in cui Mia è all’apice del successo, ma a un certo punto qualcosa s’inceppa. La sua voce sparisce e nel 1980 subisce due interventi alle corde vocali, che modificheranno per sempre il timbro, diventato più roco e profondo ma più vicino al suo nuovo stile: non più zingaresco ma sobrio e mascolino. Un anno di assenza dalla scena, ma Mimì non si ferma e incide nuove canzoni. La sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1982 avviene in grande stile: con una canzone di Fossati, E non finisce mica il cielo, Mia Martini non vince, ma si aggiudica il Premio della Critica, inventato per lei proprio in quell’ occasione. Ma l’anno successivo decide di ritirarsi definitivamente. Qualcuno nell’ambiente musicale mal tollerava il successo dell’interprete calabrese, e già negli anni 70 aveva alimentato dicerie su presunti eventi negativi, capitati a persone che avevano a che fare con Mia. Le maldicenze erano diventate a tal punto insistenti, da minare la sicurezza ottenuta dai numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Mia inizia a convincersi di portare davvero sfortuna e la sua autostima cade a pezzi: nel mondo dello spettacolo tutti pensano che porti “jella” e si tengono alla larga da lei. Ma qualcuno, invece, le resta accanto: Mimmo Cavallo, musicista e cantautore (nonché autore per Fiorella Mannoia, Zucchero e Loredana Bertè – solo per citarne alcuni) instaura con Mimì un rapporto di amicizia sincero, nel momento in cui tutti le voltano le spalle.

Mimmo, com’è avvenuto il primo incontro con Mia Martini?

Non mi ritengo un fatalista, ma ti racconto alcune belle coincidenze che sono avvenute prima che ci conoscessimo personalmente. Alla radio un giorno ho ascoltato “Padre davvero”, e ne sono rimasto folgorato. Ma ero solo un ragazzo, percepivo l’intensità di quel brano d’autore e la sua carica viscerale, ma non riuscivo a spiegarmi il perché di quel turbamento. Dopo molti anni vado a Roma per incidere il mio primo disco. Un amico mi convince a partecipare a una festa che si rivela una grande delusione. Mi ritrovo circondato da persone anziane, che recitano poesie e mangiano spaghetti in piedi, ma noto una giovane ragazza sui 18 anni che cattura subito la mia attenzione. Mi avvicino a lei e iniziamo a fare conversazione. Scopro che quella ragazza attraente è Olivia, la sorella di Mimì e le chiedo subito il numero di telefono. Ero intenzionato a conquistarla! Passano i giorni e finalmente, quando mi decido a telefonarle, mi accorgo di aver perso il numero…

Una storia d’amore finita ancor prima di cominciare…

Proprio così! Nel 1979 ero in studio per registrare il mio album “Siamo meridionali”. Dall’altra parte del vetro, mentre stavo cantando, vidi entrare una signora con un cagnolino in braccio che si sedette in un angolo ad ascoltarmi. A registrazione finita, chiesi al mio produttore Antonio Goggio -ma chi è quella donna?- La sua risposta mi lasciò di sasso: -E’ Mia Martini- Fu quella l’ occasione in cui finalmente ci presentammo. Ne nacque subito una bella amicizia, oltre all’occasione di lavorare insieme: infatti partecipò a tutti i cori di quel mio primo disco. In due mesi di lavoro, però, ebbi modo di notare che in presenza di Mimì tutti i musicisti si dileguavano con le scuse più varie. In sua assenza, invece, tutti si organizzavano per andare a mangiare insieme durante la pausa pranzo. Era così palese questo comportamento che mi venne spontaneo chiedere a Goggio come mai tutti si comportassero così nei confronti di Mia. Fu in quel momento che scoprì le ignobili dicerie sul suo conto.

Quando il vostro rapporto di amicizia è diventato più profondo, sei riuscito a capire cosa ti attraeva di lei e del suo modo di lavorare?

Quello che mi piaceva di lei lo avevo inizialmente intuito da ragazzo, al primo ascolto in radio di Padre davvero. La sua forza interpretativa era senza pari, ma lavorando al suo fianco ho avuto anche modo di percepire il suo mondo interiore e mi ci sono riconosciuto: lei aveva tutto un mondo magico ed esoterico che appartiene a tutti i figli del sud. Si tratta di un retaggio antico, fatto di “conti”, fiabe e favole, come quelle che ci raccontavano le nostre nonne davanti al camino. Questo mondo agro-arcaico che ci accomunava ci ha subito messi in sintonia. Un giorno mi chiese di fare una canzone sulla luna e io le scrissi un pezzo che spero venga inciso, perché mi hanno detto che esiste un provino che ancora non è venuto alla luce. Lei era davvero un’artista a tutto tondo, era fenomenale, ma i discografici (a torto!) la consideravano una semplice cantante.

Secondo te lei ha sofferto più per il suo sfruttamento commerciale da parte dei discografici o per le malelingue che la tormentavano?

Sicuramente per le malelingue, da quelle non c’è scampo. Lei ha subìto la cosiddetta”jettatura”, le si è incollata addosso quell’etichetta infame di jettatrice e a un certo punto ha iniziato a convincersi davvero che portasse sfortuna. Ha perso tutte le sue sicurezze e si è isolata sempre di più, quando invece aveva bisogno di circondarsi di persone che le volessero bene davvero e la rispettassero come persona. Nonostante tutto, quando è tornata a cantare, Mia lo ha fatto come sempre alla grande. Ricordo che gli ultimi quattro concerti prima della sua morte abbiamo fatto il botto di pubblico. Era in forma, ma le cicatrici che si portava dietro sono venute presto a riscuotere il conto di quegli anni trascorsi in isolamento.

Cosa ricordi dei suoi ultimi giorni?

Ricordo che si sentiva invincibile, ma la realtà era ben diversa. Il mio rimpianto è quello di non averla aiutata durante il trasloco. Pochi giorni prima che morisse, si era trasferita a Cardano del Campo. Nessuno di noi ha pensato di aiutarla con tutti quegli scatoloni. Si sarà sentita persa. E sola. Probabilmente anche solo una telefonata avrebbe potuto fare la differenza. Purtroppo lei non aveva un affetto fisso, mi diceva sempre che aveva bisogno di radici, di sentirsi radicata. Insomma aveva bisogno di sentirsi amata.

Qual è il ricordo più bello che ti viene in mente quando ripensi a lei?

Loredana e Mia a Roma avevano un amico mecenate, proprietario di una casa bellissima. In sua assenza, una sera io e Mia siamo in questa casa pronti per cenare. A un certo punto la sento parlare al telefono di vestiti da sposa e le chiedo chi sia. Mimì mi sussurra: “E’ mia sorella Olivia, si sposa!”. A quel punto le chiedo di passarmela. Il pallino di Olivia mi era sempre rimasto, ma Mia non ne sapeva nulla. “Ma la conosci?” Le dico di si, e la convinco a passarmela. “Pronto, Olivia, ti ricordi di me? Sono Mimmo Cavallo, ci siamo conosciuti a quella festa noiosa, tanti anni fa”. Olivia mi risponde secca: “No. Me ripassi mi’ sorella?” Dopo quella pessima figura Mimì mi ha preso in giro per giorni, e mi ha detto di non ripeterle più la storia della festa. Qualche tempo dopo ci siamo ritrovati tutti a Taranto e dopo le prove siamo andati a mangiare in un ristorante. In quell’ occasione c’era anche Olivia con il marito. Mimì mi mise subito in guardia: “Guai a te se ritiri fuori quella storia dove hai conosciuto mia sorella!”. Ci mettiamo seduti e a un certo punto della serata esordisco con “Senti Olivia, devo dirti una cosa…” Mia stava per interrompermi, ma ho continuato: “Olivia, ma ti ricordi di quella signora bionda che ci ha chiesto ventimila lire per partecipare a quelle serate tra artisti?” Mia, a quel punto, è scoppiata in una risata fragorosa e ha detto: “Ma quella era mia madre!”

Adesso, però, tocca a voi dire la vostra: amate Mia Martini? A quale canzone siete particolarmente affezionati?

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